Milano - All’inizio degli anni Sessanta, mentre Gioventù Studentesca cresceva rapidamente nelle scuole superiori lombarde e iniziava a diffondersi oltre i confini della diocesi ambrosiana, attorno a don Luigi Giussani si addensarono attenzioni non solo entusiaste, ma anche cariche di inquietudine. Il punto non riguardava l’organizzazione o la disciplina. Le contestazioni toccavano una questione decisiva: che posto avesse l’esperienza nella trasmissione della fede e come si configurasse, dentro questo metodo, il rapporto tra esperienza personale e autorità ecclesiale.
A distanza di decenni, è inevitabile che a qualcuno fischino le orecchie alla luce di quanto è accaduto negli ultimi anni dentro il Movimento, e di come oggi si tenti di riproporre certe categorie come se fossero la chiave interpretativa di tutto. Ma qui si apre un equivoco pericoloso: se c’è un modo efficace per mascherare dinamiche di potere e conflitti interni - talvolta alimentati da laici che finiscono per assumere posture da “parroci”, con annesse “prediche” - è proprio quello di spostare il confronto su un terreno teorico, elevandolo a disputa “spirituale” o “metodologica”. E, paradossalmente, non si poteva scegliere argomento meno adatto: le contestazioni che oggi vengono evocate furono rivolte persino a don Giussani, sulla cui rettitudine di intenzioni e tensione alla Chiesa non si può ragionevolmente insinuare ombra.
Non si tratta di un caso isolato. La storia ecclesiale è attraversata da episodi analoghi, che hanno colpito santi e uomini di Dio: da san Francesco a san Giovanni Bosco, da Padre Pio da Pietrelcina fino a figure più vicine nel tempo.
Le prime segnalazioni: il sospetto sul “primato dell’esperienza”
La prima vera allerta formale giunge il 2 gennaio 1961, quando il vescovo di Crema, Placido Maria Cambiaghi, scrive all’arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini, riferendo le preoccupazioni raccolte dall’assistente diocesano della GIAC, don Zeno Bettoni. L’oggetto della segnalazione riguarda il metodo educativo di Gioventù Studentesca, ritenuto eccessivamente sbilanciato sull’“esperienza” vissuta dai ragazzi.
Nei resoconti inviati a Milano si descrive un linguaggio che parte dal racconto dell’incontro personale con Cristo, dalla trasformazione della vita, dall’esperienza comunitaria dell’amore, con il rischio - così viene formulato - di una povertà di sostanza teologica e di derive riconducibili a soggettivismo, esistenzialismo, ontologismo. L’accusa, in sostanza, è che la verità cristiana venga presentata come conseguenza dell’esperienza individuale, più che come contenuto oggettivo trasmesso dalla Chiesa.
La preoccupazione di Montini: metodo legittimo, rischio dottrinale
L’Arcivescovo Montini, futuro Paolo VI, non ignora né minimizza. Al contrario, segue personalmente la vicenda. Il 16 giugno 1963, poche ore prima di partire per il Conclave che lo eleggerà Papa, scrive a Giussani quella che sarà la sua ultima lettera da arcivescovo. Il tono è insieme paterno e vigile.
Il punto critico è espresso con chiarezza: l’esperienza cristiana può essere un valido metodo pedagogico, a condizione che sia guidata e ricondotta a una “scala obiettiva delle verità e dei valori”. Ciò che non è ammissibile, scrive Montini, è il primato dell’esperienza teorizzato come assoluto, perché seguaci inesperti potrebbero formularne espressioni dottrinalmente inesatte. La “trepidazione” non riguarda l’intenzione di Giussani, ma le possibili conseguenze educative ed ecclesiali di un metodo non sufficientemente chiarito

La risposta di Giussani: chiarire l’esperienza, non difendersi
Giussani comprende immediatamente la posta in gioco. Non reagisce polemicamente né si rifugia in un’obbedienza formale. Nell’estate del 1963 mette per iscritto un testo di poche pagine che diventerà decisivo: La struttura dell’esperienza. Prima ancora della pubblicazione, lo sottopone a monsignor Giovanni Figini, suo professore in seminario e censore ecclesiastico della diocesi ambrosiana, che non modifica una virgola e concede il nihil obstat.
Il punto di partenza è netto: esperienza non coincide con il “provare”. Non è accumulo di sensazioni né reazione soggettiva agli eventi. “Concretamente - scrive Giussani - esperienza è vivere ciò che mi fa crescere”. L’esperienza autentica è sempre intelligenza del senso, scoperta del significato delle cose nella loro connessione oggettiva con il tutto. Per questo, l’esperienza non crea la verità, ma la riconosce
Giussani rovescia così l’accusa di soggettivismo: l’esperienza vera implica un rapporto obiettivo, un “dire di sì” a un significato che precede l’io. Non solo: essa mobilita la capacità di aderire, cioè di amare. L’esperienza cristiana, allora, è intrinsecamente ecclesiale, perché il significato ultimo della realtà si impone come Parola di un Altro, non come costruzione individuale.
Autorità ed esperienza: un nesso strutturale, non alternativo
In questa chiarificazione emerge il secondo punto contestato: l’autorità. L’insistenza sull’esperienza faceva temere una relativizzazione del magistero e della mediazione ecclesiale. Giussani risponde mostrando che l’autorità autentica nasce dall’esperienza vera, non la sostituisce. È autorevole ciò che introduce più profondamente nel reale, ciò che aiuta a coglierne il senso. L’autorità, in questa prospettiva, non schiaccia la libertà, ma la genera.
Questa impostazione attraverserà tutta la sua opera successiva, dal Senso religioso al Rischio educativo, fino alla riflessione sulla Chiesa come luogo della certezza su Cristo. L’esperienza non è alternativa alla dottrina, ma il suo luogo di verifica; l’autorità non è esterna all’io, ma il segno di una presenza che corrisponde alle esigenze del cuore umano
Una contestazione ricorrente nella storia della Chiesa
Riletta oggi, quella vicenda mostra un dato che colpisce: le contestazioni rivolte a Giussani negli anni Sessanta ricalcano dinamiche già note nella storia ecclesiale. Ogni volta che il cristianesimo viene riproposto come avvenimento che interpella l’esperienza dell’uomo, riemerge il timore di una perdita di controllo dottrinale. Eppure, proprio quella chiarificazione - riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa con il nihil obstat - ha segnato un metodo che non ha mai preteso di sostituirsi al magistero, ma di renderlo esistenzialmente intelligibile.
Non si tratta affatto di un dettaglio storico. È un precedente che aiuta a comprendere anche le discussioni attuali, quando il richiamo all’esperienza viene di nuovo letto come minaccia, invece che come luogo in cui la fede può essere riconosciuta come ragionevole, vera e condivisibile. Alla fine, tutto si gioca qui. Non in una teoria sull’esperienza, ma nel suo peso reale. «La fede - scrive Giussani - non è accettazione di un discorso, ma riconoscimento di una Presenza che corrisponde alle esigenze del cuore dell’uomo». È per questo che l’esperienza non può essere aggirata né neutralizzata: perché è il luogo in cui la verità si rende verificabile, non negoziabile.
Per Giussani, l’autorità non si oppone mai a questo cammino. Al contrario, «è vera autorità solo ciò che accresce l’io», ciò che permette alla persona di stare davanti alla realtà senza paura. Quando l’autorità smette di servire questa crescita, perde la sua ragione profonda; quando l’esperienza viene separata dal suo significato oggettivo, si dissolve in impressione soggettiva. Tenere insieme questi due poli è il compito educativo più delicato e più necessario.
Non è un equilibrio astratto. È un rischio concreto. «Educare - ricordava il fondatore di CL - significa introdurre alla realtà totale». E la realtà totale non è un’idea, ma un fatto che accade, una Presenza che interpella la libertà e chiede di essere seguita, non spiegata. È questo il punto che allora inquietò, e che ancora oggi inquieta: una fede che non chiede protezione, ma verifica; un’autorità che non sostituisce la coscienza, ma la genera. È da qui che passa la fecondità di un carisma. Ed è da qui che si misura, sempre, la sua fedeltà alla Chiesa.
d.M.C.
Silere non possum