15 minuti sono bastati al Papa per dimostrare quanto è necessaria la formazione sacerdotale



Pope Francis met with priests attending the International Conference on the Ongoing Formation of Priests





Sono bastati quindici minuti per permettere a Papa Francesco di dimostrare quanto sia importante la formazione sacerdotale. Questa mattina, 8 febbraio 2024, all’interno dell’aula Paolo VI il Pontefice ha ricevuto i presbiteri che hanno partecipato al Convegno internazionale sulla formazione sacerdotale permanente.

Sono stati giorni di riflessione su tematiche molto importanti, in particolare la giornata di ieri. Nell’intervento del consultore del dicastero per il clero, Chiara D’Urbano, è proprio emerso come sia importante anche guardare all’ambiente circostante che il formando vive. Da un lato, infatti, c’è il formatore e il formato che compiono un cammino. D’Urbano preferisce chiamarlo “accompagnamento” ma questo termine offre comunque un’immagine non corretta di quella che deve essere la formazione sacerdotale. Questa espressione rischia di rimandare, ancora una volta, ad un atteggiamento paternalistico: io devo accompagnarti, tu devi farti accompagnare. Come questo non avviene nella società e la Chiesa non lo fa con i laici, non c’è neppure bisogno lo si faccia con il sacerdote. Si tratta semplicemente di formare, proprio come avviene con tutti, i presbiteri ad essere uomini normali.

Come è stato sottolineato ieri, però, vi è anche un ambiente e spesso fra sacerdoti c’è diffidenza gli uni verso gli altri. Questo è favorito da un ambiente fortemente giudicante, spesso un clima di competizione e quella predisposizione al chiacchiericcio.



Chiacchiericcio che Papa Francesco condanna tanto ma che pratica con entusiasmo. Questa mattina il Papa ha dimostrato, in pochi minuti, quanto la formazione sacerdotale sia necessaria e lui è riuscito a calpestare tutto quanto detto in questi giorni con un solo discorso.

I mantra sono sempre i soliti e il Papa è consapevole che i vari giornalisti analfabeti lo riprenderanno e lo metteranno in prima pagina: «Un sacerdote amaro, un sacerdote che ha l’amarezza nel cuore è uno “zitellone”!» e «Quando la mondanità entra nel cuore del prete si rovina tutto» e ancora «Il sacerdote non nasce per generazione spontanea. O è del popolo di Dio è un aristocratico che finisce nevrotico». 

Santità, sono undici anni che Lei propina questa immagine del sacerdote. A noi sembra che “zitellone” è chi passa le proprie giornate a Santa Marta a ricevere giornalisti e monsignori delusi dalla vita che riportano il chiacchiericcio delle proprie diocesi. Zitelloni sono coloro che riprendono questo chiacchiericcio e ne fanno il motivo propulsore della propria attività di governo. Nevrotici sono coloro che si infastidiscono se gli vengono dette le cose come stanno e sono insofferenti verso i siti che spiegano cosa avviene dentro le quattro mura di Santa Marta. Mondano è chi si fa intervistare ogni giorno per parlare di sé stesso e non di Dio.

In questi giorni sono state dette cose molto importanti riguardo al clima ecclesiale che deve accompagnare la formazione sacerdotale. Noi siamo convinti che questo clima pesante, in particolare del laicato contro i sacerdoti, sia fomentato dalle sue uscite che probabilmente ci dicono molto sulle sue esperienze passate ma non ci dicono nulla su come la Chiesa possa prendersi cura dei propri preti. Per questi motivi, sia misericordioso anche Lei, La preghiamo vivamente di piantarla con questi mantra da prima pagina e inizi ad usare quella misericordia di cui tanto parla anche con i suoi preti.

d.M.S. e d.L.I.

Silere non possum 



Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti al Convegno Internazionale sulla formazione permanente dei sacerdoti



Cari fratelli e sorelle!

Vi ringrazio di cuore per questo momento che posso trascorrere con voi. Grazie di essere venuti a Roma in occasione Convegno internazionale per la formazione permanente dei sacerdoti, promosso dal Dicastero per il Clero – soprattutto dal grande capo coreano! – e anche dai Dicasteri per l’Evangelizzazione e per le Chiese Orientali. Ringrazio i Prefetti dei Dicasteri coinvolti e tutti coloro che si sono prodigati per la preparazione di questo appuntamento. Per tanti di voi non è stato facile venire a Roma; ma soprattutto voglio esprimervi la mia gratitudine per quanto fate nelle vostre diocesi e nei vostri Paesi, per il servizio che portate avanti e che anche il sondaggio condotto in vista di questo Convegno ha messo in luce.

In questi giorni avete la grazia di condividere le buone pratiche, di confrontarvi sulle sfide e sui problemi e di scrutare gli orizzonti futuri della formazione sacerdotale in questo cambiamento d’epoca, guardando sempre avanti, sempre pronti a gettare nuovamente le reti sulla Parola del Signore (cfr Lc 5,4-5; Gv 21,6). Si tratta di camminare alla ricerca di strumenti e linguaggi che aiutino la formazione sacerdotale, non pensando di avere in mano tutte le risposte – io ho paura di coloro che hanno in mano tutte le risposte, ne ho paura –, ma confidando di poterle trovare strada facendo. In questi giorni, allora, ascoltatevi a vicenda, e lasciatevi ispirare dall’invito che l’apostolo Paolo rivolge a Timoteo e che dà il titolo al vostro Convegno: «Ravviva il dono di Dio che è in te» (cfr 2 Tm 1,6). Ravvivare il dono, riscoprire l’unzione, riaccendere il fuoco perché non si spenga lo zelo del ministero apostolico.

E come possiamo ravvivare il dono ricevuto? Vorrei indicarvi tre strade per il cammino che state facendo: la gioia del Vangelo, l’appartenenza al popolo, la generatività del servizio.

Primo: la gioia del Vangelo. Al centro della vita cristiana c’è il dono dell’amicizia con il Signore, che ci libera dalla tristezza dell’individualismo e dal rischio di una vita senza significato, senza amore e senza speranza. La gioia del Vangelo, la buona notizia che ci accompagna è proprio questa: siamo amati da Dio con tenerezza e misericordia. E questo annuncio gioioso siamo chiamati a farlo risuonare nel mondo, testimoniandolo con la vita, perché tutti possano scoprire la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto (cfr Evangelii gaudium, 36). Ricordiamoci di ciò che diceva San Paolo VI: essere testimoni prima che maestri (cfr Evangelii nuntiandi, 41), testimoni dell’amore di Dio, che è l’unica cosa che conta. E quando uno non è capace di essere testimone è triste, è molto triste.

Qui troviamo un caposaldo della formazione permanente, non soltanto dei preti ma di ogni cristiano, che anche la Ratio fundamentalis sottolinea: solo se siamo e rimaniamo discepoli, possiamo diventare ministri di Dio e missionari del suo Regno. Solo accogliendo e custodendo la gioia del Vangelo, possiamo portare questa gioia agli altri. Nel fare formazione permanente, dunque, non dimentichiamo che siamo sempre discepoli in cammino e che ciò costituisce, in ogni momento, la cosa più bella che ci è capitata, per grazia! E quando noi troviamo sacerdoti che non hanno quella capacità di servizio, forse egoisti, sacerdoti che hanno preso un po’ la via “imprenditoriale”, allora hanno perso questa capacità di sentirsi discepoli, si sentono padroni.

La grazia suppone sempre la natura, e per questo abbiamo bisogno di una formazione umana integrale. Infatti, l’essere discepoli del Signore non è un travestimento religioso, ma è uno stile di vita, e dunque richiede la cura della nostra umanità. Il contrario di questo è il prete “mondano”. Quando la mondanità entra nel cuore del prete si rovina tutto. Su questo aspetto vi chiedo di impiegare tutte le vostre energie e risorse: la cura della formazione umana. E anche la cura per vivere umanamente. Una volta un vecchio prete mi ha detto: “Quando un prete è incapace di giocare con i bambini, ha perso”. È interessante: è un test. C’è bisogno di sacerdoti pienamente umani, che giochino con i bambini e che accarezzino i vecchi, capaci di buone relazioni, maturi nell’affrontare le sfide del ministero, perché la consolazione del Vangelo giunga al popolo di Dio attraverso la loro umanità trasformata dallo Spirito di Gesù. Non dimentichiamo mai la forza umanizzante del Vangelo! Un sacerdote amaro, un sacerdote che ha l’amarezza nel cuore è uno “zitellone”!

Una seconda strada da percorrere: l’appartenenza al popolo di Dio. Discepoli missionari si può essere solo insieme. Possiamo vivere bene il ministero sacerdotale solo immersi nel popolo sacerdotale, dal quale anche noi proveniamo. Questa appartenenza al popolo – non sentirci mai separati dal cammino del santo popolo fedele di Dio – ci custodisce, ci sostiene nelle fatiche, ci accompagna nelle ansie pastorali e ci preserva dal rischio di staccarci dalla realtà e di sentirci onnipotenti. Stiamo attenti, perché questa è anche la radice di ogni forma di abuso.

Per restare immersi nella storia reale del popolo, c’è bisogno che la formazione sacerdotale non sia concepita come “separata”, ma possa servirsi dell’apporto del popolo di Dio: di sacerdoti e fedeli laici, di uomini e donne, di persone celibi e coppie sposate, di anziani e giovani, senza dimenticare i poveri e i sofferenti che hanno tanto da insegnare. Nella Chiesa, infatti, vi è una reciprocità e una circolarità tra gli stati di vita, le vocazioni, tra i ministeri e i carismi. E questo ci chiede la sapienza umile di imparare a camminare insieme, facendo della sinodalità uno stile della vita cristiana e della stessa vita sacerdotale. Ai sacerdoti, soprattutto oggi, è richiesto l’impegno di fare “esercizi di sinodalità”. Ricordiamolo sempre: camminare insieme. Il prete sempre insieme con il popolo a cui appartiene, ma anche insieme al vescovo e al presbiterio. Non trascuriamo mai la fraternità sacerdotale! E su questo aspetto, di essere unito al popolo di Dio, Paolo avverte Timoteo: “Ricordati di tua mamma e di tua nonna”. Ricordati delle tue radici, della tua storia, della storia della tua famiglia, della storia del tuo popolo. Il sacerdote non nasce per generazione spontanea. O è del popolo di Dio è un aristocratico che finisce nevrotico.

Infine, una terza via è quella della generatività del servizio. Servire è il distintivo dei ministri di Cristo. Ce lo ha mostrato il Maestro, in tutta la sua vita e, in particolare, durante l’Ultima Cena quando ha lavato i piedi dei discepoli. Nell’ottica del servizio, la formazione non è un’operazione estrinseca, la trasmissione di un insegnamento, ma diventa l’arte di mettere l’altro al centro, facendo emergere la sua bellezza, il bene che è che porta dentro, mettendo in luce i suoi doni e anche le sue ombre, le sue ferite e i suoi desideri. E così formare i sacerdoti significa servirli, servire la loro vita, incoraggiare il loro percorso, aiutarli nel discernimento, accompagnarli nelle difficoltà e sostenerli nelle sfide pastorali.

Il prete che viene formato così, a sua volta si mette a servizio del popolo di Dio, è vicino alla gente e, come Gesù ha fatto sulla croce, si fa carico di tutti. Guardiamo a questa cattedra, fratelli e sorelle: la Croce. Da lì, amandoci fino alla fine (cfr Gv 13,1), il Signore ha generato un popolo nuovo. E anche noi, quando ci mettiamo a servizio degli altri, quando diventiamo padri e madri per coloro che ci sono affidati, generiamo la vita di Dio. Questo è il segreto di una pastorale generativa: non una pastorale in cui siamo noi al centro, ma una pastorale che genera figlie e figli alla vita nuova in Cristo, che porta l’acqua viva del Vangelo nel terreno del cuore umano e del tempo presente.

A tutti voi auguro ogni bene. Voi – questo voglio aggiungere e anche riprendere una cosa che ho detto prima – per favore, non stancatevi di essere misericordiosi. Perdonate sempre. Quando la gente viene a confessarsi, viene a chiedere il perdono e non a sentire una lezione di teologia o delle penitenze. Siate misericordiosi, per favore. Perdonare sempre, perché il perdono ha questa grazia della carezza, dell’accogliere. Il perdono sempre è generativo dentro. Questo mi raccomando: perdonate sempre. Vi auguro ogni bene per il vostro convegno; e vi lascio le tre parole-chiave: la gioia del Vangelo che è alla base della nostra vita, l’appartenenza a un popolo che ci custodisce e ci sostiene, al santo popolo fedele di Dio, la generatività del servizio che ci rende padri e pastori. Che la Madonna vi accompagni sempre. La Madonna dà una cosa a noi sacerdoti: la grazia della tenerezza. Quella tenerezza che si vede anche con le persone in difficoltà, i vecchi, gli ammalati, i bambini che sono piccolissimi… Chiedete questa grazia, e non abbiate paura di essere teneri. La tenerezza è forte. Grazie!


Articolo pubblicato il 8 gennaio 2024



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