Città del Vaticano - «La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro». Con questo titolo Papa Leone XIV consegna alla Chiesa il messaggio per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato, che sarà celebrata l’11 febbraio 2026 e che quest’anno avrà una sede simbolicamente rilevante: Chiclayo, in Perù. Si tratta della diocesi che Prevost ha guidato dal 2015 al 2023.
Nel testo, il Pontefice sceglie la parabola lucana del buon samaritano come lente per leggere la cura dei malati non soltanto come gesto di bontà individuale, ma come dimensione sociale della compassione: una carità che prende corpo nelle relazioni e che, proprio perché nasce dall’amore di Dio, diventa responsabilità condivisa e concreta.
Il centro del messaggio: diventare prossimi
Leone XIV ripercorre la scena evangelica: l’uomo ferito lungo la strada tra Gerusalemme e Gerico, l’indifferenza di chi “passa oltre”, la scelta del samaritano che si ferma, fascia le ferite, conduce in una locanda e paga perché sia curato. Il Papa insiste su un punto decisivo: Gesù, con quella parabola, non offre una definizione astratta di “prossimo”, ma indica un processo morale e spirituale: diventare prossimi, scegliere la vicinanza, lasciarsi coinvolgere. In questo senso, la compassione non resta emozione: è un movimento interiore che spinge all’azione, traduce lo sguardo in passi, il sentimento in cura. E, per il cristiano, quel movimento ha un riferimento preciso: Cristo stesso, “vero Samaritano” che si è avvicinato all’umanità ferita.
Il “dono dell’incontro” contro la cultura della fretta
Il Pontefice fotografa il contesto in cui la Giornata si celebra: una cultura segnata da rapidità, immediatezza, fretta, spesso accompagnate da scarto e indifferenza. È qui che la parabola diventa provocazione: il samaritano non è efficace perché fa molte cose, ma perché compie la prima, decisiva scelta: fermarsi. E nel fermarsi c’è il “dono” più raro: il tempo. Da questa impostazione deriva una conseguenza pastorale netta: la cura dei malati non si riduce a un servizio da garantire, ma diventa un luogo in cui la fede si misura nella qualità della presenza, dell’ascolto, della prossimità.
Una cura che diventa missione comune
Un’altra parola-chiave del messaggio è “noi”. Leone XIV mette in guardia dalla tentazione di pensare la compassione come gesto eroico e solitario: anche nella parabola, il samaritano coinvolge l’albergatore e costruisce una rete di responsabilità. Nel linguaggio del Papa, la cura dei malati è una missione condivisa: familiari, vicini, operatori sanitari, persone impegnate nella pastorale della salute, ciascuno secondo la propria vocazione, contribuisce a dare alla compassione una forma sociale. Il testo assume così un profilo ecclesiale: la cura non è un “settore” tra gli altri, ma un’azione che dice qualcosa sulla salute spirituale e umana delle comunità, perché mostra se l’uomo ferito resta ai margini o viene riconosciuto come parte del corpo di cui tutti siamo membra.
Amore di Dio e amore del prossimo: la verifica concreta
Nel messaggio, Leone XIV richiama il duplice comandamento dell’amore: amare Dio con tutto se stessi e amare il prossimo come se stessi. Qui la compassione verso il malato diventa “verifica” della fede: l’amore per Dio produce effetti reali nel modo di relazionarsi con l’altro e con sé stessi, liberando la persona dalla ricerca di dignità fondata su successo, carriera o posizione, e riportandola alla verità delle relazioni. Il Papa affida infine alla Vergine Maria, invocata come Salute dei malati, una preghiera per chi soffre e per chi assiste, con una benedizione che include malati, familiari, operatori sanitari e quanti partecipano a questa Giornata.
Come nasce la Giornata Mondiale del Malato
La Giornata Mondiale del Malato è una ricorrenza istituita il 13 maggio 1992 da San Giovanni Paolo II. A partire dall’11 febbraio 1993, coincidente con la memoria liturgica della Madonna di Lourdes, questa data ha assunto anche il carattere di un momento speciale di preghiera e condivisione, fino a diventare un appuntamento stabile del calendario ecclesiale. Non è un dettaglio secondario che l’istituzione arrivi a ridosso di un passaggio personale decisivo: a Giovanni Paolo II era stata diagnosticata la malattia di Parkinson già nel 1991. La notizia sarebbe divenuta pubblica solo più tardi, ma resta significativo che il Papa abbia voluto dare forma universale, nella vita della Chiesa, a un’attenzione spirituale e pastorale verso chi soffre, a un anno dalla diagnosi. Karol Wojtyła aveva già riflettuto a lungo sul tema della sofferenza: la sua lettera apostolica Salvifici Doloris ha offerto una lettura della sofferenza come realtà che, unita a Cristo, assume un senso salvifico e redentivo. La scelta di Lourdes, inoltre, lega la Giornata a un luogo dove molti pellegrini hanno vissuto guarigioni grazie all’intercessione della Beata Vergine.
s.L.V.
Silere non possum