Città del Vaticano – In questi pochi mesi di pontificato mi è capitato di ascoltare ogni genere di commento su Papa Leone XIV. C’è chi, per nostalgia del passato, riduce tutto allo stile personale: il carattere, i paramenti, persino il modo di vestire. E c’è chi, all’opposto, gli rimprovera di non “fare abbastanza politica” - secondo i parametri di chi giudica. Con un dettaglio rivelatore: quando il Papa affronta temi pubblici in modo non allineato alle loro aspettative, gli stessi che chiedevano più interventi diventano improvvisamente i custodi del principio per cui la Chiesa non dovrebbe mettere piede nelle questioni dello Stato.
A differenza di chi cerca nel Papa un alleato da arruolare per battaglie politiche o ideologiche, noi lo ascoltiamo e lo osserviamo per ciò che è e per ciò che dice. E in questi mesi è diventato evidente che le sue parole, su molti temi, sono spesso più incisive e più scomode di quanto si voglia ammettere. Cambiano due elementi decisivi: il registro con cui vengono pronunciate – sobrio e mite - e la libertà con cui vengono consegnate, senza quel circuito di complicità con certa stampa, senza le “marchette” utili a costruire titoli e prime pagine che negli anni passati trovavano sponde e canali fin dentro Santa Marta.
Osserviamo allora che cosa ha detto Papa Leone XIV, anche solo di recente, su un tema che ricorre continuamente sui social e nel dibattito politico: il Venezuela. All’indomani dell’operazione americana, durante l’Angelus, il Pontefice ha indicato un criterio inequivocabile: «il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione». È una frase che taglia corto con le interpretazioni di comodo e fissa una priorità oggettiva.
Mentre governi e leader hanno adottato registri differenti - c’è chi ragiona soprattutto in termini geopolitici, chi si concentra sugli equilibri internazionali o sulle ricadute strategiche - Leone XIV ha riportato il baricentro sul fulcro della questione: sulla persona concreta, sul popolo venezuelano, sulla sua sofferenza quotidiana, e sul diritto a vivere in uno Stato di diritto effettivo, non soltanto proclamato. Il Papa non ha eluso i nodi. Ha parlato di sovranità del Paese, di Costituzione, di diritti umani e civili, di superamento della violenza, indicando un orizzonte preciso di giustizia e pace. E lo ha fatto senza ricorrere a formule diplomatiche evasive, ma chiamando le cose per nome e ponendo una gerarchia chiara delle priorità: prima di ogni interesse politico, economico o strategico viene il bene della popolazione, in particolare dei più poveri, schiacciati da una crisi che è insieme istituzionale ed economica.
Il confronto con le reazioni dei governi aiuta a comprendere la specificità di questo intervento. L’Italia, per voce del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha ribadito una linea: condanna della repressione del regime di Nicolás Maduro, mancato riconoscimento della sua auto-proclamata vittoria elettorale, rifiuto dell’azione militare esterna come strumento di cambio di regime, attenzione prioritaria alla sicurezza della comunità italiana e richiesta di liberazione dei cittadini occidentali detenuti. Una posizione costruita sul piano politico-istituzionale con l’inevitabile attenzione agli interessi nazionali e alla sicurezza internazionale.
Anche la Spagna ha scelto un registro preciso. Il premier Pedro Sánchez ha escluso il riconoscimento del regime di Maduro, ma allo stesso tempo ha respinto qualsiasi intervento che violi il diritto internazionale e alimenti una spirale di incertezza e bellicismo. L’appello è stato rivolto a una transizione dialogata, al rispetto della Carta delle Nazioni Unite e alla tutela della popolazione civile, in una prospettiva che privilegia la stabilità regionale.
Sul versante britannico, la posizione del governo di Londra si è mossa lungo una linea altrettanto definita, ma diversa per accenti. Il Regno Unito ha ribadito di non riconoscere la legittimità di Maduro, giudicando le elezioni del 2024 “né libere né corrette”, e ha confermato il proprio sostegno a una transizione democratica. Allo stesso tempo, ha preso le distanze da un coinvolgimento diretto nelle operazioni militari statunitensi, sottolineando la necessità di rispettare il diritto internazionale e di evitare un’ulteriore destabilizzazione del Paese e dell’area. Una posizione che resta ancorata al quadro giuridico e diplomatico, lasciando aperti interrogativi sulla legittimità delle azioni armate e sulle loro conseguenze a medio termine, come emerge anche dall’analisi contenuta nel dossier della House of Commons Library sulle reazioni internazionali alla crisi venezuelana .
In questo scenario, l’intervento di Leone XIV si distingue per un motivo essenziale: non si colloca in concorrenza con le diplomazie, ma ne smaschera i limiti quando rischiano di perdere di vista il fine ultimo. Il Papa non entra nel merito delle strategie militari né delle alleanze geopolitiche; richiama però tutti - credenti e non - a un criterio di giudizio che precede ogni schieramento: la dignità di un popolo e il suo diritto a un futuro di stabilità, collaborazione e concordia.
Attribuire a Leone XIV una mancanza di chiarezza significa non voler riconoscere la forza di una parola che sceglie deliberatamente di non farsi strumento di parte, ma di farsi voce di chi non ha voce. In un contesto segnato da contrapposizioni dure e da interessi incrociati, il Pontefice è stato l’unico a mettere davvero i puntini sulle “i”: ricordare che senza giustizia, senza diritti e senza attenzione ai più poveri, nessuna soluzione potrà dirsi autentica, né tantomeno duratura.
R.C.
Silere non possum