Universitari iperformanti, professionisti sempre reperibili, genitori che corrono da un impegno all’altro: l’identikit dell’uomo contemporaneo sembra quello di chi ce la fa. E tuttavia, sotto la superficie dell’efficienza, emerge una stanchezza più profonda del semplice affaticamento. È la fatica di non capire per che cosa valga la pena spendersi. In questo scarto tra ciò che riusciamo a fare e ciò che vorremmo vivere si gioca la distanza tra bisogno e desiderio.
In un’epoca segnata da crisi geopolitiche, precarietà economica, secolarizzazione e sfiducia nelle istituzioni, è facile concentrare l’attenzione sulle paure. Ma, sotto la superficie delle emergenze, resta qualcosa che non si lascia cancellare: una tensione verso di più, una sproporzione tra ciò che abbiamo e ciò che sentiamo di essere.
Bisogni che si spengono, desideri che rilanciano
La prima distinzione da fare è semplice e, allo stesso tempo, radicale.
Il bisogno ha un oggetto definito: ho fame, cerco cibo; ho sonno, cerco riposo; ho un debito, cerco denaro. Una volta soddisfatto, il bisogno si placa. È misurabile, gestibile, in qualche modo “chiudibile”.
Il desiderio, invece, si comporta in modo diverso. Ottiene un risultato, ma non si spegne. Cambia forma, rilancia, si riapre. Non è il capriccio di chi “vuole sempre di più”, ma il segno che l’uomo è strutturalmente orientato a qualcosa che nessun oggetto, da solo, può esaurire: una vita riuscita, una felicità non provvisoria, una relazione che regge.
Ridurre l’essere umano alla somma dei suoi bisogni significa guardarlo come si guarda un sistema da ottimizzare. Prenderlo sul serio nel suo desiderio significa riconoscere che in lui c’è una domanda di pienezza, non solo una lista di problemi da risolvere.
Un’epoca di crisi che non spegne la sete
Chi vive oggi in Europa - e più in generale nelle società pluraliste - sperimenta una combinazione particolare: da un lato, un grado di benessere materiale senza precedenti; dall’altro, un clima diffuso di ansia, incertezza, solitudine. La secolarizzazione ha dissolto le appartenenze automatiche: non ci si sente più “qualcosa” per tradizione, per ambiente, per inerzia. Allo stesso tempo, le grandi narrazioni politiche e ideologiche del Novecento appaiono logorate. Il risultato è duplice: libertà nuova, ma anche smarrimento nuovo. In questo contesto emerge un tratto interessante: anche quando le cornici religiose o ideali si allentano, non si spegne la domanda di senso. Il desiderio non scompare, si sposta. Cerca altrove: nel lavoro, nelle relazioni, nel corpo, nell’attivismo, nella cura del pianeta. E spesso, quando queste strade non bastano, si rifugia nel consumo, nella distrazione continua, nell’ironia cinica.
Ma il punto resta: nessuna crisi culturale o istituzionale è riuscita a spegnere davvero la domanda di giustizia, di bellezza, di verità che ogni persona porta, anche senza darle un nome religioso.
Il limite: la crepa da cui passa la domanda
Se c’è un luogo in cui questa natura desiderante dell’uomo si manifesta con chiarezza, è l’esperienza del limite. Il limite del corpo, quando la salute vacilla. Il limite delle relazioni, quando un amore finisce o tradisce. Il limite della società, quando la violenza e l’ingiustizia sembrano avere l’ultima parola. Il limite personale, quando ci si accorge di aver sbagliato, di aver fatto del male, di non essere quelli che si pensavano. In questi momenti, si può reagire in molti modi: anestetizzarsi, riempiendo il vuoto di rumore, consumo, intrattenimento; oppure indurirsi, trasformando la delusione in cinismo o risentimento o disperare, concludendo che “è tutto inutile”.
Eppure, proprio lì, nella ferita, spesso emerge con più forza una domanda: “Non può essere tutto qui”. È come se il limite non fosse solo una smentita, ma anche un punto di rivelazione: mostra quanto i nostri tentativi siano parziali, e al tempo stesso rende più acuta la sete di qualcosa che non crolli al primo urto.
Il desiderio, lungi dall’essere un lusso per tempi tranquilli, si mostra allora come ciò che resiste anche quando le evidenze crollano. È la protesta intima contro la riduzione della vita a somma di adattamenti.
Una “ontologia del desiderio”
Parlare di “ontologia del desiderio” significa sostenere che il desiderio non è un accessorio dell’umano, ma il suo modo d’essere più profondo. L’uomo non è solo un organismo che si adatta; è un soggetto aperto, che tende, che chiede, che cerca. È fatto in modo tale da non coincidere mai pienamente con ciò che possiede o che realizza. Questa sproporzione può far soffrire, ma è anche la sua grandezza. In pratica, questo vuol dire almeno tre cose: L’uomo è capace di riconoscere la bellezza e di rimanerne ferito, nel bene: un gesto gratuito, un atto di perdono, una musica, una parola detta al momento giusto lo toccano più di un vantaggio calcolato.
L’essere umano non sopporta a lungo l’ingiustizia: anche chi dice di non credere a nulla si indigna di fronte a un torto grave, a un abuso, a un tradimento. L’uomo fatica ad accontentarsi di relazioni ridotte a scambio: desidera una fedeltà, una affidabilità, un senso che non sia solo provvisorio. Questa struttura desiderante smaschera tanto la retorica tecnocratica che riduce l’uomo a risorsa, quanto un certo moralismo religioso che parte dal dovere, dai divieti, dai confini identitari, senza mai prendere sul serio ciò che muove davvero il cuore.
Un terreno comune prima delle divisioni
In una società in cui convivono credenti, agnostici e non credenti, il rischio è di parlare solo per schieramenti: linguaggi identitari, etichette, scontri frontali. Ma c’è un terreno precedente, più profondo: l’esperienza elementare del desiderare. Prima ancora di dividerci sulle risposte - Dio sì o no, quale visione di uomo, quale etica pubblica - possiamo riconoscerci nella stessa domanda di compimento. La tensione a una vita buona, giusta, piena, non è proprietà privata di nessuna confessione, di nessun partito, di nessun movimento. In questo senso, l’“ontologia del desiderio” non è un raffinato concetto teorico, ma una possibile base di dialogo: tra chi crede che questo desiderio sia apertura a un Tu personale e chi lo legge come energia vitale, tensione etica, vocazione alla cura del mondo. In entrambi i casi, la questione è la stessa: come accompagnare questo desiderio perché non venga soffocato o manipolato?
Educare il desiderio, non zittirlo
Qui si apre il nodo più delicato e, insieme, più pratico. Se prendiamo sul serio che l’uomo è definito dal desiderio, allora la domanda non è se reprimerlo o liberarlo senza limiti, ma come educarlo. Educare il desiderio significa:
aiutare a distinguere tra bisogni immediati e attese più profonde;
insegnare a giudicare le proposte culturali, politiche, religiose a partire da una domanda semplice: “Mi umanizza o mi riduce?”;
creare luoghi - famiglie, scuole, comunità, ambienti culturali - in cui si possa parlare della propria sete di senso senza essere ridicolizzati o usati.
L’alternativa, oggi, non è tra disciplina e libertà, ma tra: un desiderio addormentato, ridotto a consumo e intrattenimento e un desiderio portato alla maturità, capace di riconoscere ciò che vale e ciò che inganna.
Forse la vera domanda politica, culturale e spirituale del nostro tempo è meno astratta di quanto sembri. Non è solo: “Quale modello di società vogliamo?”. È, più radicalmente: “La vita che stiamo proponendo alle persone è all’altezza del desiderio che portano addosso?” E, ciascuno, nel proprio quotidiano, può rovesciarla su di sé: la vita che sto conducendo nutre il mio desiderio, o lo sta lentamente addormentando?
p.M.C.
Silere non possum