© Archidiocesi Spoleto - Norcia

Diocesi di Spoleto - Norcia

Spoleto - Mercoledì 1° aprile 2026, nella Basilica Cattedrale di Spoleto, l’arcivescovo Renato Boccardo ha presieduto la Santa Messa Crismale con i sacerdoti, i diaconi e i fedeli dell’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia. La celebrazione ha raccolto l’intero presbiterio diocesano, con il ricordo degli anniversari di ordinazione di mons. Vincenzo Alimenti e don Elio Zocchi per i 70 anni, di don Saverio Saveri per i 60, di don Artemio Bastianini e don Angelo Nizi per i 50, di don Tomasz Grodzki e don Elvis Antony per i 25, insieme alla memoria dei presbiteri defunti don Luigi Runci e dei padri Mario Di Quinzio e Mario De Santis, agostiniani di Cascia. 

La Celebrazione Eucaristica è stata suggestiva ed ha visto la benedizione degli olii e il rinnovo delle promesse sacerdotali da parte dei preti. Nell’omelia, Boccardo ha consegnato al clero una meditazione densa, interamente centrata sul sacerdozio come appartenenza a Cristo, sulla perseveranza e sul dovere di custodire la comunione ecclesiale.

L’arcivescovo ha aperto la sua riflessione con tono grato parlando del sacerdozio come di una chiamata irrevocabile, “non meritata, non cercata, eppure trepidamente amata e voluta”, e definendo il ministero un “cammino che va da Cristo a Cristo”, dalla configurazione sacramentale ricevuta nell’Ordine alla progressiva assimilazione a Lui nella fedeltà dell’amore. 

© Archidiocesi Spoleto - Norcia

Il presule ha poi descritto il volto concreto del suo presbiterio: i giovani, i sacerdoti nel pieno del ministero, gli anziani, i malati, tutti compresi in una stessa fraternità sacerdotale. Boccardo ha ringraziato i confratelli “per la vostra vita donata a servizio del Regno, per le vostre fatiche quotidiane, per tanta generosità nell’esercizio del ministero, per tutto ciò che vivete nel silenzio e che, a volte, è accompagnato da sofferenza o da incomprensione”. Parole sincere che riconoscono senza edulcorazioni il peso reale del ministero, ma lo collocano dentro una visione di grazia: “tutto è grazia nella nostra vita”, ha affermato, anche quando questa vita porta “il carico delle nostre infedeltà e la corona di spine delle nostre fragilità”.

In questo contesto si inserisce l’immagine dei “vasi rotti”. Citando un midrash della tradizione ebraica, monsignor Boccardo ricorda che “tutti i suoi servi, infatti, sono vasi rotti”, per poi aggiungere che Dio depone il suo amore proprio in questi vasi di terracotta. L’accento non cade dunque su un ideale di impeccabilità clericale, ma sul realismo della grazia: Dio “non sceglie i più adatti, ma rende adatti quelli che sceglie”. È un’affermazione che sottrae il ministero ordinato sia all’autosufficienza sia alla disperazione, e che nello stesso tempo fonda l’esortazione conclusiva di quel passaggio: “Impegniamoci dunque ad essere sacerdoti credibili ed esemplari”.

Al centro dell’omelia, mons. Boccardo ha posto il significato dell’olio santo, soffermandosi anzitutto sul valore dell’unzione come segno di appartenenza. A partire dalle parole del Vangelo - «Lo Spirito del Signore è sopra di me; mi ha consacrato con l’unzione» - l’arcivescovo ha ricordato che quell’unzione imprime un segno che rimane, capace di segnare in profondità la vita del sacerdote. Citando il sacerdote dell’Arcidiocesi di L’Aquila, don Luigi Maria Epicoco, Boccardo ha richiamato un’immagine particolarmente efficace: «l’olio non è acqua: non lava, unge. Non si toglie, resta». Da qui la sottolineatura del carattere ricevuto e permanente dell’identità sacerdotale, che trova il suo fondamento nell’appartenenza a Cristo e nella consacrazione, sorgente stessa del ministero.

Il presule ha presentato l’olio anche come balsamo per le ferite. Ha parlato senza reticenze delle “tentazioni e i travagli dell’esistenza”, delle “piaghe e lividure” che possono intaccare la salute spirituale, ma ha rifiutato qualunque tentazione di cedere al pessimismo. Cristo, ha detto, continua a versare sulle ferite “l’olio della consolazione e il vino della speranza”. E subito ha allargato il discorso al compito dei ministri: guarire “la ragione malata dell’uomo con la verità del Vangelo”, guarire la debolezza di una società esposta agli attacchi del male, guarire la disperazione con la speranza della vita eterna. In questo passaggio il ministero sacerdotale è stato descritto come servizio di cura, ma una cura che ha contenuto dottrinale, morale e spirituale, non soltanto emotivo o sociale.

Il terzo significato dell’olio è quello del combattimento. L’arcivescovo ha parlato dell’unzione come “mezzo di irrobustimento spirituale e di addestramento alla lotta” e ha messo in guardia dall’illusione di una vita cristiana senza conflitto. Citando sant’Ambrogio, ha presentato il sacerdote come “atleta di Cristo”, chiamato a sostenere la lotta nel mondo con la certezza che la corona viene da Cristo. La perseveranza, ha ricordato, non è inerzia, ma resistenza nella prova; la fedeltà non è semplice durata cronologica, ma esercizio combattuto della propria configurazione a Cristo.

L’Arcivescovo ha affrontato anche il tema dell’identità sacerdotale in rapporto alla Chiesa di oggi. Il riferimento esplicito è a Papa Leone XIV, del quale ha citato la Lettera ai Sacerdoti di Madrid del 28 gennaio 2026. Il passo scelto è particolarmente rilevante: “Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico - essere alter Christus”. In questa citazione si concentra il nucleo teologico di questa splendida meditazione offerta al clero e ai fedeli di Spoleto-Norcia. Boccardo la assume per riaffermare che il sacerdote è uomo configurato a Cristo, sostenuto da una relazione viva con Lui, nutrito dall’Eucaristia, espresso nella carità pastorale. L’identità, dunque, non viene costruita dal contesto, ma ricevuta; e proprio per questo va continuamente custodita e riattualizzata.

Non stupisce allora che subito dopo l’arcivescovo abbia definito Cristo “il segreto della nostra fedeltà” e “la ragione della permanente giovinezza della Chiesa”. È una formulazione che merita attenzione, perché ha collocato la crisi e il rinnovamento ecclesiale sul terreno essenziale: la Chiesa è indebolita dagli errori e dalle pigrizie dei suoi membri, ma resta sempre ringiovanita dall’amore sponsale di Cristo. In altre parole, la risposta alla fatica del ministero e alla fragilità ecclesiale non è anzitutto l’elaborazione di nuove formule identitarie, ma il ritorno alla sorgente cristologica del sacerdozio.

L’ultima parte dell’omelia si è aperta alla dimensione della comunione. Alle soglie del Triduo pasquale, Boccardo ha parlato di un’“ora di grazia” data per rinsaldare l’impegno, rinnovare la volontà di spendersi per i fratelli e riscoprire il senso dell’appartenenza al presbiterio diocesano. La comunione, ha osservato, ha il suo fondamento nella verità e il suo vertice nell’amore. Per questo i sacerdoti sono chiamati a essere “scrupolosi dispensatori” della Parola ricevuta e, al tempo stesso, a fare della reciproca carità “il modello e lo stimolo di ogni vita autenticamente fraterna”. È un richiamo che ha unito dottrina e carità, precisione nel custodire la verità e dovere di testimoniare fraternità.

Al termine della celebrazione, l’arcivescovo ha voluto accompagnare il presbiterio con un piccolo libretto che raccoglie tre recenti interventi di Papa Leone XIV sulla vocazione e sulla missione sacerdotale, offerto come segno di comunione e fraternità nel servizio alla Chiesa diocesana. Ha poi esortato sacerdoti e laici a sostenere con la preghiera i seminaristi, rinnovando l’invito al pellegrinaggio ogni primo sabato del mese al Santuario della Madonna della Stella e annunciando con gioia l’ordinazione presbiterale del diacono don Giacomo Santeramo, prevista per il pomeriggio di lunedì 7 dicembre 2026, vigilia dell’Immacolata Concezione.

p.B.V.
Silere non possum





Commenti

Ancora nessun commento...

Lascia un commento

Per prendere parte alla discussione devi far parte della community. Abbonati ora!