Città del Vaticano - Sabato 31 gennaio 2026, nella Sala Clementina, Papa Leone XIV ha incontrato i partecipanti al convegno “One Humanity, One Planet”, richiamando un punto spesso smarrito nel dibattito pubblico: la pace non regge se la società accetta di “scartare” qualcuno. Nel passaggio centrale del discorso il Pontefice ha parlato di una “guerra” che l’umanità fa a sé stessa quando emargina i deboli, esclude i poveri, resta indifferente davanti al profugo e all’oppresso; e, dentro questa logica, ha citato santa Teresa di Calcutta: «il più grande distruttore della pace è l’aborto», aggiungendo che nessuna politica può dirsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita “coloro che stanno per venire al mondo” e se non soccorre chi vive nell’indigenza materiale e spirituale. 

Le scimmiette nella scatola cranica dei politicanti

È bastata quella citazione perché una parte della stampa e dei social tornasse a leggere il discorso come un “incidente” o come una provocazione ideologica, con la consueta polarizzazione: la frase è stata estrapolata, rilanciata in forma di slogan, caricata di intenzioni e trattata come se introducesse una “novità”. Eppure, il testo letto per intero dice altro: il riferimento all’aborto è inserito dentro una visione coerente di bene comune, di tutela dei vulnerabili e di responsabilità politica verso chi non ha voce.

In questo meccanismo si muovono anche figure legate alla politica che usano il Papa come strumento: lo incensanoquando torna utile e lo colpiscono quando non conferma la loro narrazione. Così la destra può esaltarlo quando parla contro l’aborto, salvo poi attaccarlo quando richiama all’accoglienza dei migranti o quando denuncia l’incoerenza di chi “si dice contro l’aborto” ma giustifica la pena di morte. E la sinistra può applaudirlo quando difende i migranti, salvo poi irrigidirsi e aggredirlo quando richiama la tutela della vita che sta per nascere. Il punto, però, è più semplice e più scomodo: il Papa non è un leader di partito e non parla per distribuire consenso. Non “fa politica” nel senso della propaganda; richiama una verità morale che attraversa gli schieramenti e li mette in crisi, perché non coincide pienamente con nessuna etichetta. Il dramma, semmai, è proprio questo: nel gioco delle tifoserie si pretende un Pontefice addomesticato, mentre lui parla a una coscienza pubblica che oggi fatica ad accettare parole non allineate. Il punto, dunque, non è difendere uno slogan. È comprendere un nesso: perché, nel linguaggio di questa grande santa e nel pensiero della Chiesa, l’aborto viene letto come un problema di pace e non soltanto come questione “privata” o “confessionale”.

Nel lessico di Madre Teresa: quando la pace si spezza alla radice

Madre Teresa pronunciò la formula in contesti in cui la pace era il tema dichiarato. Nella Fondazione Nobel, nella lectio per il Nobel 1979, parlò dell’aborto come “direct war”, violenza diretta esercitata sul più inerme; e aggiunse un ragionamento che spiega perché, ai suoi occhi, il danno non si ferma all’atto in sé: se una madre può sopprimere il proprio figlio, che cosa resta come argine morale perché “io non uccida te e tu non uccida me”? 

Nel discorso al National Prayer Breakfast (3 febbraio 1994), lo stesso filo veniva espresso in modo ancora più netto: l’aborto diventa segno di una società che normalizza l’eliminazione del vulnerabile come soluzione a un problema. Non è un passaggio statistico, è un giudizio antropologico: quando la comunità accetta che la vita innocente possa essere rimossa per convenienza, l’idea stessa di limite alla forza si indebolisce, e con essa l’educazione collettiva al “non uccidere”. Qui sta una prima chiave per comprendere il senso delle sue parole senza trasformarle in propaganda: “più grande” non significa “unica” tragedia del mondo, né una graduatoria tra dolori. Indica un fondamento: ciò che, se incrinato, rende più facile scartare anche altri - i poveri, i malati, gli anziani, gli indesiderati - perché la logica è la stessa.

La pace oltre la tregua: una definizione che rende intelligibile il nesso

Nel dibattito contemporaneo sulla pace esiste una distinzione utile, anche per un lettore non credente: la pace negativa (assenza di guerra aperta) e la pace positiva (presenza di giustizia, tutela effettiva dei diritti, rifiuto della violenza strutturale). Il politologo Johan Galtung ha reso celebre questa grammatica concettuale: la pace non coincide con la semplice sospensione del conflitto, ma con l’ordine umano che impedisce la violenza contro chi è esposto e privo di difese. È proprio in questa prospettiva che l’aborto viene letto – da Madre Teresa, dalla Chiesa e dal Papa moralmente illecito - come forma di violenza diretta verso un essere umano che non può opporsi. Il registro di Leone è precisamente il registro di Madre Teresa: non stava facendo un comizio; stava dicendo che la pace, per essere tale, deve reggere nella relazione più originaria e asimmetrica, quella in cui uno dipende totalmente dall’altro. Se la relazione che dovrebbe custodire la vita diventa il luogo dell’eliminazione, la convivenza si educa a un principio di selezione: vive chi è accolto, chi è conforme, chi è desiderato, chi non pesa.

Il pensiero della Chiesa: pace, diritto alla vita, bene comune

Le parole di Leone XIV non hanno nulla di “strano” né di realmente innovativo: si collocano in una linea già tracciata. Sullo stesso tema, Papa Francesco aveva usato espressioni persino più dure ("affittare un sicario per risolvere un problema") e per questo era stato attaccato con particolare ferocia.

La dinamica, però, dice molto più del dibattito sull’argomento: a Bergoglio veniva spesso concesso di essere utilizzato come grimaldello contro la Chiesa, ma quando pronunciava verità scomode diventava improvvisamente “inaccettabile” anche per quella stampa che fino a poco prima lo celebrava. La Chiesa però, a differenza della politica, non ha mai cambiato idea sul tema. In Pacem in Terris la pace è descritta come costruzione di un ordine fondato su verità, giustizia, carità e libertà: un ordine che implica il riconoscimento dei diritti fondamentali della persona, a cominciare da quelli più elementari. Per la Chiesa, la pace non è un prodotto della diplomazia soltanto; nasce dall’architettura morale della società. In Evangelium Vitae, l’attacco alla vita innocente viene letto come indice di una “cultura” che accoglie l’esistenza a condizioni: quando la vita vale solo se risponde a requisiti di efficienza, salute, utilità, desiderabilità, allora il confine tra tutela e selezione diventa fragile. La conseguenza sociale è la normalizzazione dello scarto: oggi l’embrione, domani il disabile, dopodomani l’anziano. Il Catechismo della Chiesa Cattolica e la Congregazione per la Dottrina della Fede fissano, in modo stabile, la valutazione morale dell’aborto procurato come atto gravemente contrario alla legge morale; e lo fanno non come “ossessione”, ma come applicazione di un principio: nessuno può rivendicare il diritto di distruggere direttamente un innocente. Qui si comprende il senso dell’insistenza: senza un vincolo forte su questo punto, l’etica pubblica perde uno dei suoi cardini. 

Una tradizione che parla insieme di nascituri, poveri, profughi

Il discorso pronunciato ieri va letto in questa continuità: Leone XIV non ha separato l’aborto dalle altre ferite; lo ha collocato accanto a povertà, migrazioni forzate, oppressione. Per questo fa ridere che oggi la destra estrapoli quelle parole e le usi come slogan. È la medesima logica: la pace si spezza dove l’umano viene gerarchizzato e qualcuno diventa sacrificabile. Per questo la reazione scandalizzata che riduce tutto a “tema identitario” manca il bersaglio: nel testo, l’orizzonte è integrale. La politica è chiamata a misurarsi con la dignità che non dipende dal consenso, dalla forza, dalla produttività, né dall’appartenenza. Il recente documento del Dicastero per la Dottrina della Fede Dignitas infinita insiste proprio su questo: la dignità non si perde e non si negozia, soprattutto quando una persona appare “indegna” agli occhi del mondo. 

Che cosa resta, allora, del “caso” mediatico

Se si vuole fare informazione e non agitazione, conviene riconoscere due fatti. 

Primo: la citazione di Madre Teresa è volutamente forte, perché nasce da un’antropologia che considera il concepito parte della comunità umana e vede nell’aborto la forma più estrema di esclusione.

Secondo: nel discorso di Leone XIV quella forza non viene usata per produrre divisione, ma per ribadire un criterio di pace come tutela dei più piccoli e degli scartati, e per chiedere alla politica coerenza: servire i popoli significa non abbandonare chi sta per venire al mondo e non lasciare soli i poveri, i profughi, gli oppressi. 

Ancora una volta, lo abbiamo ricordato ieri, raccontare la Chiesa senza viverla produce soltanto rumore. Si può essere in disaccordo con il Papa e con la Chiesa: è legittimo. Ma una cosa è un dissenso argomentato, capace di misurarsi con i testi e con le categorie reali del magistero; un’altra è recitare la parte degli scandalizzati, fingendo sorpresa davanti a un Pontefice che riprende, con le parole di una santa e premio Nobel a cui la stessa società ha riconosciuto un’autorità morale, un asse costante dell’insegnamento cattolico: la pace non regge dove diventa normale l’eliminazione o l’abbandono del vulnerabile.

s.C.A.
Silere non possum