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Bata - Alle 17:25 la pioggia non è ancora finita. Piove sulla corona di fiori che il Papa depone ai piedi del Monumento commemorativo delle vittime dell'esplosione del 7 marzo 2021, la strage di Nkoantoma, oltre cento morti, centinaia di feriti, un Paese che quel giorno si scoprì in lutto. La Guardia d'Onore è schierata. Il Ministro Delegato alla Difesa Nazionale e il Direttore del Monumento accompagnano Leone XIV in silenzio. Il Papa prega per i defunti, benedice. Non una parola. Solo il suono dell'acqua e dei passi sull'asfalto bagnato. Poi la macchina riparte. Destinazione: lo stadio.

Sono quasi le diciotto quando la papamobile entra nell'arena di Bata. Il boato di quelli che sembrano scuotere le fondamenta. Bandiere, costumi tradizionali, gruppi etnici schierati con i loro simboli, colori che si accendono contro il grigio del cielo. Il Papa gira fra loro, saluta. I giovani urlano il suo nome.

Ad accoglierlo è mons. Miguel Angel Nguema Bee, vescovo amministratore apostolico di Bata e incaricato della pastorale giovanile per la Conferenza Episcopale della Guinea Equatoriale. Poche parole di benvenuto. Poi comincia la sfilata dei gruppi. Danze che arrivano da ogni angolo del Paese, abiti che raccontano geografie, costa, foresta, isole. Ogni gruppo consegna al Papa un oggetto: un bastone, una rete, la riproduzione di un'isola, una barca, uno strumento musicale. Piccole cose, di lavoro e di quotidiano. Leone XIV li raccoglie con lo sguardo. Poi cominciano le testimonianze. Quattro voci, che diventeranno il cuore del suo discorso.

Alicia parla del lavoro. Del sogno di «una terra in cui i giovani, uomini e donne, non cerchino il successo facile, ma scelgano la cultura dello sforzo, della disciplina, del lavoro ben fatto e che questo sia valorizzato». Dice che essere cristiana, per lei, significa anche «lavorare con dignità e trattare tutti con rispetto». Accenna, con pudore, alla fatica di essere donna nel mondo del lavoro di questo Paese. Francisco Martin racconta la sua vocazione sacerdotale. Dice di aver faticato a trovare il coraggio di dire . Di aver cercato a lungo il proprio fiat. Lo stadio capisce, senza bisogno di esegesi: la chiamata non è mai comoda. Purificación e Jaime Antonio - sposi - parlano della famiglia. Dei «giudizi, pregiudizi e stereotipi» che oggi tentano, dicono, di sminuirne il valore. Della fatica di tenere insieme una casa mentre il mondo intorno ti suggerisce l'opposto. Poi si alza Victor Antonio. È un adolescente. La sua testimonianza - il Papa la definirà, poco dopo, «macigno» - raggiunge lo stadio come un silenzio che si apre in mezzo alla festa. Parla di bambini. Di vita che nasce e che cresce. Di responsabilità degli adulti verso i piccoli. Le quattro voci si mettono in ascolto. Leone XIV prende la parola.

L'apertura è spiazzante: «Chi ha paura della pioggia? Chi vuole la benedizione di Dio?». La folla risponde urlando. È la stessa pioggia del pomeriggio, la stessa dell'orazione al monumento, la stessa del cortile della prigione. Torna qui come una firma, o come una benedizione che il Papa ha deciso di leggere come tale fin dalla prima ora della giornata. Ringrazia il vescovo. Cita parola per parola ciò che Nguema Bee aveva detto del Paese - «giovane, pieno di energia, di domande, di voglia di vivere» - e lo riconsegna al motto del viaggio: Cristo, luce della Guinea Equatoriale, verso un futuro di speranza. La luce, aggiunge, è già qui: «La luce più splendente, qui, è quella dei vostri occhi, dei vostri volti, del vostro sorriso, dei canti, dei balli». Poi Leone XIV guarda gli oggetti consegnati dai gruppi. Li rilegge uno per uno. Bastone, rete, isola, barca, strumento musicale. Li traduce in cinque virtù: servizio, unità, accoglienza, fiducia, festa. Ed è qui che Leone si rivolge ai giovani dicendo: «Il futuro è vostro».

Da questo momento, l’intervento di Prevost smette di essere discorso. Diventa conversazione. Il Papa non tiene una lezione: risponde ai testimoni, uno a uno. Ad Alicia Leone XIV riconsegna la dignità del lavoro come faccenda cristiana, e la responsabilità verso le donne nel mondo del lavoro come tema che la Chiesa non può più eludere.

A Francisco Martin consegna la promessa di Matteo 19,29: chi lascia tutto per seguire Cristo, «riceverete "cento volte tanto e […] la vita eterna"». La dice con forza. La rivolge a tutti i giovani: non abbiate paura della consacrazione, del sacerdozio, della vita religiosa. La parola gioia ritorna tre volte. A Purificación e Jaime Antonio il Papa affida un ritratto lungo e nitido della famiglia cristiana. Usa una parola che pesa: alleanza. «Essere sposi e genitori è una missione entusiasmante, un'alleanza da vivere giorno per giorno». E cita san Giovanni Paolo II, il discorso che pronunciò a Malabo del 18 febbraio 1982,  il primo approdo di un Pontefice su questa terra: «Date sempre esempio di concordia fra di voi, di amore vicendevole, di capacità di riconciliazione, di rispetto effettivo dei diritti di ogni cittadino, di ogni famiglia, di ogni gruppo sociale». E a Victor Antonio, l'adolescente, forse il passaggio più commosso di tutti. Leone XIV dice che le sue parole «cadono come macigno in mezzo a noi, ma non per distruggere». Anzi: devono spingere a «costruire un mondo migliore, fondato sul rispetto per la vita che nasce e che cresce, e sul senso di responsabilità verso i bambini e i piccoli». L'adolescente che parla di bambini agli adulti: il Papa raccoglie l'inversione e la restituisce come consegna. La chiusura è un'esortazione corale. «Lasciamoci entusiasmare dalla bellezza dell'amore, facciamoci testimoni dell'amore che Gesù ci ha lasciato e insegnato». L'amore - dice Leone XIV - «può davvero trasformare il mondo, anche nelle sue strutture e istituzioni». Il verbo trasformare applicato alle istituzioni non è un dettaglio: è la grammatica di una Chiesa che non si limita a consolare. Poi la recita del credo e la benedizione finale.  Alle 19:10 Leone XIV lascia lo stadio. All'aeroporto di Bata il congedo con le autorità locali. Decollo, volo notturno sulla baia, e alle 20:30 l'atterraggio a Malabo. Lo attende una cena privata nella Casa Arcivescovile. 

s.T.R.
Silere non possum

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