In biologia esiste un processo che noi, come Chiesa e soprattutto come sacerdoti, faremmo bene a osservare con attenzione: un corpo sano sa lasciar morire ciò che lo sta uccidendo. Si chiama apoptosi cellulare, ed è uno dei meccanismi più straordinari del nostro organismo. La definiscono "morte cellulare programmata": quando una cellula si danneggia, si corrompe o smette di lavorare per il bene dell'insieme, il corpo stesso la riconosce e la elimina. Non la nasconde, non la trasferisce in un altro tessuto, non la copre sperando che guarisca da sola. La espelle. È il corpo che dice a quella cellula: «Devi andartene, perché stai diventando un pericolo per me». Quando questo meccanismo si inceppa, e le cellule danneggiate restano dove sono e cominciano a moltiplicarsi, nasce il tumore. Un organismo sano non protegge ciò che lo ammala: lo lascia andare. È così, e solo così, che si conserva la vita dell'insieme.

Un'analogia per la Chiesa

All'interno della Chiesa e del nostro presbiterio dovrebbe accadere esattamente la stessa cosa. Sia chiaro: qui non stiamo parlando di chi vive delle difficoltà e può essere aiutato. Su questi non c'è alcun dubbio: come Chiesa dobbiamo accoglierli e integrarli, e tutti, attraverso di noi, devono poter raggiungere la salvezza. Il punto su cui vogliamo soffermarci oggi è un altro: quei soggetti che non solo sono profondamente problematici, ma non lo riconoscono, e anzi arrecano un danno reale al Corpo della Chiesa, in particolare al presbiterio o alle comunità religiose, monastiche e seminariali. Persone che, lasciate al loro posto, rischiano di avvelenare l'intero organismo.

Il fallimento della formazione

Il presbiterio deve potersi difendere, per natura, da quei ministri divisivi e problematici che purtroppo lo abitano. In realtà non dovrebbero nemmeno arrivare all'ordinazione: è il Seminario che dovrebbe fare il proprio lavoro, riconoscere per tempo i soggetti capaci di avvelenare il presbiterio e allontanarli. Sappiamo bene, però, che oggi la formazione presenta diverse criticità, e su due fronti.

Da un lato, ci sono vescovi che ad alcuni candidati il seminario non lo fanno nemmeno fare, perché ben consapevoli che quella struttura potrebbe far emergere i problemi dei soggetti che essi vogliono ordinare a tutti i costi. Così pensano bene di ordinarli e inserirli direttamente nel presbiterio, avvelenandolo in maniera dolosa. Dall'altro lato, c'è la questione del non funzionamento dei seminari stessi, i quali ormai non sono più luoghi di formazione, ma di selezione. Ed è qui che si consuma il primo cortocircuito: la selezione non avviene più secondo i criteri che dovrebbero contare, cioè la preghiera, la fede, la maturità umana e affettiva, la preparazione culturale. Sono criteri scomodi, perché richiedono discernimento, fatica, e soprattutto la capacità di dire dei no. Per questo sono stati sostituiti da un criterio più comodo, e infinitamente più pericoloso: la simpatia del rettore. Oggi in seminario si procede solo se si è nelle sue grazie. Anzi, più si è problematici e più il rettore, soprattutto quando si improvvisa psicologo, spingerà avanti il candidato, perché si divertirà a giocare con lui. La fragilità del seminarista diventa così la materia prima del piccolo potere del formatore. «Vedete, io l’ho guarito. Vedete, io l’ho migliorato», va dicendo ai preti. Salvo poi guardare questi soggetti e capire che bisognerebbe ricoverare non solo loro ma anche il rettore stesso.

La radice comune: un'incapacità affettiva e relazionale

Il dramma, però, è infinitamente più serio di quanto si pensi. Molti si focalizzano sui casi di abuso sessuale, che pure sono frutto di una formazione che non ha funzionato e hanno la stessa identica radice di ciò di cui stiamo parlando. Ma il punto è che il dramma inizia molto prima, ed è perfettamente riconoscibile, se solo si vuole vederlo. Chi è il pedofilo, in fondo? È un soggetto che non riesce a rapportarsi con i suoi simili, con persone adulte, e che per questo riversa le sue attenzioni e i suoi desideri sul minore, o sulla persona vulnerabile, perché non può dirgli di no.

Le criticità che hanno la medesima natura, però, sono moltissime. Tutto parte da una incapacità affettiva, sessuale e relazionale. E allora la domanda è inevitabile: quanti dei soggetti che entrano nelle grazie dei formatori portano dentro di sé esattamente queste problematiche? Non ha forse la stessa radice il gusto morboso per il chiacchiericcio che ruota sempre attorno agli stessi temi, cioè il sesso, i rapporti tra confratelli, le parole declinate al femminile per appellare superiori, confratelli e collaboratori? Non ha la stessa radice l'incapacità di rapportarsi con chi non la pensa come te, sia esso confratello o laico, e l'abitudine di attribuire agli altri ciò che in realtà vivi, o vorresti vivere, tu? Non ha la stessa radice la ricerca spasmodica di attenzione di quel tuo confratello a cui non interessi? Non ha la stessa radice quella persecuzione che questi personaggi mettono in atto nei confronti di coloro che etichettano come “nemici” quando vengono “rifiutati”? La lista sarebbe molto lunga.

Il cibo come sintomo ignorato

Le dipendenze e i disturbi, poi, sono moltissimi. Ma pensiamo anche solo a quei presbiteri che affogano tutte le loro repressioni e insoddisfazioni nel cibo: in alcune diocesi ormai non si contano più. Spesso non si tratta di criticità di costituzione, ma di questioni psicologiche e comportamentali che qualcuno si ostina a non voler vedere. Il cibo, in seminario, è uno dei sintomi più visibili e al tempo stesso meno trattati. Piuttosto che avviare una seria valutazione sul perché quel seminarista o quel prete si riversa con voracità sul cibo, mettendo a tema i problemi psicologici e i disturbi alimentari che vi stanno dietro, in refettorio il rettore ride e scherza: «Dategli da mangiare, ahaha!».

Quanti sono quei seminaristi che, subito dopo l'ordinazione, sono dimagriti improvvisamente? E quanti, al contrario, hanno preso peso in modo altrettanto repentino? Quanti sono quelli che durante i pranzi o le cene comunitarie affogano nel cibo le loro insoddisfazioni? Sono spie che dovremmo saper cogliere, ma non con l'ottica che oggi domina in seminario, quella puramente giudicante. Andrebbero lette per ciò che sono, cioè segnali da raccogliere per aiutare davvero le persone, perché molto spesso anche chi vive certe condizioni non ne ha piena consapevolezza.

Quando il disagio diventa barzelletta

Eppure, di reale preoccupazione per la formazione umana, e per la risoluzione concreta di questi problemi, non se ne vede. Il disagio viene trasformato in barzelletta, l'ingordigia in folklore di casa. Figure palesemente ridicole diventano il pretesto per ridere insieme dentro la comunità, senza che nessuno si renda conto di una cosa molto semplice: quelle stesse persone, un domani, non solo faranno parte del presbiterio, ma saranno mandate in una comunità a governarla. E la gente, certe cose, non te le manda a dire: sa essere spietata, quando serve. E ha ragione a esserlo.

Ma siamo giunti ad un livello tale che alcuni rettori pensano, e talvolta lo dicono apertamente: «Tanto meglio, se sono così non ci daranno problemi con la castità». La castità, da virtù evangelica che esige un'integrazione affettiva matura, viene ridotta a un calcolo cinico: meno attenzioni, meno guai. Qualcosa di imbarazzante e inquietante al tempo stesso. Anche perché quella insoddisfazione farà muovere la lingua e sono moltissimi a casi.

La repressione che si traveste

Sono solitamente questi i soggetti che poi creano problemi nel seminario e nel presbiterio, se vengono malauguratamente ordinati. Non è un caso, è una conseguenza. Quella dose di repressione, mai nominata e mai curata, non scompare con l'ordinazione: semplicemente si traveste. Si traveste da rigore con gli altri, da giudizio implacabile sui confratelli, da chiacchiericcio velenoso che ha bisogno di colpire qualcuno ogni giorno. Sono quelli che etichettano tutti, che sparlano sempre, che riducono la fraternità presbiterale a un cortile di sospetti. E spesso sono anche quelli che giocano con le fasce (che, peraltro, a momenti esplodono), con i pizzi, con lo stemma sacerdotale con motti e bordature paonazze, e via dicendo: l'apparato esteriore diventa la corazza che tiene insieme un'identità mai veramente costruita.

Avviare l'apoptosi

Ecco perché, qualche giorno fa un anziano presule, per lunghi anni formatore in seminario, ha saggiamente detto: dovremmo funzionare proprio come il nostro organismo e avviare una vera e propria apoptosi cellulare. Dovremmo buttare fuori queste persone per evitare che si inquini tutto il presbiterio. Non si tratta di durezza, si tratta di salute. Coprire, spostare, giustificare, tollerare non è misericordia: è esattamente il modo in cui una malattia diventa sistemica.

Questo è esattamente ciò che accade quando cambia il vescovo: attorno al neoeletto si riversano tutti questi personaggi problematici con tanta ambizione, e l'idea che si fa strada è sempre la stessa, cioè «diamogli un incarico, così almeno sta zitto». Ed è in questo modo che si distrugge l'intero presbiterio, un pezzo alla volta. Poi, quando i preti, anche giovani, si tolgono la vita, siamo pronti a piangere con finte lacrime e a riempire le nostre pagine social di post strappalacrime, incastonati tra un pizzo e un candelabro. Nel frattempo, però, nulla cambia, e i problemi non vengono affatto affrontati alla radice.

È il meccanismo inceppato che, dalle cellule, lascia nascere il tumore. Una Chiesa che non sa più espellere ciò che la sta avvelenando non è una Chiesa più mite, è una Chiesa più malata.

Chi frequentiamo noi?

E qui la questione diventa anche personale, perché un presbiterio non è un'entità astratta: è fatto di legami concreti, di scelte quotidiane su con chi si parla, con chi si cena, con chi si va in vacanza. Alla Sapienza, nei giorni scorsi, Leone XIV ha detto: «Noi siamo i nostri legami, il nostro linguaggio, la nostra cultura: a maggior ragione, è vitale che gli anni dell'università siano il tempo dei grandi incontri». Vale per gli universitari, ma vale infinitamente di più per noi. Dobbiamo allora chiederci: chi frequentiamo noi? Se ci circondiamo del frate chiacchierone, quello che saltella di qua e di là, parla sempre male dei confratelli e infila riferimenti al sesso in ogni discorso; se ci circondiamo del frate che porta i ragazzetti irrisolti in giro per il Vaticano perché «si sente solo», mettendo a repentaglio persino la sicurezza del Papa, è evidente che non stiamo facendo bene. Se facciamo parte di quei circoletti composti da preti problematici, che litigano con qualunque confratello, riversano nel cibo le proprie insoddisfazioni, si pavoneggiano con tricorni dai pompon paonazzi, mozzette e fasce, e trascorrono il tempo del ritiro del clero a sparlare degli altri preti o del parroco viciniore, allora forse non stiamo facendo bene. Se ci circondiamo di confratelli che impiegano le loro giornate a parlare male del vescovo e dei sacerdoti, non stiamo costruendo nulla di buono. Stiamo, semmai, alimentando il tessuto malato che un organismo sano dovrebbe avere il coraggio e la forza di lasciar andare. Ma questi, si sa, non sono argomenti che qualcuno ha il coraggio di affrontare perché “sennò chi la dice la Messa nel paesino?”.

d.E.B. e d.T.F.
Silere non possum

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