Roma - Nelle scorse settimane Silere non possum è intervenuto pubblicamente per denunciare l’assurdità di iniziative organizzate all’interno delle parrocchie con l’obiettivo di convincere i cittadini a votare “No” al referendum sulla riforma della giustizia. Luoghi nati per l’annuncio del Vangelo e la formazione delle coscienze sono stati trasformati in spazi di propaganda politica, con il coinvolgimento diretto di magistrati e giuristi chiamati non a spiegare, ma a orientare.

L’intervento ha colpito nel segno. I giuristi cattolici italiani hanno reagito dapprima bofonchiando, quasi a voler ridurre tutto a una questione di forma: gli incontri, hanno precisato, non si svolgono “in chiesa”, ma nei locali parrocchiali. Una distinzione che salva, forse, il profilo strettamente canonico, ma non scioglie il nodo sostanziale. Se non ammetteremmo mai la campagna elettorale del sindaco in oratorio o in una sala parrocchiale, non si capisce perché dovremmo tollerare che lì si faccia propaganda referendaria. Col passare dei giorni, però, è emerso l’imbarazzo. Gli stessi giuristi, inizialmente spiazzati, hanno riconosciuto la criticità di un’impostazione che prevedeva solo relatori schierati per il “No” e hanno promesso di trasformare quegli appuntamenti in luoghi di confronto, non più in passerelle a sostegno di una posizione precostituita. Un primo passo, certo, ma insufficiente a dissipare l’inquietudine di fondo: perché è proprio l’argomentazione utilizzata da alcuni magistrati a destare allarme.

Il Papa tirato per la tonaca

Nello scorso incontro, come ha portato alla luce Il Dubbio, alcuni magistrati hanno richiamato addirittura il magistero pontificio, sostenendo che il Papa avrebbe esaltato il ruolo dei “corpi intermedi” e la separazione dei poteri, per concludere che tra questi corpi intermedi rientrerebbe anche l’Associazione nazionale magistrati. Si tratta di una strumentalizzazione vergognosa. Il richiamo ai corpi intermedi, nella dottrina sociale della Chiesa, non è mai una giustificazione di corporazioni di potere, ma un argine contro l’assolutismo dello Stato e contro l’isolamento dell’individuo. Trasformare l’Associazione nazionale magistrati in un soggetto quasi “magisteriale”, investito del compito di proteggere i giudici dalle critiche, significa tradire il senso stesso di quel richiamo. Il Papa non ha mai legittimato strutture chiuse che chiedono fedeltà ideologica in cambio di protezione. Il Papa non ha mai sostenuto la necessità di cricche di potere che si autoalimentano. Anzi, la Chiesa è sempre stata molto chiara sulla divisione dei poteri.

La tesi inquietante: senza correnti il magistrato è indifeso

A rendere il quadro ancora più problematico è la posizione espressa da alcuni promotori del No a questa riforma, secondo i quali la riforma della giustizia sarebbe pericolosa perché “tocca le correnti”, le quali sarebbero necessarie per difendere i magistrati dagli attacchi della politica e dei media. La tesi è semplice quanto fragile: se un magistrato emette una sentenza sgradita e viene criticato, senza l’associazionismo non ci sarebbe nessuno a prendere le sue difese. Ma questa affermazione contiene un presupposto devastante: lo Stato di diritto non sarebbe in grado di tutelare da solo i propri giudici.

Indipendenza non è protezione corporativa

Il Testo di legge costituzionale sulla riforma dell’ordinamento giurisdizionale è chiarissimo: l’indipendenza della magistratura è garantita dall’ordinamento, non da gruppi organizzati. Ed è logico che sia così. Un magistrato: è un cittadino, è un professionista, è un soggetto titolare di diritti. Se viene diffamato, può agire in giudizio come chiunque altro. Se subisce pressioni indebite, esistono strumenti giuridici e istituzionali per contrastarle. Se la politica attacca una sentenza, non è l’associazione a dover intervenire, ma lo Stato, attraverso le sue regole. Sostenere il contrario significa ammettere che la legge non basta.

Il prezzo della protezione: pensare come il gruppo

C’è poi un nodo profondo in questo ragionamento, tipico di una cultura italiana segnata dal familismo amorale, che l’italiano medio spesso non riconosce né percepisce: la protezione corporativa non è mai neutra. Chi non si riconosce nelle posizioni dell’associazione dominante, chi si discosta dalla linea, cessa di essere difeso. La tutela diventa condizionata. È una dinamica che non riguarda solo la magistratura, ma anche giornalisti, avvocatiecclesiastici, accademici. La fedeltà al gruppo diventa il prezzo della sicurezza. È esattamente ciò che Alexis de Tocqueville aveva intuito: le democrazie moderne rischiano non tanto la repressione, quanto l’isolamento di chi dissente, lasciato solo davanti al potere.

Uno Stato che non si fida di sé stesso

Perché questa mentalità attecchisce così facilmente in Italia? Perché, troppo spesso, si antepone il gruppo alla norma, la relazione alla legge, la protezione informale alla garanzia pubblica. È la stessa logica perversa che, in certi contesti, porta a pensare: «Il pizzo lo devo pagare, altrimenti chi mi difende dal crimine?». Se versi il pizzo, l’“associazione” ti assicura una tutela contro gli altri; se non lo fai, resti esposto, e diventi vulnerabile proprio davanti a chi pretendeva di proteggerti. È una debolezza strutturale dello Stato moderno, che Max Weber avrebbe definito come crisi dello Stato razionale-legale: quando il potere non è più nelle regole impersonali, ma nelle appartenenze. E allora accade il paradosso: si invoca l’indipendenza della magistratura, ma la si ancora a meccanismi tribali.

Quando la solidarietà diventa menzogna

C’è un aspetto ancor più scomodo. Esistono solidarietà che non proteggono la giustizia, ma la snaturano. Solidarietà che non servono la verità, ma il mantenimento del sistema. Lo aveva colto con lucidità Albert Camus, quando denunciava quelle forme di alleanza che giustificano tutto in nome dell’appartenenza, trasformando la difesa in complicità.

La vera domanda

Se un magistrato ha bisogno di una corrente per sentirsi al sicuro, se deve affidarsi a un comunicato stampa invece che alla legge, se teme di restare solo perché lo Stato non basta, allora il problema non è la riforma della giustizia odierna. Il problema è un sistema che ha smesso di credere negli strumenti propri dello Stato.

d.L.C.
Silere non possum