Diocesi di New York

Joliet - «Prendo molto sul serio la mia vita di preghiera… voglio unire il mio cuore al cuore di Gesù». Se c’è una frase che riassume il profilo con cui mons. Ronald A. Hicks si prepara a guidare l’arcidiocesi di New York, è questa: un pastore che mette la preghiera al centro e che, parlando del suo futuro ministero, torna sempre al nome che considera decisivo, Gesù Cristo. Nell’intervista concessa a The Good Newsroom, registrata a Joliet (Illinois) mentre conclude il suo servizio episcopale nella sua vecchia diocesi, l’arcivescovo eletto si racconta senza costruzioni: la fedeltà quotidiana dell’Ora Santa, l’Eucaristia come asse della giornata, il desiderio di “fare la volontà del Padre” come criterio delle scelte, anche quando le tappe del percorso - dal seminario minore all’episcopato - lo hanno portato lontano dai suoi confini.

Il racconto personale si intreccia con la responsabilità imminente. Il 18 dicembre 2025 Papa Leone XIV ha accettato le dimissioni del cardinale Timothy Dolan e ha nominato suo successore mons. Hicks, originario dell’Illinois ed ex vicario generale dell’arcidiocesi di Chicago. L’ingresso ufficiale, con la presa di possesso della Cattedrale di San Patrizio, è previsto per venerdì 6 febbraio. Nelle risposte, però, la cronaca dell’avvicendamento resta sullo sfondo: in primo piano c’è l’immagine di un vescovo che vuole “pregare con le persone”, imparare a sentire New York come “casa” e accompagnare un presbiterio che sente come la prima linea della missione. 

Sulla preghiera e la spiritualità
«Prendo molto sul serio la mia vita di preghiera. Dedico parecchio tempo alla preghiera. Mi assicuro di fare ogni mattina un’ora santa, e l’Eucaristia è centrale nella mia vita. Ciò che sento muoversi più profondamente nel mio cuore è questo: nel pregare, il mio desiderio è unire il mio cuore al cuore di Gesù, per compiere la volontà del Padre. Voglio fidarmi. Voglio abbandonarmi. Voglio fare la volontà di Dio. Ho fatto tutto ciò che il Signore e la Chiesa mi hanno chiesto. Che mi sia stato chiesto di essere vescovo ausiliare, vescovo di una diocesi chiamata Joliet, o ora arcivescovo a New York, desidero semplicemente servire con fedeltà».

Sulla sua missione come arcivescovo
«Voglio seguire Gesù. Amo la Chiesa. Amo il sacerdozio. Amo le persone. Come vescovi siamo chiamati a governare, insegnare e santificare. Ma ciò che attendo con maggiore gioia è l’opportunità di pregare con le persone e di conoscerle nell’arcidiocesi di New York. C’è qualcosa di particolare nelle persone dell’arcidiocesi di New York. L’accoglienza, la sincerità, l’amore che le persone hanno per l’arcidiocesi e per la loro fede: tutto questo si percepisce. È autentico. E non vedo l’ora di farne parte».

Sull’eredità che vorrebbe lasciare
«Spero che si dica di me che sono stato sincero, autentico, fedele e che, con un cuore di pastore, il cuore di Gesù, ho pregato con le persone, ho pregato per le persone e ho condotto più persone a Gesù attraverso la Chiesa e i sacramenti, tutto per la salvezza delle anime. Non ho bisogno di realizzare grandi opere a mio nome. Voglio solo fare ciò che è volontà di Dio. E parte del compiere la volontà di Dio è introdurre le persone a suo Figlio, Gesù».

Sull’arcidiocesi di New York
«Sto imparando molto. Quello che sto imparando più di tutto riguarda le dimensioni, la vastità: tutto è più grande. Sono abituato al lavoro della Chiesa e al suo modo di operare, ma New York lavora su una scala molto più ampia. E credo che praticamente ogni parte del mondo sia rappresentata nell’arcidiocesi di New York. Qui c’è davvero chiunque. Essere cittadini del mondo nell’arcidiocesi di New York è, a mio avviso, una grande forza».

Sulla cattedrale di San Patrizio
«Nella mia vita sono stato a New York solo da turista. Ogni volta che l’ho visitata, la cattedrale di San Patrizio mi ha attirato. Ci sono andato per pregare o per ammirarne la bellezza, e ho sempre cercato di partecipare alla Messa. So cosa significa essere un esterno e vedere San Patrizio come la parrocchia d’America. È il cuore della Chiesa. Ora che sto per diventare arcivescovo, non vedo l’ora di pregare con le persone e di conoscere coloro che già la chiamano casa, così come le tante persone che la visiteranno continuamente. Condividiamo tutti qualcosa: la nostra fede».

Sulla diversità e sul chiamare New York “casa”
«Per tutta la mia vita sono stato chiamato ad andare oltre i miei confini. Ho potuto vedere molte parti diverse del mondo: culture, lingue, cibi e tradizioni differenti. Lo trovo affascinante ed entusiasmante. E tutto questo è rappresentato nell’arcidiocesi di New York. Ho studiato a Roma, ho fatto volontariato in Messico e ho vissuto in El Salvador e in America Centrale per cinque anni. Sono stato mandato un po’ ovunque. Ma c’è una differenza: ogni altro luogo era temporaneo. Mi piace molto il fatto che ora io sia chiamato a considerare New York come casa mia. Spero che le persone mi invitino nelle loro case».

Sull’immigrazione
«Il nostro Paese è stato fondato come una nazione di immigrati. Anch’io vengo da una storia di immigrazione: i miei antenati, irlandesi, tedeschi e polacchi, si sono stabiliti qui generazioni fa, facendo di questo Paese la loro casa. Ho vissuto in El Salvador e conosco le difficoltà che spingono le persone a cercare una nuova vita. A livello molto personale, comprendo l’esperienza dell’immigrazione. La dichiarazione sull’immigrazione della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti è pastorale e intelligente. Non afferma che si debbano aprire le frontiere senza leggi. Servono il giusto processo e il controllo dei confini. Allo stesso tempo, però, le nostre politiche devono agire in modo rispettoso e umano, sostenendo la dignità della persona».

Su sacerdoti e clero
«Ho appena salutato la diocesi di Joliet e ho voluto ringraziare in modo particolare i miei sacerdoti. Aver lavorato con loro, essere stato il loro pastore e condividere con loro la missione, è stata una grande gioia. Quello che sacerdoti e diaconi devono sapere di me è questo: amo essere sacerdote. Sono entrato in seminario a 14 anni e sono stato ordinato a 26. Anche nei momenti difficili, continuo ogni giorno a ringraziare Dio per il sacerdozio. I sacerdoti sono in prima linea. Se la nostra missione e i nostri ministeri vogliono essere vivi, dobbiamo lavorare insieme. Non vedo l’ora di sostenerli, incoraggiarli e talvolta anche di sfidarli. Ma soprattutto voglio amarli come un padre, come il loro pastore».

Sui giovani
«Non mi piace sempre quando si parla dei giovani come del futuro della Chiesa. Sono anche il presente. Ciò che offrono oggi e la loro appartenenza alla Chiesa, al corpo di Cristo, è vitale. Desidero che siano ben catechizzati, ben formati e con un cuore evangelizzato. Ma voglio anche che sappiano perché fanno tutto questo. È per Gesù. È l’incontro con Gesù. Se lo conoscono, se lo amano e lo servono bene, questo li accompagnerà per tutta la vita e trasmetteranno la fede alle generazioni successive. Voglio essere un arcivescovo che dica: tutti insieme, la nostra fede è importante. La vivremo, la condivideremo e continueremo a trasmetterla alle prossime generazioni».