Cagliari - Un’Autorità di garanzia può scegliere la via della trasparenza, delle carte, delle denunce circostanziate. Oppure può scegliere il megafono. Carla Puligheddu, Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza, ha scelto il megafono: una lettera indirizzata all’arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi, segretario generale della CEI, per chiedere che “la Chiesa intervenga” davanti a una situazione definita “allarmante” anche in ambito ecclesiastico. Ovviamente tutto questo dandone comunicazione alla stampa affinché ne potesse dare ampia risonanza senza verificare alcun dato.
La questione degli abusi - sui minori, come sulle persone vulnerabili sottoposte a un rapporto di autorità - è materia gravissima. E la Chiesa, da anni, la sta affrontando con strumenti normativi e procedure interne spesso più severi e strutturati di quelli che lo Stato riesce concretamente ad attuare realmente sul territorio. Colpisce però un doppio standard ricorrente: molte “autorità” parlano volentieri di abusi nel clero, mentre tacciono quasi sempre sugli abusi che avvengono in famiglia, dove i numeri sono più alti e la zona grigia è enorme. Nei contesti più chiusi, poi, il problema resta spesso indicibile: si copre, si minimizza, non si denuncia. E così il sommerso cresce davvero, ma lontano dai riflettori. Molto spesso i segnali di aiuto vengono ignorati con leggerezza - o comunque non presi sul serio - dai servizi sociali, dagli insegnanti e da altri contesti che il minore frequenta ogni giorno.
Questo tema è complesso. Ma quando una figura istituzionale usa parole come “impunità”, “sommerso”, “oblio e prescrizione” e, per rafforzare l’accusa, lega la gravità dei reati al fatto che alcuni autori “indossano l’abito talare”, non sta parlando di singoli casi: sta mettendo sotto processo un intero mondo sociale e religioso. In quel momento il dovere di rigore non è facoltativo: è totale. Puligheddu richiama “dati” provenienti da realtà prive di credibilità e, soprattutto, non ufficiali. Blog che alimentano la gogna pubblica, esponendo persone che - vale la pena ricordarlo a chi ricopre un incarico istituzionale - per l’ordinamento in cui operano restano presunte innocenti fino a sentenza definitiva.
Non si tratta di banche dati costruite su pronunce passate in giudicato o di “contenitori” di prove, ma di calderoni dove confluisce di tutto: articoli di giornale, post di blog, segnalazioni, ricostruzioni di parte, dichiarazioni di chiunque si autodefinisca “vittima”, spesso senza riscontri verificabili e senza i contrappesi minimi di responsabilità. Questo non è solo lontano da qualunque etica e metodo giornalistico serio, in un Paese che pensa di poter dare lezioni di giornalismo al mondo intero. È un modo di procedere che, se si vuole restare nello Stato di diritto, dovrebbe ricevere una risposta immediata nelle sedi giudiziarie. In un Paese dove la giustizia è più impegnata a fare politica che a tutelare le persone.
La lettera arriva poi a sostenere numeri a caso: “su 37 casi, 30 appartengono al sommerso”; a fronte di quasi duecento vittime, “appena 5 condanne definitive”; e soprattutto, “per 35 casi su 37 non si ha notizia di alcun processo canonico mai avviato”. Non risulta che la Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza abbia rivolto critiche a un pubblico ministero che, valutati gli atti, ha scelto di non chiedere il rinvio a giudizio di un indagato. Eppure, si scaglia senza esitazioni contro chi, nell’ordinamento canonico, svolge una funzione analoga: condurre l’indagine preliminare e verificare se esistano i presupposti per avviare un procedimento giudiziario canonico.
È una costruzione narrativa che spinge il lettore verso una conclusione unica: la Chiesa come luogo di gestione interna, silenzi e immunità. Un salto logico enorme, perché mescola piani diversi (denuncia, processo, condanna; procedimenti civili e canonici; conoscibilità pubblica degli atti) e li fa collassare in uno slogan: “il tempo del silenzio è finito”.
Queste affermazioni sono gravissime e devono trovare risposta nelle sedi competenti, a partire da quelle giudiziarie. Se un’Autorità pubblica ha elementi concreti, li porti in Procura, con nomi, atti, circostanze, responsabilità specifiche. Se invece si resta sul terreno delle statistiche prodotte da blog e “osservatori” (di che cosa non si sa), e le si usa per insinuare che “chi viene assolto l’ha fatta franca”, si scivola in un disprezzo pratico della presunzione di innocenza e si alimenta la gogna. Senza dimenticare l'articolo 7 della Costituzione.
Non dimentichiamo, peraltro, che le giornaliste che attingono a questi “osservatori” sono le medesime che pubblicavano in risalto le dichiarazioni di Giovanni Castiglia il quale accusava falsamente un presbitero di aver abusato di lui. Silere non possum ha portato luce su questa vicenda facendo emergere la falsità di quelle affermazioni. È l’esempio di quanto possa essere devastante il circuito “accusa–titolo–sospetto”, quando le verifiche arrivano tardi o non arrivano affatto nel racconto pubblico. E chi ricopre un ruolo istituzionale dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro.
I vescovi sardi in una nota hanno scritto: «Nel corso dell’Assemblea ha trovato spazio anche il tema della tutela dei minori e delle persone vulnerabili, a seguito delle nuove dichiarazioni rilasciate dalla Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza. Le sue parole hanno creato sconcerto e rammarico, non per la gravità dell’argomento che riguarda l’intera società, e che vede la Chiesa – in Sardegna, in Italia e nel mondo – contrastare il fenomeno con la sensibilizzazione e la formazione, ma per la superficialità e la disinvoltura con la quale sono state esposte dalla stessa Garante numeri e dati senza nessun reale fondamento, nonché per la gratuità di riferimenti e di accuse di rilevanza penale che i vescovi respingono con determinazione e sdegno. Sorprende che notizie destituite da qualsiasi fondamento vengano presentate pubblicamente, esponendo un’istituzione del Consiglio regionale a una comunicazione senza nessun dato credibile. Si conferma che tutte le Diocesi si sono dotate di un Servizio diocesano o inter-diocesano per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, avvalendosi di professionalità formate e competenti, che animano i centri di ascolto territoriali. In tutte le Chiese locali c’è la ferma consapevolezza che questo sia un cammino imprescindibile e inarrestabile, da percorrere con coraggio e con spirito di collaborazione tra tutti i soggetti in causa».
Sarebbe anche il momento di iniziare a chiamare a rispondere queste persone nelle aule di tribunale proprio come loro fanno con la Chiesa.
d.V.B.
Silere non possum