Martedì sera, 7 aprile 2026, uscendo da Castel Gandolfo, Leone XIV ha pronunciato parole che meritano di essere lette con attenzione, senza ridurle a una generica invocazione spirituale. Il Papa ha definito «veramente non accettabile» la minaccia rivolta contro l’intero popolo iraniano e ha invitato i cittadini dei Paesi coinvolti a far sentire la propria voce presso le autorità politiche, fino a richiamare esplicitamente i membri del Congresso. Un passaggio di straordinaria forza: un Pontefice che si rivolge direttamente a un popolo perché richiami i propri governanti alla responsabilità. Non era mai accaduto prima. Nelle stesse ore, l’arcivescovo Paul S. Coakley, presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, ha chiesto a Donald Trump di «fare un passo indietro dal precipizio della guerra», affermando che la minaccia di distruggere «un’intera civiltà» e di colpire infrastrutture civili non può essere moralmente giustificata.
Qui cade una delle letture più superficiali che hanno accompagnato questi primi mesi di pontificato. I giornalai sostenevano che Leone XIV parlasse poco, che fosse prudente fino all’irrilevanza, che mancasse di incisività. I fatti raccontano altro. Leone XIV, semplicemente, non si presta ai tempi imposti da questi professionisti della disinformazione, piegati alla politica e a interessi ideologici. Non adotta il loro linguaggio, fatto di frecciate, ammiccamenti e parole scomposte. Interviene quando ritiene che vi sia qualcosa che non possa essere taciuto. La sua voce si leva quando davanti alla coscienza si apre una soglia morale che non è più lecito oltrepassare nel silenzio. È per questo che le sue parole pesano più di tanti discorsi costruiti a favor di telecamera: arrivano a placere quel linguaggio della politica che ormai è assimilabile a quello dei bulli di quartiere e arriva a prospettare tramite i social network la distruzione di un intero popolo.
C’è poi un elemento che rende queste parole ancora più rilevanti. Leone XIV è il primo Papa americano, e proprio per questo il suo appello assume una densità particolare quando si rivolge, di fatto, alla coscienza civile degli Stati Uniti. Non si rifugia in formule astratte. Non si limita a chiedere genericamente dialogo. Dice ai cittadini di cercare il modo di comunicare con i loro rappresentanti. Dice che bisogna dire ai politici: non vogliamo la guerra, vogliamo la pace. È un salto importante, perché richiama in causa la responsabilità democratica del popolo davanti alla deriva bellica del potere. L’appello di Leone XIV non si ferma alla contingenza del momento, ma investe direttamente la missione propria del ministero petrino: confermare i fratelli nella fede e richiamare i popoli alla verità del bene comune. Là dove la politica si lascia sedurre dalla forza, il Papa ricorda il primato della coscienza, il valore della vita dei popoli, il dovere della pace. Non c’è debolezza in tutto questo. C’è, piuttosto, la fermezza di chi sa che esistono parole che non possono essere taciute, perché dal loro silenzio dipende la rovina degli innocenti.
Marco Felipe Perfetti
Silere non possum