Negli ultimi giorni, due episodi hanno messo in luce un atteggiamento che non posso che definire ipocrita e distruttivo, portato avanti dai soliti fomentatori di odio che si nascondono dietro una maschera di cattolicesimo. Questi individui, che si ergono a giudici delle tradizioni e delle prassi ecclesiali, non sono altro che repressi, incapaci di trovare spazio altrove se non nella Chiesa, dove si rifugiano per evitare il confronto con un mondo che li avrebbe già messi alla porta.

Critiche sterili e narcisismo farisaico

Sono coloro che insultano gli altri accusandoli di insultare, che si presentano come difensori di istanze ma che, in realtà, non fanno altro che avvelenare il corpo ecclesiale con le loro critiche sterili e il loro narcisismo farisaico. E, ironia della sorte, molti di loro sono persino pagati dalle istituzioni ecclesiali, ospitati da vescovi e università, mentre diffondono un veleno che mina dall'interno la Chiesa stessa. Non è forse questo il "veleno interno" di cui ci ha parlato recentemente Mons. Erik Varden?

San Francesco e l'estrema unzione

Questi episodi, che riguardano in particolare le critiche sterili rivolte ai frati francescani per l'ostensione delle spoglie di San Francesco d'Assisi e le polemiche altrettanto sterili mosse contro il cardinale Domenico Battaglia e il linguaggio popolare che ancora utilizza il termine "estrema unzione", rappresentano l'ennesima dimostrazione di un atteggiamento che, anziché edificare, non fa altro che dividere e confondere, alimentando un clima di odio e disprezzo che nulla ha a che fare con il cuore della fede cristiana.

La distanza dalla realtà pastorale

Dobbiamo seriamente domandarci se questi laici - a cui, purtroppo, si accodano anche alcuni presbiteri e vescovi - abbiano mai vissuto l'esperienza concreta della parrocchia, di stare accanto ai fedeli, o se si limitino a pontificare dalle cattedre delle facoltà pontificie, urlando come forsennati che "dobbiamo ordinare le donne" o, peggio, trascorrendo il proprio tempo su Facebook a diffamare chiunque considerino un nemico. È facile nascondersi dietro uno schermo, smanettando come boomer, per traghettare calunnie e insulti, ma quando si tratta di confrontarsi sul merito, emerge chiaramente la loro incapacità e incompetenza nel ribattere con argomenti solidi e fondati.

Se osserviamo con attenzione, questi due eventi – le critiche sterili all'ostensione delle spoglie di San Francesco d'Assisi e quelle al linguaggio popolare che utilizza ancora il termine "estrema unzione" – hanno la stessa natura e partono dai soliti laici arrivisti. Si tratta di personaggi che vogliono far credere di aver capito tutto, mentre tutti gli altri, per secoli, avrebbero sbagliato tutto. Questi individui, con la loro arroganza, si ergono a maestri di una Chiesa che non conoscono, seguiti da imbarazzanti presbiteri che, invece di dedicarsi al ministero, si rendono ridicoli con sketch sui social, attirando il disprezzo sia dei cattolici che dei non credenti. È evidente che dietro questi atteggiamenti c'è una repressione profonda, frutto di anni trascorsi in parrocchie sperdute senza nulla di significativo da fare e molto tempo da dedicare allo scroll sui social.

La radice del problema: "critico per vivere"

In sostanza, in questi personaggi si ritrova sempre la stessa radice: "critico per vivere". Non troverete mai nei loro post, video o articoli un contributo costruttivo o una riflessione autentica. La loro esistenza si fonda sul contrapporsi agli altri, sull'attaccare e screditare chiunque non si allinei al loro pensiero. È da questa dinamica che traggono profitto e visibilità, alimentando un circolo vizioso di polemiche sterili. Certo, va detto che il loro seguito è composto per lo più da quattro spaesati vecchi e inabili, ma questo è un altro discorso.

La vera questione, però, è un'altra: perché la gerarchia ecclesiale continua a dar loro spazio? Perché, nonostante il loro evidente fallimento personale - spesso incapaci persino di gestire il proprio matrimonio e i loro figli - vengono chiamati a parlare a un clero che non ne può più di ascoltare i loro sproloqui? È un paradosso che merita una riflessione seria, perché questi personaggi non solo non edificano, ma contribuiscono a dividere e confondere, allontanando sempre più i fedeli dalla Chiesa.

La fede concreta del popolo di Dio

Non parlano mai di fede, non parlano mai della persona di Gesù Cristo, ma si limitano a sfoggiare roboanti spiegazioni teologiche, convinti di detenere l’unica vera fede. Sono gli stessi che non mettono piede alla Messa domenicale, ma pretendono di insegnare agli altri cosa sia corretto e cosa no.

In parrocchia, invece, noi ci confrontiamo ogni giorno con la realtà concreta dei fedeli: persone che recitano ancora il Padre nostro dicendo "non ci indurre in tentazione", perché così hanno pregato per tutta la vita e non si curano minimamente delle dispute dei linguisti; fedeli che, anche quando cambiano le parole del Messale Romano, non se ne accorgono; persone che, durante la Messa, non sanno neppure quando dire "Amen" nel canone e, nel dubbio, lo dicono comunque ad ogni "per Cristo nostro Signore". E così ti ritrovi costretto a cambiare le parole e dire "per Cristo Signore nostro", perché solo in questo modo riesci a evitare che scatti l’ennesimo "Amen" automatico. E poi ci sono quelli che ti chiamano, con la voce spezzata dal dolore, e ti dicono: "Mio padre sta morendo, può venire a dargli l’estrema unzione e la comunione?".

Eppure, questi personaggi, che non conoscono la fatica del ministero pastorale e neppure il dolore umano, vengono a spiegare a te, parroco d’anime, che dovresti correggere quella figlia distrutta, dicendole che non si dice "estrema unzione" ma "unzione degli infermi", che non si dice "comunione" ma "viatico". Ci rendiamo conto dell’assurdità?

Tradizionalisti e modernisti: due facce della stessa medaglia

Il problema è sempre lo stesso, cambia solo la bandiera. Non è quella nera dei tradizionalisti, ma quella rossa dei modernisti. Eppure, la natura è identica: un atteggiamento farisaico, fatto di formalismi e arroganza, che dimentica il cuore della fede e il volto di Cristo. È lo stesso spirito che Gesù ha condannato nei farisei: un’ossessione per le regole e le apparenze, che schiaccia le persone invece di sollevarle.

La questione dell'"estrema unzione": un falso problema

Le critiche all'uso del termine "estrema unzione" per il sacramento dell'unzione degli infermi sono un esempio lampante di un atteggiamento che si concentra sui dettagli formali, ignorando la realtà concreta della fede vissuta. Per secoli, i fedeli hanno chiamato questo sacramento "estrema unzione" perché, nella loro esperienza, veniva spesso amministrato nei momenti finali della vita. Questo non significa che il sacramento sia esclusivamente riservato ai morenti, ma piuttosto che il linguaggio popolare riflette una realtà pastorale vissuta e tramandata per generazioni. La riforma liturgica ha giustamente voluto sottolineare che si tratta di un sacramento "dei malati" e non solo "dei morenti", ma questo cambiamento di nome non altera la sostanza del sacramento né la sua funzione. Criticare chi usa ancora il termine "estrema unzione" significa ignorare la vita quotidiana dei fedeli, la loro fede semplice e radicata, e il valore di un linguaggio che, pur non perfetto, è profondamente legato alla tradizione e alla memoria collettiva della Chiesa.

La venerazione delle reliquie: un'espressione corporale della fede

Le critiche che circondano la venerazione delle spoglie di San Francesco d'Assisi rivelano spesso un atteggiamento farisaico. Accusare la Chiesa di "ostentazione" o "marketing religioso" significa fraintendere il significato profondo della venerazione delle reliquie.

La venerazione delle reliquie è una pratica antica, profondamente radicata nei primi secoli del cristianesimo. Come spiega San Tommaso d'Aquino: "Onoriamo le reliquie dei santi per tre motivi: primo, per onorare Dio, di cui i santi sono servi; secondo, per onorare i santi stessi, che sono amici di Dio; terzo, per ricevere benefici spirituali, come guarigioni e grazie" (Summa Theologiae, III, q. 25, a. 6). Questa pratica è una componente fondamentale di ciò che la Chiesa chiama pietà popolare. Il Direttorio su Pietà Popolare e Liturgia sottolinea che, se ben orientata, questa pietà "incoraggia la fede, la speranza e la carità" e "contribuisce a un incontro più fruttuoso con Cristo". Essa nasce dal senso quasi innato del sacro e dalla sete di Dio del popolo.

Le reliquie non sono "feticci", ma segni tangibili della presenza di Dio nella vita dei santi e, attraverso di loro, nella vita della Chiesa. Un insegnamento adeguato spiega il vero significato delle reliquie, assicurando che queste espressioni di fede siano sempre illuminate dai principi fondamentali del culto cristiano e centrate sull'unico vero Dio. La Chiesa, secondo la tradizione, "venera i Santi e tiene in onore le loro reliquie autentiche e le loro immagini" (236), riconoscendole come i corpi di coloro che furono "templi vivi dello Spirito Santo". La venerazione delle reliquie, quindi, è una potente espressione della fede cattolica nella resurrezione dei corpi e nella comunione dei santi. Non è un atto di idolatria, ma un modo per onorare Dio attraverso i suoi santi. Come afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica: "Le reliquie dei santi, così come le immagini sacre, sono oggetti di venerazione, non di adorazione, perché l'onore reso a loro si riferisce a Dio stesso" (CCC, 1674). Il Direttorio, peraltro, insiste sull'armonizzazione della pietà popolare con la liturgia, affinché la venerazione delle reliquie porti a una partecipazione più consapevole e attiva alla vita sacramentale della Chiesa. Onorando questi resti fisici, i fedeli si collegano alle vite eroiche dei santi e ricordano la promessa della nostra stessa risurrezione in Cristo.

La Chiesa e la tradizione viva

Insomma, la Chiesa non ha bisogno di adattarsi continuamente alle mode dei tempi. Non è un'azienda che necessita di un costante rebranding per rimanere al passo con le tendenze. È una realtà viva, ma profondamente radicata nella tradizione, che non sente il bisogno di trasformarsi per essere rilevante. Le comunità sono stanche di questi personaggi che, con atteggiamenti divisivi, creano un clima irrespirabile in nome di una teologia vaga e “al passo coi tempi”. La gente vive la fede attraverso le tradizioni, non tramite teorie astratte. Criticare il linguaggio popolare o le pratiche devozionali significa allontanare i fedeli, non avvicinarli. La Chiesa non è né un rifugio per nostalgici, né un laboratorio di sperimentazioni, ma una comunità di fede che vive la tradizione come una realtà viva e incarnata. È tempo di superare queste divisioni e riscoprire la bellezza della fede cattolica, che non ha bisogno di cambiare per essere rilevante, perché è sempre rimasta fedele a stessa.

p.A.T.
Silere non possum