Diocesi di Milano

Milano - Che cosa significa, concretamente, essere Chiesa? Non come formula astratta, ma come esperienza reale per uomini e donne che vivono dentro la cultura digitale, la precarietà, le paure sul futuro. La domanda non è teorica: per tanti giovani torna ogni volta che cercano amicizie vere, che si interrogano sulle scelte decisive della vita o che avvertono il desiderio di qualcosa di più grande di un semplice “star bene”.

Il punto di partenza può essere una frase programmatica come quella esplicitata dalla Pastorale Giovanile dell’Arcidiocesi di Milano: desideriamo «scoprire cosa significa stare insieme in Gesù, costituire una fraternità che sperimenta il Vangelo e lo condivide con tutti. In attesa del ritorno glorioso di Cristo, ci è donato lo Spirito Santo perché possiamo avere la sua forza che ci mette in movimento, pieni di speranza, verso i fratelli e verso la meta dell’incontro con il Signore».

In queste parole è contenuta una vera “mappa” per capire cosa vuol dire essere Chiesa oggi: stare insieme in Gesù, vivere una sinodalità missionaria, lasciarsi guidare dallo Spirito verso gli altri e verso il compimento.

La Chiesa come luogo dell’incontro con Cristo

Alla radice c’è una convinzione semplice e decisiva: la Chiesa esiste perché Cristo possa essere incontrato oggi. La parola «Chiesa» indica il «fenomeno storico il cui unico significato consiste nell’essere per l’uomo la possibilità di raggiungere la certezza su Cristo», perché Cristo «raggiunge ancora l’uomo attraverso una realtà che si vede, si sente, si tocca: la compagnia dei credenti in Lui», spiegava don Giussani.

Non è un dettaglio: se la Chiesa è questa “compagnia”, allora non è anzitutto un’istituzione estranea, ma il luogo concreto in cui l’incontro con Gesù diventa possibile e verificabile nel tempo. È ciò che Leone XIV ha ricordato ai giovani a Tor Vergata, quando ha detto che «il coraggio per scegliere viene dall’amore, che Dio ci manifesta in Cristo. È Lui che ci ha amato con tutto sé stesso, salvando il mondo e mostrandoci così che il dono della vita è la via per realizzare la nostra persona. Per questo, l’incontro con Gesù corrisponde alle attese più profonde del nostro cuore, perché Gesù è l’Amore di Dio fatto uomo». E proprio per questo «la paura lascia allora spazio alla speranza, perché siamo certi che Dio porta a compimento ciò che inizia». Essere Chiesa, allora, significa abitare un popolo in cui questo incontro avviene, si rinnova, sostiene la libertà. Non un’idea da difendere, ma una vita che ci precede e ci raggiunge.

Sinodalità missionaria: il nome ecclesiale dello stare insieme

Se la Chiesa è una compagnia, il modo in cui questa compagnia vive non è secondario. L’Arcivescovo Mario, nella proposta pastorale Tra voi, però, non sia così, sintetizza così la sinodalità: «un cammino di rinnovamento spirituale e di riforma strutturale per rendere la Chiesa più partecipativa e missionaria, per renderla cioè più capace di camminare con ogni uomo e ogni donna irradiando la luce di Cristo». È interessante che Mons. Delpini leghi la sinodalità non soltanto alle strutture, ma a un modo di stare nella storia: «Dio ha creato il mondo perché noi fossimo insieme. “Sinodalità” è il nome ecclesiale di questa consapevolezza». Non esiste Chiesa dove ciascuno procede da solo: esiste una comunità in cui i doni di ognuno sono chiamati a diventare servizio e corresponsabilità. Per questo l’Arcivescovo sottolinea che i discepoli di Gesù hanno legami e appartenenze come tutti, ma «si riconoscono fratelli di ogni persona», praticano il perdono e il servizio «con gratuità», si sentono responsabili dell’annuncio e sono «abitati da una invincibile speranza». Leggendo le pagine degli Atti, Giussani mostrava che il cristianesimo si riconosce da una certa forma di vita comunitaria: la koinonia, la comunione. È «la parola che indica il tipo di vita alla quale quella comunità animata dallo Spirito si destava», un modo di rapporto che coinvolge beni, responsabilità, solidarietà. Non è un vago sentimento fraterno, ma una struttura di rapporti che si traduce in condivisione reale, fino a far dire che i credenti erano «un cuore solo e un’anima sola» e che «non vi era alcun indigente» tra loro.

Sinodalità missionaria, allora, significa precisamente questo: una Chiesa in cui tutti sono coinvolti, tutti ascoltano, tutti discernono e tutti si sentono inviati, perché il Vangelo raggiunga ogni ambiente. Una Chiesa che non si ripiega sulle proprie dinamiche interne, ma cammina con ogni uomo irradiando la luce di Cristo.

Stare insieme in Gesù: fraternità che sperimenta il Vangelo

Se essere Chiesa è vivere una comunione sinodale, il suo centro non è l’equilibrio organizzativo, ma stare insieme in Gesù. La pastorale giovanile dell’Arcidiocesi di Milano esprime così il desiderio di questo anno pastorale: «Desideriamo scoprire cosa significa stare insieme in Gesù, costituire una fraternità che sperimenta il Vangelo e lo condivide con tutti». Ed è un punto delicato: non basta “stare insieme” genericamente; ciò che qualifica la Chiesa è il fatto che l’unità nasce dall’Eucaristia, dalla Parola, dalla presenza del Risorto in mezzo ai suoi. Giussani lo spiega bene quando parla dei sacramenti: sono «gesto della Chiesa come tale», prolungamento dei gesti di Cristo nella storia; e arriva a dire che la vita cristiana «non può mai essere concepita come un rapporto individualistico con Cristo; è invece un rapporto profondamente personale con Lui, cioè tutto giocato dentro la coscienza dei rapporti fraterni e dentro la responsabilità verso il mondo».  Anche Leone XIV rispondendo ai giovani a Tor Vergata, ha legato sempre la dimensione personale delle scelte a una trama di amicizie vere. Ai giovani che gli chiedevano come trovare relazioni autentiche in un mondo dominato dagli algoritmi, ha ricordato le parole di sant’Agostino: «Nessuna amicizia è fedele se non in Cristo», e ha invitato a volersi bene “in Cristo”, imparando a vedere Gesù negli altri e riconoscendo che l’amicizia può diventare «una strada verso la pace». In altre parole: la fraternità cristiana non è un gruppo di affini che stanno bene insieme, ma un luogo in cui ci si aiuta a seguire il Signore, ad amare Dio nell’amico e l’amico in Dio.

In questo orizzonte, le domande su che cosa significhi essere Chiesa, come vivere una sinodalità missionaria, come costituire una fraternità che sperimenta il Vangelo e lo condivide con tutti, non restano teoriche. Sono le domande che attraversano il cammino diocesano e che saranno poste in modo esplicito al centro delle catechesi proposte ai giovani dalla Pastorale Giovanile dell'Arcidiocesi di Milano durante le tre serate degli Esercizi spirituali di Avvento, «Nell’attesa della Sua venuta. In ascolto degli Atti degli Apostoli», organizzate in ciascuna Zona pastorale per l’1-3 dicembre 2025.

L’evento, in questo senso, è un passaggio concreto dentro un cammino più grande: non il centro del discorso, ma il luogo in cui le domande che inquietano e interrogano i giovani vengono prese sul serio, alla luce della Parola e della loro esperienza.

Lo Spirito che mette in movimento verso i fratelli

Resta un ultimo elemento decisivo: tutto questo accade in attesa del ritorno glorioso di Cristo, nel tempo che ci è dato come spazio della speranza. La Pastorale Giovanile insiste: «L’incontro con Gesù si rinnova pertanto nella Chiesa: protagonista assoluto è lo Spirito Santo, capace di tessere i fili di una storia che altrimenti sembra frammentata e scompaginata. Con la Pasqua e con l’esperienza della Chiesa nascente a Pentecoste, siamo battezzati nello Spirito, immersi cioè nell’amore di Dio che con il Battesimo abbiamo ricevuto. A partire da questo amore desideriamo vivere, trovare il coraggio per compiere scelte coraggiose e donarci agli altri senza riserve».

«Desideriamo scoprire cosa significa stare insieme in Gesù, costituire una fraternità che sperimenta il Vangelo e lo condivide con tutti». L’attesa non è un vago ottimismo religioso: è la consapevolezza che il mondo non è lasciato a sé stesso e che il tempo della Chiesa è il tempo in cui lo Spirito sospinge un popolo a uscire da sé, a servire, a testimoniare, ad andare incontro a chi è lontano. L’Arcivescovo Mario, parlando dei cristiani come «originali», dice che essi «guardano al presente e al futuro come tutti, con interesse, apprensione, senso di responsabilità, ma sono originali» perché «riconoscono nel presente e nel futuro che il Regno di Dio viene» e sono «abitati da una invincibile speranza». È lo stesso respiro che si avvertiva a Tor Vergata, quando Leone XIV invitava i giovani a trovare il coraggio di dire: «Tu sei la mia vita, Signore», e a lasciarsi trasformare da un amore che non viene meno.

Essere Chiesa, dunque, significa questo: lasciarsi raggiungere da Cristo dentro una compagnia concreta; imparare a vivere relazioni fraterne in cui ciascuno è responsabile della comunione; riconoscere che lo Spirito ci è donato perché non restiamo fermi, ma ci muoviamo - pieni di speranza - verso i fratelli e verso la meta dell’incontro con il Signore. In questo cammino, questi esercizi spirituali di Avvento sono tappe di un’unica storia: quella di un popolo che, nella confusione e nell’incertezza, continua a domandare di poter “stare insieme in Gesù” e di testimoniare il Vangelo fino al giorno in cui Lui tornerà nella gloria.

d.F.C. e S.E.
Silere non possum