Padova - In queste ore, a Padova, sta emergendo una storia che certamente addolora. Un ex insegnante di religione, peraltro ex seminarista - entrato in seminario a quattordici anni ed uscito al terzo anno di Teologia - è agli arresti domiciliari con l'accusa di violenza sessuale aggravata su sette minorenni, maschi e femmine. I fatti contestati coprono quasi un decennio, dal 2017 al marzo di quest'anno. La cornice è sempre la stessa: la parrocchia, la scuola, la gita, il viaggio.

Ancora una volta emergono atti che coinvolgono il ruolo educativo. L'indagato respinge ogni addebito e parla di "fraintendimenti". Vale, come sempre, la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva. Eppure questa vicenda ci consegna almeno due spunti su cui, dentro e fuori la Chiesa, non possiamo più permetterci di girarci dall'altra parte.

Nella Chiesa non abbiamo ancora capito qual è davvero il problema.

Già nell'articolo pubblicato ieri Silere non possum aveva portato alla luce alcune delle dinamiche che stanno alla radice di queste derive. Ma c'è una domanda che questa vicenda rilancia con una forza che non possiamo più eludere: perché la maggior parte degli ex seminaristi finisce a insegnare religione? E perché, soprattutto, accade quasi sempre con quelli che il seminario non lo hanno lasciato spontaneamente, ma ne sono stati dimessi?

È una contraddizione che andrebbe guardata in faccia, una volta per tutte. Se un uomo non viene ritenuto idoneo a svolgere il ministero sacerdotale - cioè a stare in mezzo alla gente, in mezzo ai ragazzi, in mezzo alle famiglie, come pastore - su quale base lo riteniamo poi idoneo a entrare in un'aula scolastica, davanti a una classe di minorenni, con il timbro della Chiesa sulla fronte? Cosa cambia, esattamente? Le ragioni che hanno portato gli educatori a dire "no" davanti al sacerdozio non sono forse, in molti casi, esattamente le stesse che dovrebbero farci dire "no" anche davanti a una cattedra? Oppure riteniamo il presbiterio un club esclusivo in cui entra solo chi pare a noi e quindi i criteri oggettivi non valgono affatto?

È una questione su cui non diamo mai una risposta vera. Anzi: appena la si mette a tema, qualcuno comincia ad agitarsi, a derubricarla, a spostare il discorso. Eppure è proprio qui il cuore del problema. Ed è qui che si gioca buona parte della credibilità - e della responsabilità - della Chiesa.

Due cose, allora, dovrebbero diventare non negoziabili.

La prima: quando una persona viene dimessa dal seminario, ciò deve avvenire all'interno di un procedimento trasparente, nel quale venga messo nero su bianco il motivo della dimissione. Non una formula generica, non un "non idoneo" buono per tutti gli usi, ma una valutazione chiara, documentata, consultabile da chi - domani - dovrà decidere se affidargli un incarico educativo, una parrocchia, un gruppo giovanile, un'ora di religione.

La seconda, conseguente: non possiamo continuare a far rientrare dalla finestra chi abbiamo fatto uscire dalla porta. Se il seminario ha detto no, quella valutazione deve avere una riscontrabilità e se emessa con un criterio e una logica ovviamente deve valere anche negli altri ambiti della parrocchia e della diocesi.

Il consenso e il ruolo

Siamo talmente abituati a chiacchierare e spettegolare - anche perché, diciamoci la verità, nella Chiesa abbiamo molti soggetti che non hanno nulla da fare - che i problemi veri finiscono sempre nell'angolo. Ci consumiamo a discutere di cosa fa Tizio con Caio, di chi frequenta chi, di chi ha visto cosa, e intanto non ci accorgiamo che ci sono due parole che nella Chiesa non abbiamo ancora imparato a pronunciare: consenso e ruolo. Partiamo dalla prima. Il consenso. Dobbiamo finalmente capire con chi, quando e a quali condizioni si può vivere una relazione - anche affettiva, anche sessuale - senza fare del male a nessuno. La risposta, lo si dice fino allo sfinimento ma evidentemente non basta, è di una semplicità disarmante: con persone maggiorenni e consenzienti. Punto.

Tutto il resto non rientra in nessuna delle categorie con cui ci piace addomesticare queste vicende. Il ripiegamento sull'adolescente perché con i propri pari non si è capaci di stare; il "non ho potuto resistere"; la carezza "fraintesa"; la mano sulla coscia di una tredicenne. Niente di tutto questo è una caduta umana. Niente di tutto questo è una debolezza. Niente di tutto questo è un peccato di fragilità da confessare, assolvere e archiviare. È una molestia. È un abuso. Ed è ora di chiamarlo con il suo nome.

O lo capiamo, oppure non andremo da nessuna parte. Finché continueremo a confondere i due piani, finché parleremo di "debolezze" invece che di violenza, finché tratteremo come problema di morale privata ciò che è una questione di potere e di vittime, non ne usciremo.

L’incapacità di accettare quel “no”

Vedete, sono molti i casi in cui presbiteri o collaboratori parrocchiali ci provano, e quando ricevono un rifiuto cominciano a sparlare di chi li ha respinti. Anzi, spesso aprono una vera e propria guerra. Parte tutto da una sagrestia, e quella persona che fino a ieri era "adorabile e fantastica" diventa di colpo l'acerrimo nemico. Solo perché ti ha detto no. Magari quella persona non andrà mai a denunciarti per molestie - non ha voglia di affrontare un processo penale e tutte le conseguenze che si porta dietro - ma ti ha detto no e ti evita. Nella Chiesa, però, abbiamo soggetti così immaturi e problematici che quel no si trasforma in una lotta, in una militanza eterna contro quella determinata persona. Ed è così che dentro lo stesso presbiterio troviamo preti che non si rivolgono più la parola ai propri confratelli, che inventano storie, che costruiscono impalcature interamente nelle loro teste. Lo fanno i preti con i preti, i laici con i preti, i preti con i laici. E poi c'è chi raggiunge un livello di patologia tale da inventarsi tutto ancora prima, perché nella propria testa il rifiuto è già scontato in partenza.

Quando accadono queste cose, i vescovi o i formatori delegittimano tutto con un "vabbè, lascia perdere". E sono proprio questi rifiuti, non accolti e non maturati, che portano poi, con il tempo, questi personaggi a riversarsi su chi un no non può dirlo.

Il ruolo

La seconda parola è ruolo. E qui c'è ancora più confusione. Non abbiamo ancora messo a fuoco una cosa elementare: il parroco ha un ruolo, il curato ha un ruolo, il professore di religione ha un ruolo, il catechista ha un ruolo, persino la cuoca della parrocchia ha un ruolo. La nostra posizione è peculiare, e quando la gente guarda noi guarda la Chiesa. Vede un formatore, una persona di fiducia, qualcuno che abita spazi che dovrebbero essere - per definizione - sicuri. Spazi di crescita, di formazione, di accompagnamento.

Detto questo, non sono qui a negare l'evidenza - cosa che invece qualche puritano travestito da investigatore continua a fingere di non vedere. È vero, sì, che nelle scuole, come nelle parrocchie, esistono soggetti che hanno il feticcio del "professore", del "prete", del "formatore". La cronaca lo racconta da anni, e certe vicende non si dimenticano. Il caso di Daniela Casulli - la professoressa poi assolta dallo Stato - è uno di quelli che resteranno a lungo nella memoria collettiva. Come resterà l'imbarazzante intervista in cui lei, ospite nientemeno che di Paolo Del Debbio (il meglio della crème della televisione italiana), discuteva candidamente di "quadrangolo con gli studenti".

Ma attenzione: lì si parlava di un'altra cosa. Lì, almeno secondo la versione che ha portato all'assoluzione, c'era il consenso. Qui no. E quindi la questione, di nuovo, è sempre la stessa: il consenso. Senza, non c'è discussione possibile. Resta però un nodo che neanche la sentenza più favorevole può sciogliere: l'opportunità. Lo Stato potrà anche assolverti - e fa bene a farlo, se i fatti lo consentono - ma il punto, per chi riveste un ruolo, viene prima del codice penale. Non è opportuno. Non lo è e basta. Ci sono 8,3 miliardi di persone sulla Terra, devi proprio fare queste cose con i tuoi studenti, con i tuoi collaboratori parrocchiali, con i tuoi catechisti? Cioè qui andiamo oltre al consenso. Ci sono relazioni che possono avere anche il consenso ma sono inopportune. In Parrocchia, in Oratorio, in Curia, a Scuola, ecc… Determinate relazioni, lecite e legittime, si coltivano fuori non dentro a questi ambienti in cui hai un ruolo.

L'omosessualità non c'entra nulla

E questa vicenda ci offre un ulteriore spunto per affrontare un tema caro a un certo tipo di pseudo-cattolici: quelli che, ogni volta che si parla di pedofilia nella Chiesa, tirano fuori – ossessionati dalle loro parti irrisolte - la questione dell'omosessualità. Riemerge sempre la stessa, vecchia tesi: che l'omosessualità sarebbe in qualche modo collegata alla pedofilia, che l'una sia anticamera dell'altra, che a monte degli abusi ci sia "quello". È un cortocircuito che fa comodo a molti, perché permette di spostare il problema dal piano vero - la pedofilia, l'abuso di potere su minori e vulnerabili, la responsabilità degli adulti che fanno violenza ai più fragili - a un terreno ideologico sul quale si combattono ben altre battaglie. Una manovra retorica comoda, ma è una falsificazione. E in questa vicenda lo è in modo persino didascalico: le vittime, secondo l'accusa, sarebbero sia ragazzi che ragazze. Bambini e bambine, indistintamente.

La pedofilia è una patologia che riguarda l'attrazione verso i minori, non l'orientamento sessuale di chi la agisce. Un pedofilo eterosessuale resta un pedofilo. Un pedofilo omosessuale resta un pedofilo. Una persona omosessuale adulta che ha relazioni con persone omosessuali adulte e consenzienti non c'entra nulla - assolutamente nulla - con chi abusa di un tredicenne a scuola. Continuare a impastare le due cose serve solo a una cosa: a non vedere il vero problema. E il vero problema, di nuovo, è uno solo: diverse persone che vivono nelle nostre comunità non hanno la capacità umana ed affettiva per relazionarsi con adulti in modo consensuale e serio.  Non il loro orientamento, non il loro stato di vita, non i loro voti. La loro patologia, e i sistemi che invece di fornire aiuto favoriscono il problema.

L’ipocrisia gerarchica

E qui arriviamo al cuore del problema: l'ipocrisia. Perché in questi anni Silere non possum ha provato - spesso in solitudine, sempre tra le polemiche - a portare alla luce le storie di personaggi problematici e pericolosi che si muovono dentro la Chiesa indisturbati. Abbiamo raccontato di ex seminaristi che girano per le diocesi sparlando dei preti che li hanno fatti uscire, trasformando la propria dimissione in una vendetta a fuoco lento. Abbiamo raccontato di ex religiosi che additano i loro abati come omosessuali con il solo scopo di rovinarli. Abbiamo raccontato di collaboratori parrocchiali con rapporti tutt'altro che limpidi con i curati, che poi ricattavano quegli stessi preti, facevano scenate di gelosia da telenovela e rendevano invivibile il clima della parrocchia. Abbiamo raccontato di preti cacciati dalle proprie diocesi che continuano a seminare zizzania - un veleno lento, infido - nell'assoluta indifferenza di vescovi inetti, troppo impegnati a non avere grane per accorgersi che la grana è già dentro casa. Abbiamo raccontato di giovanotti che si aggirano per il Vaticano al braccio di cardinali e vescovi, raccogliendo foto in luoghi "esclusivi" che diventano, puntualmente, materiale di ricatto. Sono quelli che si “eccitano” nel guidare la macchina SCV per conto del presule di turno e poi dopo vanno in sartoria a dire che quel cardinale è “una gran signora”. Abbiamo raccontato di giornalisti che mandano messaggi sconci ai preti con l'unico scopo di tendere trappole, per poi correre da Papa Francesco a denunciarli. E altro ancora.

Tutto questo non lo abbiamo fatto per “pettegolezzo”. Lo abbiamo fatto per risvegliare coscienze addormentate e per mettere in guardia le vittime di questi meccanismi. Sono denunce non chiacchiericcio. La risposta, però, è stata sempre la stessa: il problema è se se ne parla. "È meglio non parlarne, sono cose che si fanno ma non si dicono", disse testualmente un cardinale tradizionalista. Ecco. È esattamente quel "non si dicono" che oggi presenta il conto. Perché il non detto, prima o poi, esce fuori. Esce sotto forma di scandali, di processi, di carriere bruciate. Ed esce, oggi, - immancabilmente - sotto forma di foto.

In queste ore stanno circolando le foto di questo ex professore con il cardinale Pietro Parolin, con Papa Francesco, con altri ancora. E come da copione parte la giostra delle giustificazioni imbarazzate: "Eh, beh, era un ex seminarista di Padova, vuoi che Parolin non lo accolga in Segreteria di Stato?". Già, vuoi mai. E poi insomma, due chiacchiere, una foto, che sarà mai. Sia un monito, allora, per tutti quelli che ancora non hanno capito una cosa elementare: quei "soggetti che si infilano nei luoghi esclusivi a caccia di un selfie" con il porporato di turno non sono macchiette folkloristiche da liquidare con un sorriso. Sono pericolosi. E lo sono proprio perché vengono trattati come innocui.

Perché il problema, lo ripetiamo, non è il fatto che ci provino - quelli ci proveranno sempre, è nella loro natura. La domanda vera, quella che nessuno ha il coraggio di porsi davvero, è un'altra: chi gliela apre, quella porta? Chi gliela concede? E, soprattutto, perché? Perché adesso, nella consueta dose di ipocrisia di cui la Chiesa sembra non poter fare a meno, abbiamo le alte sfere che si affannano a precisare: "Ah no, ma noi ce ne siamo liberati nel 2023". Certo. Intanto, però, finché conveniva tenerselo accanto, le relazioni andavano benissimo. Le foto si facevano, gli inviti si accettavano, le porte si aprivano. Ci si è "liberati" solo quando ormai era impossibile fare altrimenti - quando il rumore era diventato troppo forte per essere ancora coperto da un sussurro in sacrestia. E così, ancora una volta, scopriamo che il vero scandalo non è soltanto ciò che certi soggetti combinano. È il fatto che, per anni, abbiamo finto di non vedere.

Una postilla, che riguarda tutti noi.

In questa storia c'è un dettaglio che dovrebbe far riflettere chi ha responsabilità educative: le voci giravano da anni. Già nel 2020 - secondo quanto emerge dagli atti - i ragazzi si scambiavano messaggi su quel professore, sulle sue attenzioni, sul suo modo di fare. Come mai nella Chiesa perdiamo tanto tempo a chiacchierare e sparlare su cose inesistenti ma non prendiamo provvedimenti in quei casi che in realtà sono seri e potenzialmente pericolosi? Questo avviene oggi, con questa questione, ma avviene in moltissimi altri casi in cui gli abusi sessuali non c’entrano nulla ma la nocività di certi personaggi è anche peggiore. Anzi quando dici alcune cose o addirittura le scrivi ti rispondono: “Eh vabbè ma si sa, lo sanno tutti ormai”. Si va bene ma come mai nessuno prende provvedimenti? Questo è il nostro dramma e ancora una volta non posso che essere d’accordo con i miei confratelli: è necessaria una apoptosi.

d.V.B.
Silere non possum

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