Milano - Nelle scorse ore abbiamo assistito, attoniti, a un vespaio imbarazzante costruito attorno alla vita di un prete che ha compiuto una scelta personale: una scelta che può avere ricadute su altri, certamente, ma che resta anzitutto personale, radicata in un cammino che dall’esterno non si possiede e non si può ridurre a slogan. Ne ho parlato con un monaco, camminando nel chiostro di un bellissimo monastero che negli ultimi anni sta vedendo una bella rinascita. Sullo sfondo è tornata più volte alla mente la vicenda di don Matteo Balzano, il sacerdote di Novara che si è tolto la vita lo scorso luglio. Sono storie diverse, sia chiaro. Ma il monaco mi ha fatto notare: «Anche davanti a ciò che è accaduto a Matteo abbiamo visto giudizi, condanne, insinuazioni. E poi chi parlava di lui - di quest’uomo, perché era un uomo prima che un prete - senza neppure conoscerlo, ma improvvisando considerazioni senza senso soltanto per occupare la scena, per dire: “ci sono anch’io”».

Mi sono posto numerose domande in queste ore: davvero don Alberto è infelice ora? Davvero l’errore è stato lasciare il sacerdozio?

È da qui che bisogna partire, perché la reazione istintiva di tanti, dentro e fuori la Chiesa, è sempre la stessa: il verdetto immediato, la frase pronta, la moralina confezionata in due battute dall’alto del proprio “profilo social”. E poi il resto: le voci, il “me l’hanno detto”, l’“hai saputo”, il commento sotto al post, spesso accompagnato dall’aria di chi “sa”, di chi “capisce”, di chi “giudica” con una disinvoltura spaventosa. Quando poi questo accade per mano di chi si professa cattolico, o addirittura di un prete, lo scandalo è reale, perché qui non si tratta più di informazione o di discernimento, ma di un abuso dello sguardo e della parola. Un conto è fare un’analisi ecclesiale seria, un conto è riportare una notizia, un conto è denunciare fatti di corruzione o dinamiche opache; tutt’altra cosa è trasformarsi in giudici della vita altrui, della loro fede, della loro morale, della loro coscienza, come se fossero terreno pubblico su cui esercitare un potere. E quando questa dinamica passa per i social, si amplifica: diventa chiacchiericcio moltiplicato, spesso anche con giornalisti dalla credibilità personale quantomeno discutibile che si sentono autorizzati a impartire lezioni a persone che non conoscono e su vicende che neppure li riguardano. Nel frattempo, quella frase pronunciata da Francesco qualche anno fa resta attuale come un colpo secco: «Quello che uccide la vita comunitaria è il chiacchiericcio». Uccide le comunità, e uccide le persone.

La domanda su Ravagnani e su noi

Come è noto, sabato scorso l’Arcidiocesi di Milano ha comunicato ai fedeli della Parrocchia di San Gottardo e, di fatto, all’opinione pubblica, che don Alberto Ravagnani ha chiesto di lasciare il ministero sacerdotale. Da quel momento si è aperto il rubinetto del web: reazioni a catena, condivisioni compulsive, inoltri spasmodici della comunicazione del Vicario generale nelle chat, sui social, nelle e-mail. Una morbosità imbarazzante. C’è stata, in quelle ore, una sensazione difficile da scacciare: come se quella che don Alberto avrebbe dovuto poter chiamare famiglia fosse rimasta in attesa del momento della caduta. E quando è arrivato, si è avventata sulla notizia con la fretta di chi vuole divorare tutto, subito, fino all’ultima fibra. Ma la domanda che mi sono posto è un’altra, ed è meno comoda: don Alberto è davvero “caduto”? Noi cattolici siamo davvero convinti che un prete che lascia il ministero sia sempre una sconfitta? Siamo davvero convinti che un seminarista che decide di non proseguire verso l’ordinazione sia, automaticamente, un fallimento? Se è così, allora che fine hanno fatto tutte le lezioni sul discernimento? Dove sono finite le paternali sul “meglio fermarsi in tempo”, sul “non si è preti per forza”, sul “la coscienza viene prima delle aspettative”? Perché a parole si invoca il discernimento; nei fatti, spesso, si pretende soltanto che nessuno esca dal copione.

Il nostro rischio, e le reazioni hanno evidenziato tutte, chi più chi meno, diversi punti di questa patologia, è che piuttosto che una comunità di credenti agiamo come una setta. È nelle sette che chi “esce dalle fila” viene subito additato, condannato, deriso, calunniato, diffamato: serve un colpevole, serve un esempio, serve qualcuno su cui scaricare la paura che l’ordine si incrini. Nella comunità dei credenti, invece, in quella fatta da uomini e donne che hanno incontrato Gesù e da quell’incontro si sono lasciati cambiare sul serio, la domanda dovrebbe essere un’altra, più sobria e più vera: don Alberto è felice? Oggi è un uomo in pace? O almeno questa scelta lo sta conducendo verso quella pace che cerca? È più vero? Si sente più libero?

Questa dovrebbe essere la nostra preoccupazione: la vita concreta di una persona, la sua verità davanti a Dio, il suo cammino. Non la difesa del nostro schema, del nostro sistema, delle nostre sicurezze. Noi non solo non ce lo chiediamo: pronunciamo una sentenza. “Sarà infelice”, “se ne pentirà”, “quando se ne accorgerà…”. E qui il punto non è don Alberto, ma l’atteggiamento di chi parla così: non è forse il linguaggio di chi deve screditare e colpire, per non permettere che qualcosa lo metta in discussione?

A me sembra il comportamento di chi non ha voglia di interrogarsi e, per mettersi al riparo, costruisce un mostro: mostrifica l’altro, lo riduce a caso clinico o a parabola morale, così da non dover guardare dentro di sé. Perché farsi le domande, quelle vere, costringerebbe a una resa dei conti. E allora potrebbe chiedersi, ad esempio: che cosa ho fatto io perché don Alberto fosse felice? Che cosa ho fatto per evitare che sotto i suoi video, che potevo condividere, ritenere sbagliati o ignorare, si arrivasse a insultarlo, a invocare provvedimenti, perfino ad auspicare che lasciasse il ministero? Che cosa ho fatto per impedire che, negli incontri per il clero e nelle comunità, diventasse bersaglio di critiche e di discorsi alle spalle da parte dei confratelli? Che cosa ho fatto perché si sentisse parte di una comunità presbiterale? Che cosa ho fatto per comunicargli il mio punto di vista, diverso dal suo, senza trasformarlo in una condanna o uno scontro? Se fossimo davvero liberi ci domanderemmo: don Alberto era infelice nel ministero o è infelice oggi? Chi ci assicura che il ministero sacerdotale, così come la Chiesa Cattolica lo vede, fosse realmente la sua vocazione? Perché riteniamo abbia sbagliato oggi e non ieri, ad esempio? 

“E i superiori?”: il vescovo non è un cane da guardia

Qui si innesta la prima questione che molti tirano in ballo come arma impropria: “E i superiori? E il vescovo?” E i massimi sistemi? Ma siamo davvero convinti che tutto ciò che un vescovo fa per i suoi preti - non contro di loro, ma a favore del loro bene, del loro benessere umano, fisico e spirituale - debba necessariamente passare dalla vetrina pubblica? Siamo davvero convinti che le correzioni e le reprimende debbano consumarsi sempre in pubblica piazza, come se l’autorità fosse credibile solo quando diventa spettacolo?

La paternità del vescovo, quando è tale, si gioca nel rapporto personale con i suoi presbiteri, nella cura quotidiana, nei colloqui, nei richiami discreti, nelle decisioni assunte con responsabilità; e, quando serve, anche attraverso i collaboratori a cui delega. Non si misura in comunicati stampa, né in prese di posizione continue, né nella necessità di “far vedere” che si è intervenuti. Sono questi vescovi che veramente dimostrano di essere guide efficaci e padri perché ci sono dimensioni che riguardano la coscienza, il cammino di una persona, le sue responsabilità, e non sono materia da piazza né da timeline. L’ossessione di pretendere trasparenza come spettacolo rivela più la fame di controllo di chi guarda che una reale cura ecclesiale. E allora mi sono chiesto: don Alberto Ravagnani è forse l’unico prete che ha lasciato il ministero? Da dove nasce questa attenzione selettiva, questa fame di notizia, questa ansia di commentare, soprattutto da parte di chi brandisce la parola “cattolico” per trasformarla in una clava e condurre battaglie ideologiche? In queste ore, oltre a don Alberto, altri quattro sacerdoti hanno lasciato il ministero. Alcuni casi sono diventati pubblici, come quello di don Giovanni Gatto, che arriva persino a invocare la possibilità di potersi sposare. Eppure, attorno a queste vicende non si è vista la stessa morbosità, né lo stesso accanimento, né quella voracità che ha circondato Ravagnani. Perché?

E c’è un’altra domanda che pesa: perché, già nei mesi scorsi, c’è stato chi invocava pubblicamente provvedimenti contro un prete che usava i social per evangelizzare, al di là del fatto che se ne potesse condividere o meno lo stile, i temi, i toni? Del resto, sul web ci sono molti preti che fanno ciò che faceva Ravagnani. E ci sono anche preti che sui social commettono veri e propri reati: diffamazione, calunnia. Ci sono preti vaganti che, pur incardinati in diocesi, vivono nelle case ereditate da sventurati e non svolgono alcun ministero nel silenzio dei loro legittimi superiori. Ci sono preti che usano la politica per schierare le comunità, preti che insultano, che alimentano divisioni, che disprezzano. E il problema, davvero, sarebbe don Alberto Ravagnani?

Il perbenismo che si traveste da premura

Poi c’è la questione dei ragazzi. In queste ore ho letto una quantità impressionante di post di preti e sedicenti cattolici che ripetevano, con tono ansioso e paternalista: “Che fine faranno i ragazzi di don Alberto?”. È una domanda che tradisce una concezione del ministero sacerdotale che non regge, perché finisce per trasformare il prete nel perno psicologico e identitario, quasi nel proprietario della fede altrui. Un presbitero deve modulare la propria vocazione sul criterio del “non scontentare gli altri”, oppure deve valutare in coscienza davanti a Dio? E i ragazzi sono legati al prete o al Signore? Qui sta il nodo, e riguarda tutti noi. Perché ogni volta che scriviamo qualcosa, soprattutto di getto e in pubblico, spesso finiamo per rivelare più di noi stessi di quanto vorremmo attribuire ad altri che nemmeno conosciamo.

Chiediamocelo, senza ipocrisie: quante volte è bastato un trasferimento, un cambio di parrocchia, e improvvisamente i giovani che abbiamo educato noi sono “spariti” perché non c’eravamo più? E quante volte è successo lo stesso con i collaboratori parrocchiali: persone presenti ogni giorno accanto a un determinato curato che, nel momento in cui quel prete è stato spostato, hanno smesso persino di frequentare la parrocchia? E questo accade nelle nostre parrocchie, non in quelle degli altri. E non è colpa di don Ravagnani. Il problema è una fede ridotta a tifo, un’appartenenza ridotta a simpatia, una Chiesa consumata come prodotto, con la logica del “mi piace/non mi piace” al posto del cammino, della perseveranza, della libertà. La domanda di fondo è: chi cercano questi ragazzi? Sono venuti in Chiesa per noi o per Dio? 

E infatti la risposta più disarmante è arrivata proprio da loro, con parole che ne dimostrano la maturità e la fede. Hanno riconosciuto la realtà senza recitare: «È un passaggio che non avevamo previsto, che non abbiamo scelto e che porta con sé smarrimento e sofferenza», e insieme hanno indicato il punto decisivo, ecclesiale e spirituale: «Non ci sentiamo abbandonati perché la Chiesa è madre e perché crediamo fortemente che il Signore non si allontana quando il cammino diventa confuso». In più, senza invadere ciò che non appartiene a nessuno se non alla coscienza dell’interessato, hanno scelto una postura corretta: rispetto, niente tribunali, niente psicologia spicciola, perché «nel rispetto della dimensione personale di questa scelta, Fraternità non entra nel giudizio delle motivazioni». E qui la lezione è limpida, anche per molti preti: la decisione può averli spiazzati, certo, ma un prete non può vivere prigioniero della paura di deludere o trattenuto dal ricatto implicito del “chissà cosa diranno loro”. È così, con i fatti, che hanno messo a tacere un sacco di odio lanciato da questi farisei che in queste ore ripetono: “A me non importa di lui, mi importano i ragazzi”. Mi domando quando mai, in tanti casi, a qualcuno sia importato davvero dei fedeli di alcuni pastori. L’ipocrisia regna sovrana: si invoca la cura dei piccoli come pretesto, mentre si pratica la lapidazione morale dell’uomo.






Una Chiesa che mostra il suo volto peggiore

 E qui arriva una domanda decisiva: che cos’è la Chiesa, oggi? È quella che si riversa sotto i post con insulti, lezioncine e giudizi, come se la fede autorizzasse il tribunale permanente? Oppure è quella che sa tacere con consapevolezza, ricordando che anche un prete mediaticamente esposto mostra solo ciò che sceglie di mostrare, e che dietro ciò che appare restano una vita intera, ferite, fatiche, dolori che non sono materiale da bacheca? Abbiamo visto persone che fino a ieri, sotto i video di Ravagnani, intimavano “lascia il sacerdozio” e oggi si stracciano le vesti perché “ha lasciato il sacerdozio”. Nel mezzo, una valanga di insulti, allusioni sessualizzanti, sentenze sulla morale e sulla fede che non competono a nessuno, tanto meno ai leoni da tastiera. Sotto i video di Ravagnani, poi, si consuma un paradosso che fa venire i brividi: ci sono non credenti, persino atei dichiarati, che intervengono con osservazioni anche critiche ma rispettose della persona e del ruolo; e ci sono cattolici che commentano con “Fai schifo”, “Vergognati” e altre frasi impronunciabili, come se l’umiliazione fosse un gesto di fede.

A questo punto la domanda è una sola: davvero è questo ciò che la Chiesa vuole mostrare di sé sui social? Se guardiamo questo forse è meglio stare chiusi in sagrestia. Perché qui non c’è testimonianza: c’è una controtestimonianza che si imprime negli occhi di chi guarda. Un mio amico, leggendo quei commenti, mi ha detto: «Se io fossi un non cattolico e li leggessi, non penserei mai e poi mai di convertirmi. Anzi, sarei ancora più fiero di non essere cattolico». Come dargli torto? Questo modo di agire produce un effetto inevitabile: la gente scappa, giustamente, quando la comunità cristiana si presenta come un tribunale permanente e dimostra anche di non sapersi confrontare e non saper abitare lo spazio sociale in modo maturo. E diciamolo pure senza paura: spesso i giovani non abbandonano le parrocchie “per colpa del parroco”, ma per colpa della comunità. Andate a chiedere conferma a quei ragazzi che vivono nei paesini di montagna, dove certe “dittatrici rosarianti” arrivano a dire al prete come e quando deve celebrare, e nel frattempo passano la vita a giudicare tutto e tutti. Sentirete risposte che non fanno sconti.

La cura che non invade

Come dicevamo, in questo clima affiora una patologia che negli ultimi anni è stata denunciata più volte. Anche il Dicastero per il Clero ha richiamato l’attenzione su questo nodo preciso: una concezione del ministero che tratta il prete come se non fosse più pienamente umano, quasi fosse una creatura “divina” chiamata a non mostrare mai crepe. Nessuno mette in discussione che, quando celebra e amministra i sacramenti, il presbitero agisca in persona Christi. Ma questo non cancella la sua condizione: è e resta un uomo. E invece, negli anni, lo abbiamo costretto a recitare una parte: a non avere problemi, a non confessare debolezze, a non attraversare difficoltà. Deve fingere di stare bene quando non sta bene, perché “altrimenti la gente si scandalizza”.

Il risultato è una Chiesa che non accompagna, ma esige prestazioni; che non custodisce, ma valuta. E così le solitudini si moltiplicano, travestite da zelo, coperte da linguaggi devoti, mentre dentro si consuma lo scarto tra ciò che si è e ciò che si deve fare apparire. Mi soffermo brevemente anche sul presbiterio, lasciando volutamente sullo sfondo chi in queste ore ha preferito gli insulti e le idiozie - e sì, purtroppo questo accade anche per bocca di alcuni preti. Non vale nemmeno la pena prendere in considerazione quelli che, chierici vaganti e messi ai margini per validi motivi, si lanciano in invettive contro la gerarchia per non perdere l’occasione di autoassolversi: trasformano una vicenda che riguarda altri nell’ennesimo pretesto per parlare di sé, per rimettere al centro il proprio io, per legittimarsi davanti a un pubblico di pochi sventurati. In queste ore si è letto di tutto, anche da parte di quelli che, per don Alberto, dovrebbero essere confratelli. È vero: ciascuno agisce come crede e gestisce le relazioni come sa, o come riesce. E don Ravagnani non è un santo: non lo è lui, non lo sono io, non lo è nessuno. Avrà commesso i suoi errori, senza dubbio. A volte, poi, la sovraesposizione mediatica rischia di far diventare diffidenti verso tutti o a volte dare per scontate alcune cose. 

Eppure certi post - quelli che sventolano slogan come “la Chiesa non toglie la libertà” oppure “Io ci sono sempre stato” - fanno venire i brividi. Mi hanno ricordato la difesa non richiesta di alcune sette, quando si sentono minacciate: non parlano per cercare verità, parlano per blindare il recinto e screditare chi è già stato etichettato come “nemico”, non come fratello. Anche perché la parola libertà è complessa: ha significati diversi, gradi diversi, condizioni diverse. C’è un dato elementare che chiunque di noi conosce: in molte situazioni il prete non è “libero” nel senso ingenuo e assoluto che alcuni evocano. Parliamo spesso in nome della Chiesa, e questo implica misura, responsabilità, disciplina della parola. Ci si attiene a riti, consuetudini, tradizioni, forme. È un fatto. Negarlo significa mentire, o raccontarsi una storia comoda. Ma soprattutto: quando si parla di libertà non ci si riferisce solo ai provvedimenti formali - che pure arrivano, e talvolta arrivano anche perché invocati e sollecitati da frange organizzate, aggressive, ossessive. La libertà viene erosa anche in modo più sottile e più quotidiano: quando si diventa bersaglio, quando si è criticati sistematicamente, quando si viene presi di mira, quando preti e laici sparlano dietro, quando circolano etichette, insinuazioni, diagnosi morali.

Un esempio semplice: anche solo immaginare un passaggio da una parrocchia a una comunità pseudo religiosa è una scelta. Essere liberi significa poterla compiere con serenità, senza dover pagare una tassa di disprezzo. Ma se devo fare i conti con il “sentito dire”, con i confratelli che commentano “ecco, ha cambiato comunità, ora è andato lì…”, con i laici che ridicolizzano e scambiano una scelta per un fallimento, allora quella libertà è già stata compressa. Non perché manchino soltanto regole oggettive, che già esistono, ma perché a quelle regole si aggiungono le fissazioni, le patologie e le ossessioni dei gruppetti: un ambiente giudicante che pretende obbedienza, ma poi la trasforma in controllo sociale. Che cosa intendiamo, dunque, per libertà? Sappiamo davvero cosa intende lui quando usa questa parola? E, soprattutto, siamo sicuri di non trattarla come un’etichetta comoda, buona per fare dichiarazioni di principio, senza misurarla sulla carne viva delle situazioni? Davvero pensiamo che la libertà sia uguale per tutti, in ogni contesto, con le stesse pressioni, gli stessi vincoli, le stesse conseguenze? Basta guardare i social, luogo che tutti abitiamo, per capire che non è così: non si è sempre liberi né di fare né di dire, perché esiste una violenza di massa composta di commenti, insinuazioni, sarcasmi, delegittimazioni. Nel presbiterio succede la stessa cosa: puoi avere venti persone accanto e, nello stesso tempo, altre cinquecento pronte a insultare, a parlare male, a commentare senza conoscere, a spargere voci false, a diffamare, a delegittimare. E quando una vicenda scuote, spiazza, fa male, leggere il post di chi sente il bisogno di “mettersi in mostra” dicendo la sua, come se stesse compiendo un gesto nobile, fa riflettere più sul suo bisogno che sulla realtà dei fatti.

È una tentazione ricorrente: mettere al centro il proprio io. Torno a ciò che mi ricordava quel monaco: “È morto don Matteo”. E il prete risponde: “Io mi sento, io ho fatto, io oggi dico…”. Notizia: “Don Ravagnani lascia il ministero”. E il prete scrive: “Non posso non dire la mia”. Ma sì che puoi. Puoi eccome. E, spesso, se stai zitto fai anche più bella figura. Questo non nega che ci sia chi, come persona, come confratello, come Chiesa, è stato davvero accanto a Ravagnani. Non nega neppure che qualcuno avrebbe voluto essergli più vicino e non ci sia riuscito. Ma nelle relazioni umane esistono vicinanze che, in un momento, ti sostengono e altre che, nello stesso momento, ti pesano. E davanti a scelte così importanti serve anche una vicinanza particolare: quella di chi sa tacere, di chi non invade, di chi non pretende spiegazioni. E invece noi, che ci crediamo grandi confessori e grandi ascoltatori, spesso non sappiamo tacere davvero. Non sappiamo stare accanto all’altro senza giudicare. Ci scopriamo improvvisamente medici, avvocati, politologi, persino psicologi improvvisati: abbiamo sempre la risposta pronta, e perfino la tentazione di minimizzare i drammi con frasi leggere, quasi violente nella loro superficialità: “Ma sì, dai, poi passa”. E invece non passa. 

E poi c’è la maturità affettiva: un’altra di quelle questioni gravi, che dovrebbe interrogare sul serio il seminario e non essere tirata fuori marginalmente quando accadono eventi spiacevoli. Quando questa maturità non è raggiunta, affiorano dinamiche ben poco cristiane e, paradossalmente, anche molto prevedibili. Ne abbiamo parlato spesso su Silere non possum, ribadendo più volte un punto elementare: la vita affettiva del presbitero, come quella di chiunque, è privata e tale deve restare. Chi si dice amico dovrebbe comprendere che certi rapporti appartengono a una sfera che non è quella dei social, non è materia per post, risentimenti, sottintesi, racconti a mezzo mondo. E questo vale ben oltre la vicenda che stiamo osservando. C’è un modus operandi ricorrente: alcuni, quando si sentono rifiutati, non desiderati, non riconosciuti, reagiscono in due modi ugualmente poveri. O mettono in giro voci false su chi li ha respinti, oppure indossano la maschera del risentito, trasformando la ferita in una rivendicazione pubblica, quasi fosse un credito da riscuotere davanti alla platea. Ma se una persona non sente il bisogno di quella vicinanza, o non riconosce come utile quel modo di “stare accanto”, nessuno è autorizzato a pubblicare il post rancoroso del tipo: “Gli siamo stati accanto ma non ci ha voluto”. Quella frase non racconta la cura; racconta un bisogno di controllo, e soprattutto racconta la difficoltà a sopportare che l’altro abbia un confine. Questa dinamica, nella Chiesa, è fin troppo frequente. E spesso produce conseguenze peggiori: il giro delle maldicenze, le storie inventate, la vendetta mascherata da “delusione sentimentale”. Essere rifiutati, allontanati, non ascoltati, non cercati, non fa bene. Dispiace. Siamo umani, siamo uomini in cammino. E proprio per questo conviene dirsi una verità semplice: non sono perfetto io e non lo sono gli altri. Pace. Si vive, si cammina, si va avanti. Si cerca di rispettare tutti, di amare, di lasciarsi amare ma posso sbagliare io come gli altri. 

La vocazione: non una fotografia immobile

La libertà di cui ha parlato don Alberto Ravagnani può essere qualcosa di diverso da ciò che molti proiettano addosso alle persone. Non coincide automaticamente con il “faccio quello che voglio”. Si tratta, magari, di una serie di cose. Come, ad esempio, la dinamica per cui prima ti esaltano, ti spingono, ti usano: sei “il prete influencer”, “il prete dei giovani”, quello buono da mettere in vetrina. Ti coinvolgono nelle iniziative della cosiddetta Chiesa digitale, ti invitano perfino a parlare in Sala Stampa vaticana, magari ti propongono anche di scrivere un libro. Poi però cambia il vento. Quando attorno a te si fa quadrato, quando diventi il bersaglio del momento, scattano le prese di distanza: ti dicono che devi “ridimensionarti”, smettono di esporsi, e arrivano persino a cancellarti da un progetto già avviato, togliendo la tua storia da un libro che sta andando in stampa, per paura di “contagiarsi” e compromettere la posizione degli altri autori.

Oppure, può essere, invece, una scoperta tardiva, un passaggio di verità, l’emersione di una consapevolezza che matura nel tempo. Accade nel matrimonio: una persona può rendersi conto, anche dopo anni, che quella persona non è quella giusta, oppure che non è quella la sua vocazione. Questa dinamica riguarda anche il sacerdozio. La differenza è che gli sposi non portano addosso quell’idealizzazione che abbiamo caricato sul prete, trasformandolo in un simbolo da difendere più che in un uomo da sostenere. Oppure può darsi che egli abbia compreso che il sacerdozio, così come oggi la Chiesa cattolica lo intende e lo struttura, non corrisponde a ciò a cui il Signore lo ha chiamato. La formazione del prete, lo ripetiamo allo sfinimento nei nostri ritiri, è permanente. E anche la vocazione non è una fotografia immobile: è un divenire, un percorso. La santità stessa è un cammino. Perché allora questa urgenza di giudicare, colpire, sentenziare su un itinerario che, per sua natura, si comprende solo attraversandolo?

Una lezione possiamo impararla

Se vogliamo trarre da questa storia qualcosa di positivo anche per noi, allora dobbiamo spostare lo sguardo dalla cronaca al punto che brucia davvero: la formazione sacerdotale e la responsabilità ecclesiale che le sta attorno. Guardiamo la filiera intera: la formazione e il discernimento che conducono all’ordinazione; il contesto umano e pastorale in cui un presbitero vive; la comunità che gli viene affidata; il modo in cui il presbiterio viene sostenuto oppure, lentamente, logorato. Domandiamoci perché diversi stanno lasciando il ministero. Domandiamoci perché tanti sono vittime di burnout e depressione. Domandiamoci perché c’è chi arriva a togliersi la vita. Domandiamoci perché spesso ci sono immaturità affettive. Domandiamoci perché alla preghiera viene riservato così poco spazio reale, e perché, troppo spesso, si procede per urgenza, per incastri. Domandiamoci perché in seminario si procede per selezione o cooptazione, invece che per un discernimento serio, paziente, capace di dire anche: “No, non è questa la tua strada”, senza umiliare nessuno e senza trasformare una scelta in una condanna.

Diciamolo con chiarezza: oggi la formazione sacerdotale spesso non funziona. Il seminario rischia di diventare un percorso a tappe in cui si corre, e spesso si corre in fretta. Si allungano gli anni, si aggiungono moduli, si moltiplicano le verifiche, ma è un sistema per sopperire ad una incapacità. Tutto resta invariato: cambia la durata, non cambia l’impianto. Il risultato è un cammino tutt’altro che sereno, perché non di rado ci si imbatte nelle dinamiche di alcuni rettori e formatori che promuovono i propri simili e marginalizzano chi ha sensibilità diverse. In un contesto così, il discernimento difficilmente può essere serio e pacificato; e l’ordinazione finisce per essere percepita come un trofeo da conquistare, più che come l’esito di una consapevolezza maturata. Se questo clima da caccia alle streghe, questa logica di selezione, cessasse, il seminarista che lascia non verrebbe immediatamente etichettato come un fallito. Invece oggi spesso accade il contrario: si procede con questa mentalità e, in più, si inventano storie su chi esce, come fanno le sette, cioè mortificando chi ha preso le distanze, colpendolo per “educare” gli altri. Se si agisse davvero secondo discernimento, si riconoscerebbe semplicemente che quella persona ha scelto un’altra via, un’altra strada.

E c’è un aspetto ancora più rivelatore: il discernimento, oggi, non viene praticato con serietà nemmeno rispetto ai carismi. Pensiamo a un giovane che entra in un seminario diocesano. Quante volte trova un formatore capace di dirgli, con libertà e competenza: “Esistono vocazioni diverse: la vita religiosa, la vita monastica, l’esperienza eremitica; e dentro queste forme ci sono carismi differenti, famiglie spirituali differenti, realtà alle quali potresti essere più affine”? Spesso non accade. Da un lato, ci sono formatori che non hanno una reale cognizione delle vocazioni e dei carismi; dall’altro, gli stessi formatori agiscono spesso in modo ideologico: se “non sei adatto” al sacerdozio, allora, per loro, non sei adatto a nulla, in nessun luogo e in nessuna vocazione. È così che il sacerdozio viene trattato come uno status elitario, anche perché sul matrimonio non mostrano alcuna preoccupazione. Certo, ci sono giovani che oggi hanno questa idea. Ma, molto spesso, sono proprio alcune modalità formative a trasmetterla: quando il discernimento diventa una questione personale, quando il giudizio sul cammino dell’altro è filtrato da simpatie, appartenenze, paure, e non da un reale servizio alla verità di quella persona davanti a Dio.

I nodi che la Chiesa deve affrontare

Don Alberto Ravagnani, volutamente o involontariamente, ha messo sul tavolo alcuni temi che i preti e la Chiesa, se sono seri, devono affrontare senza giri di parole: evangelizzare oggi; raggiungere i giovani dove sono; i guadagni economici; la cura del corpo come espressione di benessere fisico, psicologico e spirituale; l’uso dei social da parte del clero e dei religiosi. E guardando i commenti sotto ai post, la domanda è inevitabile: i cattolici sono davvero convinti che insultando un prete, insultando i suoi fedeli e i suoi giovani, stiano evangelizzando e rendendo la Chiesa un luogo desiderabile?

Infine, l’autorità dei vescovi. Il vescovo deve vigilare e intervenire su tutto ciò che fa il prete: sulla sua vita, sulle relazioni, sul modo di celebrare, sul modo di predicare, sul modo di affrontare i temi? Oppure deve intervenire nei casi gravi, con criteri chiari, con responsabilità reale? Perché da anni, ed è successo anche a Bergamo, esistono gruppi organizzati che si definiscono “tradizionalisti”, ma in realtà agiscono come frange talebane di partiti politici: si ritrovano in blog estremisti, colpiscono preti e vescovi, scrivono in massa alla curia chiedendo provvedimenti contro il “prete mal capitato” di turno. Qui serve distinguere: se un prete commette reati, se diffama, insulta, calunnia, parla in modo volgare e ossessivo di sesso, colpisce laici, confratelli e perfino il Papa, il vescovo ha un dovere di vigilanza e di intervenire anche sul piano canonico e, quando serve, civile. Ma se un prete compie scelte dentro la propria libertà e nel proprio ministero, e si ritrova addosso queste campagne di commenti, insulti, critiche continue, allora la domanda torna, pesante, concreta: davvero crediamo che questo sia un ambiente desiderabile, un luogo in cui qualcuno vorrebbe vivere?

C’è poi un nodo che molti sfiorano senza mai affrontarlo con onestà: è giusto che un prete trovi risorse economiche per sostenere le proprie attività? Sì è tirato in ballo il diritto canonico ma siamo così certi del nostro otto per mille? Siamo convinti che sia sufficiente e che durerà in eterno? Esistono modalità corrette e modalità scorrette per recuperare fondi? E, soprattutto, chi stabilisce concretamente che cosa è lecito e che cosa non lo è: con quali criteri, con quale coerenza, con quale trasparenza? Perché altrimenti si scivola nell’arbitrio morale. Se è vietato prendere soldi per sponsorizzate lo è sia quando sponsorizzo gli integratori che quando sponsorizzo i rosari.

Se però a ricevere denaro è un prete “influencer” su Instagram, è un problema; se invece lo incassa un prete girovago, senza incarichi reali in diocesi, che si finanzia con ospitate nei salotti televisivi dove insulta gli altri, con la vendita di libretti pieni di invettive e sciocchezze, o con gli abbonamenti a un pseudo-blog spacciato per “rivista” in cui diffama e calunnia terzi, allora improvvisamente si chiude un occhio?

È qui che riemerge un tratto grave e purtroppo ricorrente nella Chiesa: la logica dei due pesi e due misure. Ci sono i protetti e ci sono i dannati. E spesso non decide la serietà dei comportamenti, ma l’appartenenza, la protezione di un circuito, la convenienza di un ambiente. Ecco perché questa vicenda non riguarda soltanto don Alberto Ravagnani. Riguarda il modo in cui una comunità ecclesiale reagisce di fronte a eventi che non si aspettava di dover affrontare. Anche perché continuare a dire che “è una fragilità”, “non è riuscito”, “povero don Alberto” sinceramente mi fa venire il prurito. E se lui non lo vive come una sconfitta, perché dovremmo viverla noi in questo modo? La nostra preoccupazione è che lui segua il Signore e la sua vocazione. A noi resta una scelta netta, che dice chi siamo: vogliamo accompagnare o sorvegliare, custodire o sbranare, essere fratelli oppure trasformarci in matrigne incattivite che pretendono di educare mordendo? E a chi sente l’urgenza di commentare tutto, come se ogni vicenda altrui fosse un palcoscenico, resta un consiglio che Papa Francesco ha consegnato alla Chiesa e che dovrebbe valere come disciplina interiore: se proprio non riesci a fuggire dal chiacchiericcio, morditi la lingua.

d.R.M. e M.P.
Silere non possum