In questi giorni, in Italia, si è innescata una vera e propria bomba mediatica ai danni di S.E.R. Mons. Guido Gallese, vescovo di Alessandria. Un’esplosione rumorosa, rapida, apparentemente compatta, ma che, a uno sguardo appena più attento, rivela subito la propria fragilità strutturale. Il presule è stato dipinto come uno “spendaccione”, colpevole - secondo la narrazione orchestrata - di possedere una Tesla. Da qui, con una disinvoltura che ha del sorprendente, il discorso si è spostato sulla gestione economica della diocesi. Si è arrivati così a contestare presunte malagestioni relative a Casa San Francesco - l’ex convento dei Frati Cappuccini rilevato nel 2022 - e al Collegio Santa Chiara, struttura che, dopo importanti interventi di recupero e restauro, ospita oggi numerosi studenti universitari.
Tutte queste segnalazioni, sempre secondo la stampa che non cita una sola fonte di prova, sarebbero state inviate in Vaticano e sembrerebbero costituire il presupposto della visita apostolica affidata al cardinale Giuseppe Bertello, inviato dalla Santa Sede ad Alessandria.
Dalla Tesla alla visita apostolica: come nasce la narrazione
Quando i cosiddetti “grandi giornali”, da La Stampa a Repubblica e oltre, concentrano la propria attenzione su un vescovo e sorreggono la narrazione su espressioni elusive come “si dice”, “pare”, “sembra”, il lettore che conserva un minimo di discernimento critico è chiamato a interrogarsi. Il lettore di Silere non possum, abituato a pensare, a verificare, a non accontentarsi delle apparenze, lo fa quasi istintivamente. Non per appartenenza ideologica o per riflesso difensivo, ma per una forma elementare e imprescindibile di onestà intellettuale.
Perché - ed è un elemento difficilmente eludibile - quando sono emersi casi realmente gravi, come le chat del caso Sloane Avenue, l’operato di una cricca dentro a CL, la malagestione della Basilica di San Pietro, vicende non affidate all’aria dei corridoi ma sorrette da riscontri oggettivi e visibili, la grande stampa italiana non ha scelto lo stesso tono ossessivo, allusivo, insinuante. Eppure, si tratta di questioni esplose non per effetto di un “si dice”, bensì grazie al lavoro di un portale d’informazione che ha messo sul tavolo documenti, fotografie, video, audio: materiali verificabili, cioè prove nel senso pieno del termine. Perché?
Perché il sistema mediatico italiano funziona secondo una logica ben nota: quella delle relazioni, delle amicizie, delle coperture. Se c’è l’“amico” che interviene e dice di non pubblicare o di non riprendere una notizia, quella notizia semplicemente non esiste. In merito a Mauro Gambetti questo è il modus operandi che da anni è in gioco.
Evidentemente Mons. Gallese non gode di quelli che, in Italia, vengono chiamati con amara ironia “i santi in paradiso”. E così la gogna mediatica è partita. Il problema, però, è che in questo sistema rodato, quando la gogna parte lo fa su basi inconsistenti, fondate sul sentito dire, su ricostruzioni indirette, su voci fatte circolare con abilità. Questo accade con particolare facilità quando si parla di una diocesi, realtà complesse che la stampa generalista tratta con una superficialità disarmante. La verifica delle fonti, l’ascolto degli interessati, la richiesta di documentazione: tutto questo sembra non rientrare nelle priorità. Si agisce, piuttosto, su input mirati, provenienti da chi ha un interesse preciso nel colpire lo sventurato di turno. E qui è opportuno ricordare un dato fattuale: quante diocesi, negli ultimi anni, hanno ricevuto visite apostoliche? Numerosissime. Sotto il pontificato di Francesco, le diocesi visitate sono state più che sotto qualunque altro pontificato. Eppure, solo pochissimi casi sono diventati oggetto di clamore pubblico. Perché?

Il copione del “si dice”: una congerie di insinuazioni e falsità
Lo abbiamo scritto e riscritto più volte, e chi ci segue da anni lo sa bene: quando una notizia viene confezionata come troppo succulenta, rilanciata con quella nonchalance che finge distacco mentre cerca l’effetto, quasi sempre porta con sé una congerie di mezze frasi, insinuazioni e falsità. E se il bersaglio è un vescovo, la macchina mediatica trova un terreno particolarmente favorevole: una diocesi, nella maggior parte dei casi, difficilmente intraprende una causa contro un grande giornale, per ragioni economiche, istituzionali, persino pastorali. Eppure, quando alcune realtà - coraggiose e sagge - lo hanno fatto, hanno vinto. Si veda il caso di Modena, dove Mons. Castellucci è stato per mesi il bersaglio di psico-blog e di giornali di estrema destra: oggi sono chiamati a pagare. Ma la buona fama, una volta infangata, non torna integra. È questo il nodo: il risarcimento arriva (sperando nelle assicurazioni, sic!), la sentenza pure, ma la reputazione resta ferita, perché nel web la calunnia e la diffamazione restano.
Nella Chiesa tutto questo risulta esasperato, amplificato fino all’ennesima potenza, perché si innesta in un tessuto relazionale denso, fiduciario, inevitabilmente esposto al passaparola, dove il “si dice” circola con una rapidità e una pervasività che moltiplicano gli effetti distruttivi ben oltre quanto accada in altri ambiti. E a forza di “si dice” si rovinano le persone, si deformano i fatti, si costruiscono diffidenze che poi diventano abitudini. Lo ha ricordato anche Leone XIV: a rimetterci, alla fine, sono le relazioni. Quante volte ci precludiamo la possibilità di parlare con qualcuno, di conoscerlo davvero, perché abbiamo sentito Tizio riferire qualcosa su Caio. Ma ha portato le prove? Sei certo che sia vero ciò che ha detto? No, però…Eppure, per “non immischiarsi”, si decide di stare alla larga. E i peggiori amplificano: non solo non verificano ma rivenderanno la notizia come vera ad altri. Così il sospetto si fa norma, la distanza diventa virtù, e la calunnia - anche quando resta solo un’ombra - ottiene comunque il suo risultato.
Gossip travestito da informazione: cosa manca al giornalismo “sul campo”
Anche nel caso di Alessandria la domanda è inevitabile: quali prove portano queste sedicenti “grandi testate” e le loro firme, eccelsi “docenti del giornalismo”? Nessuna. Come sempre. I documenti, le carte, le ricostruzioni fondate risultano semplicemente assenti.
Basti ricordare la vicenda di Comunione e Liberazione: finché Silere non possum non ha iniziato a pubblicare, atto dopo atto, una ricostruzione puntuale di ciò che è realmente accaduto, nel parlato come negli interventi apparsi sul web, si è assistito soltanto al solito rincorrersi di formule vaghe e comode: “si dice”, “sembra che”. Ecco, questo è gossip, non giornalismo. E sarebbe bene che anche i giornali che si autoproclamano cattolici rileggano con attenzione due interventi di Papa Leone: l’incontro con la stampa subito dopo il Conclave e il Messaggio per la Giornata per le Comunicazioni Sociali.
Il giornalismo, ha ricordato ieri Leone XIV, si fa “sul campo” e questo “comporta un continuo lavoro di raccolta e verifica di informazioni svolte nei luoghi dove gli eventi accadono”. In questo modo il giornalista non scrive perché ha una tesi precostituita da dimostrare. Bisogna partire dalla ricerca della verità. Le persone si ascoltano, le prove si chiedono, i fatti si verificano, e solo dopo si scrive.
A questi giornali, spesso, mancano persino le coordinate per leggere ciò di cui parlano: non risultano chiare neppure le dinamiche elementari. Silere non possum, per esempio, riceve ogni giorno decine di segnalazioni; se pubblicassimo tutto ciò che ci viene riferito, senza verificare e senza comprendere, saremmo travolti dal rumore, e il lettore verrebbe trascinato in una palude di insinuazioni. Proprio per questo, prima ancora dei singoli fatti, occorre un lavoro paziente: comprendere i contesti, distinguere le fonti, verificare le motivazioni, leggere i rapporti di forza, riconoscere le fratture. Questo, tuttavia, non può farlo il redattore sottopagato, assunto a quattro euro a pezzo, spesso respinto dagli uffici stampa della politica e poi riversato sul Vaticano come su un terreno di riserva. Un terreno ristretto, dove non pochi sperano di “diventare qualcuno” perché, in un ambiente piccolo, il rumore sembra più grande della sostanza. Non lo comprendono quei soggetti che approdano in determinati circuiti perché altrove sono stati cacciati, e scambiano l’informazione per una forma di vendetta. In quel caso, la penna non cerca la verità: cerca un bersaglio.
La Chiesa resta una realtà complessa. Prima dei dossier, prima delle accuse, prima dei titoli ad effetto, bisognerebbe imparare a leggere le dinamiche interne: ciò che, per un prete abituato a muoversi nel microcosmo del suo presbiterio, appare enorme e inaudito, per il mondo reale spesso non lo è affatto; e, proprio per questo, quel presbiterio va conosciuto, non semplicemente evocato. Se si parla di abusi nei seminari, ad esempio, occorre conoscere la realtà del seminario prima di pretendere di spiegarla: anche quello è un ambiente chiuso, con regole implicite, linguaggi propri, equilibri delicati. O lo si vive, o non lo si vive. O lo si conosce, o non lo si conosce. Quando questa conoscenza manca, si finisce per scrivere idiozie: testi capaci di attirare click, forse, ma incapaci di rendere un servizio alla verità, inutili per chi legge, dannosi per le persone coinvolte, e distruttivi per la Chiesa stessa, ammesso che a qualcuno importi ancora davvero della Chiesa e non soltanto del suo valore come palcoscenico.

Il caso di Alessandria e del vescovo Guido Gallese
In tutto ciò che è stato scritto in queste ore su Mons. Guido Gallese, che cosa si trova davvero? Un bersaglio: lui. E attorno, la solita narrazione, ormai stanca e asfittica, riproposta come riflesso condizionato: la Chiesa ricca. Il risultato è prevedibile, quasi meccanico. Chi odia la Chiesa vi leggerà l’ennesima conferma del cliché del vescovo ricco e spendaccione; chi ne è disinteressato alzerà le spalle; chi vive dentro la Chiesa, invece, rischierà di costruirsi un’immagine del vescovo completamente distorta, non sui fatti, ma sul frastuono. E non è tutto. C’è chi userà questa vicenda per riprendere persino le parole del Papa e trasformarle in una clava contro il clero, in un esercizio tanto comodo quanto intellettualmente disonesto: estrarre un principio, decontestualizzarlo, brandirlo contro una categoria, senza alcuna pazienza per la verità concreta delle persone e delle situazioni. Un esempio? Quello di Austen Ivereigh. Questo non fa bene a nessuno.
Soprattutto, non facciano finta di non capire i mandanti - quei chierici che alimentano sottotraccia questo circuito, lo innescano, lo riforniscono, lo tengono vivo - che una simile narrazione, una volta messa in moto, non resta sotto controllo. Forse oggi si illudono di avere compiuto la ritorsione “giusta” contro il vescovo ritenuto brutto e cattivo, colpevole di scelte che loro non hanno condiviso. Ma la narrazione, proprio perché supera le persone, tornerà contro di loro con una forza devastante. Tornerà quando sarà il momento dei frati che “fanno voto di povertà ma sono ricchi con l’iPhone”, quando si alimenterà il refrain dei “frati abusatori”, quando si ripeterà la caricatura dei preti spendaccioni e mondani.
Chi semina oggi questo linguaggio, domani ne sarà travolto. E, a quel punto, sarà tardi per lamentarsi del veleno che si è lasciato circolare come se fosse informazione.
Perché qui, se vogliamo guardare la realtà senza lenti deformanti e senza occhiali interessati, riaffiora uno schema ormai consolidato: un vescovo compie delle scelte. E meno male che le compie. Oggi, infatti, non pochi vivono paralizzati dal timore di decidere, consapevoli che qualunque strada prendano si troveranno comunque esposti al tiro incrociato delle critiche, secondo la logica logora e crudele della favola del mugnaio, del figlio e dell’asino: qualunque cosa tu faccia, qualcuno avrà sempre pronta una parola di condanna.
Le scelte del vescovo hanno inevitabilmente generato malcontento in quanti coltivavano interessi divergenti dai suoi. Da lì si è attivato un copione fin troppo noto: tentare ogni canale utile per colpirlo. Si cercano sponde a Roma, si cercano sponde televisive, si cercano sponde giornalistiche. E, in genere, si procede con un metodo seriale: partono verso decine, a volte centinaia di redazioni - inclusa quella di Silere non possum - lettere avvelenate, corredate da foto e video che, nella sostanza, non dimostrano nulla.
Perché una fotografia di una Tesla, sbattuta in prima serata dentro un servizio televisivo, che cosa racconta davvero? Non documenta una malversazione, non spiega una scelta amministrativa: produce soltanto un’impressione. E l’impressione, quando viene elevata a prova, diventa il modo più comodo per sostituire i fatti con l’allusione. Il risultato, quindi, è prevedibile. Anche perché, nell’ipocrisia sistemica a cui siamo ormai abituati - qualcuno ricorderà il caso di Mons. Aupetit, che Francesco volle “sacrificare sull’altare dell’ipocrisia” - accade spesso che, al termine della visita apostolica, il visitatore rediga una relazione del tutto diversa dal racconto mediatico: nulla di anomalo, nessuna violazione del diritto, nessun comportamento sconveniente; solo gruppi e persone ostili che diffamano il vescovo.
Ma a quel punto il danno è fatto. Perché chi punta a far fuori il vescovo potrà sempre dire: “D’accordo, formalmente non c’è nulla. Ma dopo tutto questo scandalo, come potrai governare?” Scene già viste, più volte nella storia della Chiesa e in particolare negli ultimi dodici anni. Siamo anche consapevoli che Papa Leone XIV non possa occuparsi personalmente di ogni singolo caso. Sarebbe impensabile, soprattutto per come lui intende il proprio ministero. E tuttavia siamo altrettanto certi che, se il Papa prendesse in mano questa situazione, saprebbe valutarla con equilibrio. Da buon canonista, conosce il valore della buona fama; e anche a Chiclayo ha dovuto affrontare gruppi di fedeli che lo diffamavano e lo attaccavano. Non a caso, poco dopo la sua elezione, parlando ai giornalisti a Castel Gandolfo, ricordò con chiarezza che le cose vanno verificate nei processi, perché esistono preti diffamati, colpiti non dai fatti, ma da narrazioni costruite ad arte. Un principio di giustizia elementare, che oggi sembra dover essere ricordato proprio a chi pretende di fare informazione e parla tanto di “giustizia”.
L’ipocrisia mediatica
C’è poi un secondo livello, più sottile e per questo più insidioso: l’ipocrisia della narrazione mediatica. Negli ultimi anni si è celebrato con toni enfatici Papa Francesco perché avrebbe “reso green il Vaticano”; si è costruita una retorica compiaciuta sull’ecologia come segno di modernità, come gesto simbolico capace di nobilitare l’istituzione. Oggi, però, si attacca un vescovo perché possiede una Tesla, cioè perché ha compiuto una scelta che, in termini elementari, si traduce nella volontà di evitare spese inutili a una diocesi. La contraddizione è evidente: ciò che viene incensato come virtù quando riguarda un uomo che “hanno deciso essere l’immagine della Nuova Chiesa” e, quindi, mediaticamente spendibile, diventa una colpa quando può essere trasformato in una caricatura utile a colpire un “singolo presule senza agganci”.
E qui ritorniamo a ciò che abbiamo già evidenziato: molti di quelli che scrivono non conoscono le realtà di cui parlano. In tutte le diocesi del mondo, infatti, l’istituzione si fa carico delle spese di viaggio del vescovo, perché quei viaggi non sono capriccio privato ma parte integrante del ministero. La Curia effettua un conteggio sui chilometri, esattamente come avviene nelle aziende. Non è un dettaglio marginale: è la normalità amministrativa, il modo ordinario con cui si gestisce un incarico che implica spostamenti continui, visite pastorali, presenze sul territorio, celebrazioni, incontri, emergenze.
Certo, esistono curie in cui l’economo è un prete dotato di buon senso, capace di comprendere la logica concreta delle cose, e che dunque si affida almeno alle tabelle chilometriche ACI, per quanto riguarda l’Italia. E ne esistono altre in cui, purtroppo, l’economo è un laico che non capisce nulla di come funzionano realmente le cose e procede con valutazioni approssimative, scaricando costi reali e spesso ingenti su modalità di rimborso mal pensate, disancorate dai parametri oggettivi e che ricadono sulle tasche di vescovi che hanno già uno stipendio esiguo o, ancor peggio, su quelle dei mal capitati segretari.
Perché i costi dell’auto, oggi, sono tra le spese principali sia per un vescovo sia per un semplice parroco. E lo sono per ragioni che basterebbe avere l’onestà di nominare: le distanze da coprire sono aumentate, le diocesi sono sempre più vaste, e le parrocchie vengono sempre più spesso affidate a un solo prete. Pensiamo a quelle “quattro righe” che alcuni giornalai leggono sul Bollettino: «Le diocesi sono unite in persona episcopi». Ecco, ciò che per lo pseudo cronista è una notiziuola, per un vescovo è responsabilità, chilometri, spese, ecc… Muoversi non è un vezzo: è la condizione concreta per non ridurre il ministero a un esercizio sedentario. Ma la stampa, invece di spiegare questa realtà, preferisce riprendere le parole di un Papa e usarle come clava e per il titolo clickbait, quello che fa presa sul risentimento facile: “andare fuori e non stare nelle sagrestie”. Come se “andare fuori” non comportasse costi, come se la presenza sul territorio fosse un’astrazione senza prezzo, come se l’ordinaria mobilità pastorale non fosse diventata, nella configurazione attuale della Chiesa, una voce di spesa strutturale.

Avere la Tesla significa essere ricchi?
Il vescovo Gallese, quindi, secondo questa narrazione sarebbe ricco e spendaccione perché possiede una Tesla. Eppure, attenendosi ai dati e non alle suggestioni, emerge una lettura opposta. La scelta si fonda su un criterio tecnico preciso: il TCO (Total Cost of Ownership). Per un vescovo che percorre migliaia di chilometri ogni anno, i conti cambiano radicalmente. Il costo dell’energia elettrica, rispetto ai carburanti tradizionali, consente un risparmio stimato tra il 60 e il 70% sul “pieno”; la manutenzione, priva di cambi olio, filtri complessi e con una minore usura dei freni grazie alla frenata rigenerativa, riduce ulteriormente le spese di gestione. In questo quadro, ciò che viene presentato come lusso si rivela, bilanci alla mano, una scelta di efficienza e di contenimento dei costi, tanto che - come affermano anche gli esperti - un’auto elettrica può risultare più austera di una tradizionale ammiraglia a benzina che consuma dieci chilometri al litro.
Non si tratta di vanità. È lecito domandarsi, con un minimo di serietà, che cosa mai dovrebbe farne un vescovo di una Tesla: esibirsi? Cercare mondanità? L’idea rasenta il grottesco. Qui non si parla di lusso, ma di un uomo che svolge il proprio ministero muovendosi costantemente sul territorio, e che continua a presentarsi in talare, con i sandali, come scelta personale di sobrietà e persino di penitenza. Attribuire a questo contesto categorie estranee significa non conoscere né la persona né la realtà di cui si pretende di scrivere.
C’è un passaggio che rende ancora più evidente la narrazione ipocrita di certa stampa, perché mette in cortocircuito i propri stessi slogan. Mentre la Santa Sede lavora al progetto di Santa Maria di Galeria - un impianto agrivoltaico destinato a produrre energia elettrica rinnovabile per lo Stato della Città del Vaticano, con l’obiettivo dichiarato di ridurre l’impatto ambientale e le emissioni - e mentre il Governatorato procede nella Conversione Ecologica 2030, sostituendo progressivamente il parco auto con veicoli elettrici, installando colonnine di ricarica e avviando perfino formule di noleggio elettrico per i dipendenti, la medesima logica viene rovesciata quando riguarda un vescovo di una piccola diocesi in Piemonte. Il tutto fatto dalla stampa che, ancora oggi, utilizza Laudato si’ nei più assurdi contesti per colpire la Chiesa. Eppure, proprio in questa dinamica l’enciclica in realtà sarebbe da richiamare perché chiede un cambiamento di stili di vita, di produzione e di consumo, e indica come urgente la riduzione drastica dei gas climalteranti anche attraverso la sostituzione dei combustibili fossili e lo sviluppo di fonti di energia rinnovabile.
È un impianto morale e spirituale che diventa prassi istituzionale quando anche il Papa parla e chiede per il suo piccolo Stato una transizione energetica e una mobilità sostenibile. E tuttavia, oggi, la stessa sensibilità viene sospesa e capovolta per costruire la caricatura del vescovo “ricco” e “spendaccione” soltanto perché guida una Tesla. In altre parole: mentre la linea ufficiale ecclesiale lavora per rendere più coerente la cura della casa comune, qui si “mostrifica” un vescovo per una scelta che, proprio perché legata a percorrenze elevate, si traduce in un criterio di risparmio e di gestione responsabile dei costi.

La questione economica per la diocesi
A questo si aggiungono le sciocchezze sui presunti “viaggi dispendiosi in Sud America per praticare il kitesurf”, quando in realtà Gallese - e chi lo conosce da quando era a Genova nella Pastorale Giovanile lo sa - è un uomo che ama, e ha sempre amato, stare con i giovani e stare con loro nei luoghi dove stanno loro. Una foto - perché di questo stiamo parlando: una foto - in cui un vescovo è con i giovani e offre la sua testimonianza di vita, condividendo con loro attività del tutto normali, non può essere rivenduta come prova di “viaggi dispendiosi”.
Non dimentichiamo che già negli anni passati sono state rovinate intere diocesi e abbazie con queste narrazioni false che poi, all’esito di veri e propri processi (non quelli canonici ma quelli dello Stato), hanno mostrato come tutto fosse falso.
Insomma: se il vescovo sta con i giovani, diventa un problema perché lo si etichetta come “spendaccione” e perché fa “kitesurf” (che grande scandalo!), se invece non va con i giovani allora viene dipinto come cattivo, arcigno e non vicino alla gente. Ci sarà qualcosa che vada bene a questa gente? No, perché funziona come nella favola del mugnaio: lo abbiamo già detto.
Casa San Francesco e Collegio Santa Chiara: i fatti dietro la caricatura
Dopo dodici anni in cui “Santa Marta” è stata elevata a simbolo di povertà, pur essendo in realtà una scelta dispendiosissima - perché Santa Marta è sempre restato un hotel - oggi la stessa stampa contesta al vescovo Guido Gallese di vivere dentro “Casa San Francesco”. Parliamo di un ex convento dal quale i frati sono partiti: ed è noto che i Cappuccini attraversino da anni una crisi di vocazioni, circostanza che non può certo essere imputata a Gallese.
In quel contesto, il vescovo ha chiesto ai cosiddetti “fraticelli di Spinetta” di inserirsi in un progetto di ripensamento complessivo, che doveva tenere insieme esigenze concrete: la collocazione del seminario, l’abitazione per diversi sacerdoti della nuova unità pastorale e anche la sua abitazione personale. Scelte maturate attraverso un confronto reale, svolto con gli organismi di partecipazione, a partire dal Consiglio permanente diocesano. Il vescovo, dunque, vive in una stanza di questo ex convento, dove è presente anche la mensa dei poveri, che nel frattempo ha triplicato i propri ospiti. E qui viene da ridere: la stessa stampa che esalta alcuni vescovi quando scelgono, a suo dire, l’opzione “umile” di vivere nella povertà e non nel “fastoso episcopio”, oggi pretende di trasformare in scandalo il fatto che un vescovo abiti in un ex convento. Non nell’intera struttura tutta per sé, ma in una stanza.
Anche il Collegio Santa Chiara è stato presentato come emblema di presunte “spese pazze”, quando in realtà - come avviene in moltissime diocesi - gli interventi sono stati sostenuti reperendo fondi dedicati, con il contributo del Ministero e di Fondazioni, proprio in favore dei giovani. L’obiettivo è offrire loro spazi dignitosi dove vivere e crescere, senza restare ostaggio di un mercato degli affitti spesso predatorio, in cui non pochi proprietari privati lucrano sulla fragilità delle famiglie che cercano soltanto di garantire ai figli una formazione accademica seria e solida. C’è da chiedersi se le medesime firme di questi articoli, rimbalzati sul web e sulla carta stampata, siano le medesime che scrivevano pezzi, nel 2023, sugli studenti accampati di fronte alle università per protestare per gli affitti insostenibili.
Quando resta solo il denaro: la clava del click e i mandanti interni
C’è un dato di fatto, anche in questa vicenda: la stampa mostra un problema strutturale con la verità e finisce per privilegiare una narrazione che colpisce la Chiesa e i suoi membri, rimuovendo con disinvoltura tutto ciò che, oggi, la Chiesa compie in favore dei più deboli, spesso arrivando a sostituirsi a uno Stato che non adempie fino in fondo ai propri doveri. E così, quando non si riesce a speculare sulla vita affettiva o a costruire scandali su misura, infilando la mano nella torbida retorica della vita sessuale del prete, resta una seconda via, altrettanto efficace per il click: il denaro.
Ciò che dovrebbe inquietarci ancora di più, però, è che ad alimentare questo meccanismo siano talvolta persone che fanno parte delle nostre comunità: sono loro a rivolgersi alla stampa, offrendo una narrazione distorta per colpire chi ha compiuto scelte che essi non avrebbero voluto. Qui sta il punto più grave: il problema non arriva più soltanto da fuori, ma si annida dentro, diventando corrosivo perché travestito da zelo e, in realtà, mosso da risentimenti e interessi. E chi realmente compie azioni dannose, perfino abusanti, ai danni dei propri preti e delle proprie comunità, resta ben protetto da questo sistema che tutela chi ha “i giusti agganci”.
«Emerge, invece, il disagio di cambiare, che è anche comprensibile. Questa è una svolta, e sarà faticosa, perché è un cambiare mentalità dopo tanti secoli di “si è sempre fatto così”», ha detto Mons. Gallese quando iniziarono ad alzare gli scudi contro questi progetti. Oggi, quelle parole mostrano che il vescovo non era affatto sprovveduto: aveva compreso con lucidità che, prima o poi, qualcuno gli avrebbe presentato il conto.
Nelle nostre comunità, infatti, c’è chi tenta in ogni modo di colpire chi promuove un cambiamento. Un cambiamento che, peraltro, non nasce da un capriccio episcopale, ma da una necessità: i tempi sono mutati, le risorse si sono ridotte, e questo dovrebbe essere evidente a chiunque voglia guardare la realtà senza compiacersi di illusioni. A non accorgersene, spesso, resta soltanto chi spera di morire ben ancorato al proprio sgabello, conquistato dopo anni di lotte, di equilibri interni, di piccole guerre per un centimetro di potere. Eppure, la traiettoria è chiara: presto non avremo soltanto lo sgabello; rischiamo di non avere più nemmeno la struttura. Ma provate a farglielo capire.
Marco Felipe Perfetti
Direttore Silere non possum