Città del Vaticano - «Dopo l’Anno giubilare… iniziamo un nuovo ciclo di catechesi che sarà dedicato al Concilio Vaticano II e alla rilettura dei suoi Documenti». Con questa scelta, Leone XIV inaugura oggi la sua prima catechesi del mercoledì dopo la chiusura della Porta Santa, segnando un passaggio preciso: finché è durato l’orizzonte dell’Anno giubilare, il Papa è rimasto dentro un tracciato già avviato; ora apre un percorso nuovo, che intende strutturare in un ciclo e che tocca un punto che gli sta particolarmente a cuore. Si tratta di una scelta decisiva per leggere il pontificato di Leone XIV: dice del suo desiderio di unità per tutta la Chiesa e conferma quella continuità che molti osservano con sempre maggiore evidenza tra il Papa agostiniano e il pontefice che più ha amato Agostino, Benedetto XVI.
Lo si ripete spesso: molti parlano del Vaticano II, mentre ben pochi ne hanno letto davvero i testi e ne hanno compreso il significato. Per questo la proposta del Papa non si affida a “interpretazioni” o formule di seconda mano, ma alla rilettura dei Documenti, capaci di orientare con chiarezza il cammino della Chiesa. È una scelta, quella del Papa, che non deve passare inosservata nemmeno a chi, in queste ore, sta spingendo i cardinali che finanzia a esercitare pressioni e sta già appesantendo il clima attorno a un appuntamento delicato come il Concistoro straordinario. Leone XIV appare intenzionato a essere netto su questo punto: i riti sono importanti, tutti; ma guai a chi immagina di eludere o scavalcare il Concilio Vaticano II.
Il Vaticano II come “gancio” e come spartiacque
Questa scelta, come dicevamo, è un aggancio preciso, un collegamento netto con un passaggio che ha segnato la memoria ecclesiale recente e che ci riporta direttamente al pontificato di Benedetto XVI. Il riferimento è al 14 febbraio 2013, quando Ratzinger, dopo aver annunciato la volontà di dimettersi, volle incontrare il clero di Roma: non con un testo preparato, ma intervenendo a braccio sul Concilio Vaticano II, quasi a consegnare alla Chiesa una chiave di lettura decisiva.
Da quell’incontro uscì un testo che rimane ancora oggi da meditare per comprendere il ruolo dei media, le pressioni, gli anni di lotte intestine nella Chiesa. E soprattutto fu significativo che Joseph Ratzinger scelse di congedarsi dal suo clero diocesano su questo argomento e con quelle parole. L’incipit del suo intervento stabiliva subito il tono: la gratitudine per un clero “realmente cattolico, universale”, la coscienza della cattolicità come essenza della Chiesa di Roma, la necessità di vocazioni e di una fede “forte e robusta”. Poi l’aggancio al Credo professato davanti alla tomba di Pietro e alla logica ecclesiale fondamentale: insieme con Pietro confessare Cristo, seguire Cristo, crescere come Chiesa. Ed è a quel punto che Benedetto XVI introduce la sua “piccola chiacchierata” sul Vaticano II “come io l’ho visto”, collocandola dentro un ricordo personale e dentro l’atmosfera originaria: l’entusiasmo, le attese, la speranza di una “nuova Pentecoste”, la percezione di una Chiesa che rischiava di apparire “realtà del passato” e la volontà di rinnovare la relazione tra Chiesa e modernità. Leone XIV è il secondo pontefice, eletto dopo il Vaticano II, a non aver vissuto personalmente questo evento. E sembra voler indicare una via molto concreta: se vogliamo l’unità, dobbiamo tornare a capire che cosa sia stato davvero quell’evento e che cosa abbia realmente consegnato alla Chiesa il Concilio dei Documenti - per usare l’espressione di Ratzinger - non il Concilio ridotto a bandiera ideologica, impugnata per colpire gli altri e, alla fine, la Chiesa stessa.

Il Concilio reale e il Concilio dei media
Benedetto XVI descriveva un “Concilio a sé”, percepito dal mondo attraverso categorie esterne alla fede, con una lettura politica: lotta di potere, contrapposizioni, riduzione del Concilio a dinamiche di parte. Da lì derivano, nella sua analisi, traduzioni e banalizzazioni: la liturgia letta come attività della comunità e non come atto della fede; l’idea di partecipazione intesa come attivismo esteriore; l’intelligibilità trasformata in banalità; la Scrittura trattata come libro soltanto storico; una ricezione in cui il “Concilio virtuale” finisce per risultare più forte del Concilio reale. E Benedetto elenca conseguenze concrete: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata. Leone, oggi, sembra volerci dire che il compito della Chiesa è lavorare perché il Concilio reale, con la sua forza spirituale, si realizzi davvero.
Leone XIV: rileggere, non ripetere
Dentro questa cornice si colloca oggi la scelta di Leone XIV. Nella catechesi di questo mercoledì afferma che si tratta di un’occasione preziosa per riscoprire bellezza e importanza di questo evento ecclesiale. Richiama il giudizio di San Giovanni Paolo II, che definiva il Concilio “grande grazia” ricevuta dalla Chiesa nel XX secolo; e richiama Benedetto XVI, per ribadire che i Documenti non hanno perso attualità e che i loro insegnamenti restano pertinenti rispetto alle nuove istanze della Chiesa e della società globalizzata. Il Papa descrive il Vaticano II come un evento capace di far riscoprire il volto di Dio Padre, la Chiesa come mistero di comunione e sacramento di unità, la riforma liturgica centrata sul mistero della salvezza e sulla partecipazione attiva e consapevole del Popolo di Dio; e, insieme, come apertura al mondo nel dialogo e nella corresponsabilità, nel desiderio di “aprire le braccia verso l’umanità”, farsi eco delle speranze e delle angosce, collaborare a una società più giusta e fraterna. In questa prospettiva cita anche san Paolo VI: «la Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio», e inserisce il Vaticano II nella traiettoria dell’ecumenismo, del dialogo interreligioso e del dialogo con le persone di buona volontà.
Un criterio più profondo: santità e tempo lungo
C’è un altro passaggio che incide: il richiamo ad Albino Luciani, futuro Giovanni Paolo I, quando scriveva profeticamente che il bisogno non riguarda tanto organismi, metodi o strutture, quanto una santità “più profonda ed estesa”, e che i frutti di un Concilio possono maturare nel tempo, attraversando contrasti e situazioni avverse. È una nota importante che ci invita a spostare lo sguardo: il Concilio non è un evento da archiviare con riforme immediate, ma un processo che domanda conversione e maturazione. Da qui il riferimento a Papa Francesco e alla necessità di “ridare il primato a Dio” e a una Chiesa “pazza di amore” per il Signore e per gli uomini.
Perché cominciare adesso
Il punto, allora, è che Leone XIV sceglie di iniziare proprio adesso - dopo la chiusura del Giubileo - un ciclo sul Vaticano II perché lo considera decisivo per l’orientamento della Chiesa. La sua catechesi non è una commemorazione: è un metodo. Tornare ai Documenti, assumere il Concilio come criterio di discernimento, accogliere la tradizione e insieme interrogare il presente, “correre incontro al mondo” portando il Vangelo del Regno di Dio, regno di amore, giustizia e pace. È anche un richiamo a smontare equivoci diventati, nel tempo, quasi riflessi automatici. Leone XIV sembra voler dire che il Concilio non ha “chiuso gli armadi”, non ha rinnegato una tradizione liturgica, non ha chiesto di abolire il Messale precedente, non ha stabilito che il latino non possa più essere utilizzato. Nulla di tutto questo. Il Vaticano II ha consegnato indicazioni precise, e quelle indicazioni si ritrovano nei testi, non nel “sentito dire”. Solo così - tornando al Concilio dei Documenti - si può ricostruire un cammino reale di comunione nella Chiesa: non per uniformare tutti, ma per mettere tutti nella condizione di camminare insieme, con una base condivisa e finalmente verificabile. In questo senso, la prima catechesi del mercoledì dopo la chiusura del Giubileo non è solo l’inizio di una serie. È la scelta di riaprire un cantiere essenziale: rimettere la Chiesa davanti ai testi, perché dal confronto con quei testi passi una comprensione più vera del presente e una responsabilità più limpida verso il futuro.
d.M.S.
Silere non possum