Città del Vaticano - Con l’avvicinarsi del 5 luglio 2026, data in cui Paolo Ruffini raggiungerà gli otto anni da prefetto del Dicastero per la Comunicazione, nei corridoi di Piazza Pia il clima è tutt’altro che disteso. A dicembre toccherà lo stesso traguardo anche ad Andrea Tornielli e ad Andrea Monda; a luglio, invece, saranno sette anni per Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa della Santa Sede. Una sequenza di scadenze che, di fatto, riapre la questione della governance e della linea editoriale dei media vaticani, proprio mentre il nuovo pontificato chiede chiarezza, coerenza e strumenti adeguati. Considerato che, in 287 giorni, Papa Leone XIV non ha voluto ricevere in udienza queste figure - fatta eccezione per Paolo Ruffini, incontrato lo scorso giugno per una udienza lampo - a Piazza Pia cresce la preoccupazione: molti temono che il Pontefice non intenda attendere il compimento dell’intero quinquennio prima di congedarli. E sarebbe una scelta molto saggia.

Ognuno coltiva il proprio orticello

L’assetto di comando attuale è composto da un gruppo ristretto, attraversato da frizioni interne e da equilibri concorrenti, nel quale ciascuno tutela le proprie aree di influenza. Su un punto, però, le diverse sensibilità convergono: l’idea che nel Dicastero non debbano rientrare preti in ruoli di direzione. E il fatto che qualche chierico possa anche solo essere inserito in qualche ruolo di vertice nel Dicastero li fa rabbrividire. In questo quadro si inserisce anche la presenza di mons. Lucio Adrián Ruiz, che in più di un’occasione è entrato in frizione con il prefetto: la gestione dei social network e l’impostazione del progetto “Vangelo sui social” hanno seguito, negli anni, linee differenti, con investimenti e priorità non sempre convergenti. Per il fratello maggiore dell’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate italiano i social non sono qualcosa su cui investire e i risultati di questa sua lungimirante impostazione hanno dato molti frutti per la Santa Sede, ne stiamo vedendo solo alcuni oggi.

Comunicazione organizzata per salvare le poltrone

Nelle scorse ore, la nomina di una religiosa al posto di Christiane Murray ha fatto tremare i polsi a più di qualcuno. Krapić ha una solida formazione cattolica: è giurista e, soprattutto, giornalista croata con un’attività editoriale già documentata da numerosi articoli pubblicati. Non va però dimenticato che suor Nina Benedikta Krapić è una fedelissima di Nataša Govekar, che l’ha voluta e portata in Dicastero. Govekar, a sua volta, è stata nominata negli anni scorsi direttrice della Direzione Teologico-Pastorale del Dicastero per la Comunicazione in virtù della sua appartenenza alla cerchia di Marko Ivan Rupnik.

Govekar, dopo lo scandalo emerso sul gesuita sloveno, è stata tra le principali sostenitrici della linea che ha impedito la rimozione dal sito diVatican News delle immagini delle opere di Rupnik, mettendo a disagio l’intera Santa Sede e danneggiando inevitabilmente l’immagine del Papa. Non ci occuperemo oggi della situazione della Sala Stampa della Santa Sede che versa in uno stato pietoso e dove i dipendenti pagano, fra le altre cose, lo strapotere di una donna che Matteo Bruni sembra lasciar fare perchè gode della "sua stima". 

Oggi vogliamo concentrarci su quanto avviene a Piazza Pia. Il fatto che Leone XIV abbia scelto una religiosa e non un laico ha comunque iniziato a far tremare le poltrone di alcuni: si sono mossi di corsa, correndo ai ripari e ingaggiando un nome “pesante”. Hanno scelto uno di quei cardinali che, per capacità di cambiare direzione della bandiera a seconda del vento che tira, è secondo soltanto a Christoph Schönborn. Il cardinale canadese Marc Ouellet, infatti, sotto il pontificato di Francesco ha iniziato a sostenere tesi insostenibili, che non avrebbe mai affermato durante il pontificato di Benedetto XVI, del quale si vantava di essere “fedelissimo”; con Francesco, invece, ha avallato qualunque uscita sulla presenza dei laici nei luoghi di governo della Curia Romana. Qualche suo confratello riferisce che tutto ciò sia avvenuto soprattutto a motivo delle accuse di abusi ricevute in Canada e che Ouellet temesse che, senza la protezione di Francesco, avrebbe rischiato di fare la fine di George Pell: rientrare in patria per affrontare un processo e poi, pur essendo innocente, esporsi al pericolo di una condanna, utile soltanto a dare l’impressione che anche in Canada si perseguano davvero determinati crimini. Eppure, come sappiamo, questi laici, quando possono approfittare dell’uno o dell’altro, lo fanno: non guardano in faccia a nessuno. Così Ruffini, Tornielli, Menichetti e José hanno pensato bene di rivolgersi proprio a lui e di fargli pubblicare su Vatican News un articolo che per poter avere una “bella risonanza” hanno fatto tradurre in italiano, francese, inglese e spagnolo. L’articolo spiega che i laici sono tanto cari e buoni e che possono tranquillamente occupare ruoli di governo. Dal punto di vista sacramentale e canonistico, però, non viene offerta alcuna spiegazione né una giustificazione solida. Un conto è quanto dispone il can. 129 §2, quando afferma che “i fedeli laici possono cooperare” nell’esercizio della potestà di governo: il diritto conosce infatti diversi casi in cui i laici assumono incarichi proprio in forza di questa cooperazione. Un altro conto è sostenere che i laici siano “abili” alla potestà di governo in senso proprio. Ancora una volta, dunque, molti slogan e nessun approfondimento condotto con serietà. Il fine, però, è chiarissimo: far arrivare al Papa un messaggio preciso. Ci sono cardinali - guarda caso figure che non hanno più nulla da rivendicare e che hanno esercitato il proprio servizio in anni in cui la loro autorità non veniva messa in discussione - pronti a spalleggiare questi laici; i laici devono restare dove sono, e i preti non servono. Ovviamente l’articolo è stato “spammato” a tutti i vaticanisti e alcuni, come Repubblica, hanno fatto il “piacere” di farlo diffondere.

L’avversione ad un Papa che “fa il Papa”

Fin dall’inizio del pontificato, Leone XIV ha seguito con attenzione quanto accade a Piazza Pia, monitorando l’operato di una dirigenza che percepisce retribuzioni spropositate ma fatica a offrire una linea di guida riconoscibile e stabile al servizio della Santa Sede. Il nodo non riguarda soltanto le modalità della comunicazione, bensì le scelte editoriali: che cosa si decide di pubblicare, con quali tempi, secondo quale gerarchia delle notizie e con quale criterio di completezza. In teoria, il Dicastero per la Comunicazione dovrebbe garantire un sistema efficiente e integrato, capace di convogliare in un’unica piattaforma contenuti e aggiornamenti della Santa Sede, consentendo anche a un fedele di orientarsi rapidamente. Nella pratica, la frammentazione resta evidente: la Segreteria di Stato e i vari Dicasteri continuano a muoversi con propri grafici, propri responsabili web e priorità autonome, senza una regia davvero unitaria.

Emblematico, poi, resta il sito istituzionale della Santa Sede, che dovrebbe essere il canale di riferimento per il magistero del Papa: l’impianto appare datato, gli interventi di aggiornamento compiuti negli ultimi mesi sono soprattutto estetici, e la fruizione rimane poco scorrevole. Vi compaiono informazioni già desuete, percorsi di consultazione non intuitivi e una struttura complessiva che restituisce un’impressione di disordine.

In una fase in cui è decisivo che la voce del Papa arrivi con chiarezza, tempestività e attraverso canali adeguati, l’attuale assetto finisce spesso per ottenere l’effetto contrario, rendendo più laboriosa la circolazione dei contenuti e meno efficace la loro diffusione. Lo conferma anche la gestione delle fotografie ufficiali: richieste che, in molti casi, richiedono settimane prima di trovare riscontro. Un’attesa che scoraggia tanto i fedeli quanto i presuli dal domandarle, con ricadute anche sul piano economico, perché si traduce in una perdita di introiti tutt’altro che marginale. Da anni, infatti, manca una soluzione elementare: una piattaforma automatizzata in grado di caricare i materiali, consentire il pagamento e permettere all’utente di scaricarli in modo immediato, con procedure immediate.

Non è chiaro perché, in quasi un decennio, non si è voluto predisporre un sistema del genere? Qualcuno ha paura di far perdere il posto di lavoro a chi risponde, con tutta calma, alle e-mail manualmente?

La mancanza di una linea editoriale coerente

Pur a fronte di una retribuzione di rilievo, Andrea Tornielli da tempo impiega le proprie energie soprattutto in dinamiche di schieramento e nella gestione di relazioni tutt’altro che positive, orientate ad attaccare e stuzzicare - fino a diffamare e calunniare - coloro che il Direttore dei Media Vaticani ha etichettato come propri nemici, più che nel lavoro editoriale dei media vaticani. Il tema è riaffiorato anche quest’estate al Meeting di Rimini e sarà oggetto di un approfondimento dedicato: ai lettori di Silere non possum verrà ricostruito, con prove documentali e riscontri, ciò che avviene e quale ruolo vi abbia il Direttore editoriale dei Media Vaticani. Il materiale è pronto: restano soltanto alcune questioni tecniche”. Nel frattempo, l’archivio continua ad arricchirsi. “Silere non possum si muove con calma, ma quando arriva si sente”, ha osato dire qualcuno il 1° gennaio scorso. Poiché non risulta che siano stati adottati interventi concreti per arginare questi comportamenti criminosi, non avremo difficoltà a spiegare ai fedeli chi viene selezionato - secondo logiche che, ad oggi, appaiono come una vera e propria pratica masochistica - per ricoprire incarichi tanto delicati, con ricadute dirette sull’immagine della Chiesa cattolica e del Papa.

Per tornare al merito di questo approfondimento, la incompetenza, l’arbitrarietà e l’assenza di una logica e di una linea editoriale coerente emergono con evidenza anche nella gestione delle semplici nomine episcopali. Sul sito di Vatican News non tutte le nomine vengono accompagnate da un articolo dedicato: alcune ricevono grande visibilità, altre restano affidate a forme più scarne di pubblicazione. Il tutto dipende dai legami che il vescovo nominato ha con Tornielli o con l'entourage. Una dinamica analoga si riscontra anche su L’Osservatore Romano, dove trovano spazio soprattutto firme ritenute vicine alle simpatie del direttore, mentre altri contributi - talvolta di valore ben superiore - non vengono nemmeno presi in considerazione. In questo contesto di terrore c’è chi critica sottovoce questi “dirigenti”, consapevole del peso che i vertici laicali della comunicazione possono esercitare sulle loro “carriere” e sulle “opportunità”. In sostanza, Vatican News finisce per funzionare un po’ come una vetrina per le iniziative degli “amici”. Basta notare che sul portale non si trova traccia delle criticità e dei disastri attribuiti a Mauro Gambetti. Non è un dettaglio il fatto che Paolo Ruffini siede nel Consiglio di amministrazione della Fondazione «Fratelli Tutti». Allo stesso modo, in questi mesi Gabriele Giordano Caccia, Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, ha ottenuto ampio spazio sul portale diretto da Andrea Tornielli, con una copertura puntuale di interventi e considerazioni. Una scelta che si spiega con l’interessamento del suo sponsor, Pietro Parolin, che ha chiesto a Tornielli di aumentarne la visibilità mentre si attende il gradimento degli Stati Uniti per la nomina di Caccia a nunzio apostolico.

Leone XIV in visita alle Parrocchie di Roma ma Vatican News?

Silere non possum ha già evidenziato come, con l’avvio del pontificato di Leone XIV, si siano registrate gaffe colossali che hanno generato imbarazzo; e, soprattutto, come non sia mai decollata una narrazione istituzionale realmente ordinata e incisiva. Dove, nel pontificato di Francesco, ogni scelta veniva rilanciata con toni entusiastici, oggi il registro risulta più tenue, talvolta rigido, con un’impressione di adempimento più che di progetto: una macchina che procede, ma senza un’identità chiara. Un esempio concreto è la prima visita pastorale del Santo Padre in una parrocchia, domenica scorsa. Sul posto sono stati inviati Cernuzio e Guerra. Come è noto Cernuzio è il “pupillo di Andrea Tornielli” il quale lo ha portato in Vaticano da La Stampa dove lavorava e “scriveva tanti libri” cit.. L’ordine che ha ricevuto Cernuzio è quello di fare un solo articolo a fine giornata. La diretta di Vatican News ha coperto la Santa Messa, mentre gli incontri del Papa con i 400 ragazzi, gli anziani, gli ammalati, i poveri e i volontari della Caritas non sono stati affatto trasmessi.

Il confronto con alcune uscite pubbliche del pontificato precedente è inevitabile: allora la copertura era massiccia, con più giornalisti, più contenuti e una spinta costante alla circolazione sui social e sul sito, spesso costruita a tavolino anche attorno a passaggi emotivamente forti, selezionati e utilizzati come leva narrativa. Basti ricordare la visita di Papa Francesco alla parrocchia di San Paolo della Croce a Corviale: l’immagine del bambino che aveva da poco perduto il padre fece il giro delle testate internazionali, e quel dolore venne trasformato in materiale di comunicazione. Domenica, invece, neppure sono state trasmesse le immagini di quegli incontri.

La comunicazione, per qualunque autorità pubblica, resta un ambito decisivo; per il Papa, lo è in misura ancora maggiore. Senza un intervento sulla catena decisionale e sulle priorità operative di una struttura che sembra muoversi secondo logiche proprie, il rischio è quello di ritrovarsi in una spirale di incomprensioni e inciampi già visti nel passato, quando tra 2010 e 2012 la gestione di crisi e narrazione pesò in modo significativo sul pontificato di Benedetto XVI.

p.F.C. e d.D.P.
Silere non possum