Diocesi di Brescia

Brescia – Il vescovo di Brescia, Mons. Pierantonio Tremolada, si prepara a scrivere ai sacerdoti. Ai presbiteri verrà inviata una lunga lettera sul ministero presbiterale, nella quale Tremolada richiama con forza i temi della corresponsabilità, della sinodalità e della comunione tra vescovo, preti e laici. Il testo, pensato per accompagnare il cammino della diocesi verso il prossimo Convegno, si presenta come una meditazione spirituale sull’identità del prete “uomo di Dio e uomo di oggi”.

In un passaggio centrale il vescovo afferma: «I presbiteri sono esortati a favorire la corresponsabilità di tutti i battezzati nell'edificazione della Chiesa. Si parla di carismi da riconoscere e di incarichi da affidare. Non si usa qui il termine ministeri, che ora è più ricorrente, ma il senso è il medesimo. La Chiesa del futuro potrà contare su una maggiore valorizzazione dei ministeri laicali, in piena comunione con i ministeri ordinati. Una simile corresponsabilità, che si traduce in una condivisione progettuale e decisionale dell'azione pastorale, condotta in ascolto orante della voce dello Spirito Santo, permetterà di dare concretezza alla sinodalità della Chiesa, tanto raccomandata dal magistero di papa Francesco».

E ancora, citando il decreto conciliare Presbyterorum Ordinis: «Per quanto riguarda la comunione dei presbiteri con il vescovo, le parole dei padri conciliari non hanno bisogno di commento. Sono molto efficaci. Suonano come un appello forte e accorato ai vescovi, che sento rivolto anche a me personalmente: «Per questa comune partecipazione nel medesimo sacerdozio e ministero, i vescovi considerino dunque i presbiteri come fratelli e amici, e stia loro a cuore, in tutto ciò che possono, il loro benessere materiale e soprattutto spirituale. È ai vescovi, infatti, che incombe in primo luogo la grave responsabilità della santità dei loro sacerdoti: essi devono pertanto prendersi cura con la massima serietà della formazione permanente del proprio presbiterio. Siano pronti ad ascoltarne il parere, anzi, siano loro stessi a consultarlo e a esaminare assieme i problemi riguardanti le necessità del lavoro pastorale e il bene della diocesi» (PO 7)».

Le parole sono impeccabili. Il problema nasce quando si esce dalla carta e si entra nella vita reale della diocesi. La domanda che molti sacerdoti si pongono è brutale: come si può credere a questo richiamo alla “condivisione progettuale e decisionale” quando le scelte più delicate continuano ad essere prese e comunicate dall’alto, senza alcuna vera consultazione del presbiterio? Basti pensare - dicono i sacerdoti - alle nomine dei vicari: non discusse con il clero né con il consiglio presbiterale, ma presentate come decisioni già concluse “a reti unificate”.

Lo stesso vale per il capitolo sul laicato. Il vescovo parla di “maggiore valorizzazione dei ministeri laicali”, di corresponsabilità e sinodalità. Ma nei fatti, in Curia e negli organismi diocesani, i sacerdoti vedono spesso un ristretto giro di laici di fiducia, presenti in quasi tutte le commissioni e consigli, percepiti come un piccolo ceto stabile che di fatto orienta scelte, nomine, priorità, senza un reale ricambio né criteri trasparenti. È difficile parlare di “coinvolgimento del popolo di Dio” quando tutto sembra ruotare attorno a pochi nomi sempre uguali. Un sacerdote anziano spiega: «Da una parte c’è Paolo Adami, economo presente in tutte le Fondazioni possibili e immaginabili, con una voce che risuona ovunque; dall’altra Fabrizio Spassini, anche lui factotum, stabilmente inserito in ogni organismo, comprese le Fontanelle. Nel frattempo, se ti rivolgi in Curia per una pratica, devi aspettare mesi per avere una risposta. Si assume in Curia la moglie di Luciano Zanardini, il quale farebbe meglio a occuparsi di dare seguito a una comunicazione fatta bene, piuttosto che di altro. Abbiamo un giornale diocesano che non legge praticamente nessuno: arriva in parrocchia, viene accatastato accanto alla porta della canonica e spesso non viene nemmeno aperto. Ha un costo per la diocesi non indifferente. Gli interventi del vescovo li leggiamo prima su Silere non possum e poi sul sito, questo per rendere l’idea della tempestività di questi laici che “guai a noi, se dobbiamo lavorare la Domenica vogliamo l’aumento”. Nella migliore delle ipotesi i loro testi contengono errori, oppure vengono pubblicati articoletti banali che con la diocesi non hanno nulla a che fare. Spesso più politica, e sempre di un certo tipo, che fede. Se questo è il laicato che diciamo di valorizzare, siamo messi davvero male».

Senza dimenticare quei diaconi permanente che la CEI non ha più voluto ed ora amministrano musei come se fossero i loro. Amici, parenti, vicini…E al Consiglio per gli Affari Economici continuano ad arrivare richieste di denaro per fare lavori su lavori. Eppure, fra un museo statale ed uno diocesano dovrebbe esserci differenza, no? Magari un percorso catechetico e artistico? No, figuriamoci. C’è poi il Centro Pastorale diocesano, che ormai ha assunto nei fatti la fisionomia di una vera e propria struttura alberghiera e congressuale, mentre la dimensione “pastorale” sembra essere del tutto sparita. Anche la qualifica di Ente Ecclesiastico resta, seppur i requisiti non vi sono da tempo. In questo quadro, la retorica della “Chiesa sinodale” appare a molti preti come un linguaggio di copertura, non come una reale conversione del modo di governare.

Il punto, in fondo, è semplice e doloroso: la lettera chiede ai preti di credere in una corresponsabilità che loro, quotidianamente, non sperimentano. Si chiede di favorire il protagonismo dei laici, ma poi il sistema resta chiuso su pochi volti. Si esorta alla consultazione del presbiterio, ma le decisioni cruciali arrivano già confezionate nelle “stanze dei bottoni” (che peraltro cambiano coloro con una certa frequenza). Tra testo e prassi si apre così una frattura che rischia di minare la credibilità non solo del documento, ma della stessa parola del vescovo.

Se il vescovo vuole davvero che questa lettera non sia l’ennesimo esercizio di stile spirituale, la strada è una sola: iniziare lui per primo a praticare quella “condivisione progettuale e decisionale” che oggi non esiste affatto. I sacerdoti vogliono essere ascoltati, soprattutto quelli giovani. Fino a quando questo salto non avverrà, i richiami alla sinodalità continueranno a suonare come formule vuote per un clero che vede, sul campo, esattamente il contrario.

d.A.T.
Silere non possum