Washington – La presenza del vicepresidente JD Vance come oratore al March for Life 2026, in programma il 23 gennaio a Washington, D.C., solleva interrogativi che vanno ben oltre il calendario degli eventi o la consueta ritualità della mobilitazione pro-life negli Stati Uniti. Vance, secondo vicepresidente cattolico nella storia del Paese, salirà sul palco insieme allo speaker repubblicano della Camera Mike Johnson e al deputato Chris Smith, in quella che sarà la 53ª edizione della marcia.

Gli organizzatori hanno ricordato che per Vance si tratta della seconda partecipazione in qualità di vicepresidente, dopo l’intervento del 2025, quando pronunciò il suo primo discorso pubblico nel nuovo ruolo istituzionale. In quell’occasione, Vance aveva collegato la propria esperienza di paternità alla convinzione che «una vita non ancora nata è degna di protezione», insistendo sul fatto che il March for Life non rappresenti un singolo evento, ma il lavoro quotidiano del movimento pro-life.

Tuttavia, il profilo politico e il linguaggio pubblico del vicepresidente raccontano una storia più complessae, per molti versi, profondamente contraddittoria rispetto a una visione autenticamente cattolica della difesa della vita. In più occasioni, JD Vance si è espresso con toni e modalità che difficilmente possono essere ricondotti alla dottrina sociale della Chiesa. Nelle scorse settimane, commentando l’uccisione di una donna durante un’operazione delle forze di polizia dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), Vance ha affermato che gli agenti “hanno fatto bene”, legittimando un uso della forza che solleva forti interrogativi sul piano dei diritti umani. Non solo: il vicepresidente ha più volte sostenuto che l’azione dell’ICE contro gli immigrati irregolari sia nel complesso positiva, senza distinguere tra sicurezza, legalità e rispetto della dignità della persona.

Queste posizioni entrano in collisione con quanto affermato con chiarezza da Leone XIV. Il 30 settembre 2025, rispondendo a una domanda di una giornalista americana all’uscita da Castel Gandolfo - in un contesto segnato dai tentativi di trascinare il Papa nella gogna mediatica orchestrata da ambienti tradizionalisti contro il cardinale Cupich - Leone XIV aveva pronunciato parole inequivocabili: «Se uno dice di essere contro l’aborto ma è a favore della pena di morte non è realmente pro life; se uno dice di essere contro l’aborto ma è a favore di un trattamento disumano dei migranti non è davvero pro life». Una presa di posizione che smaschera l’uso selettivo e strumentale del concetto di “vita”, ridotto a slogan ideologico. Il Papa, in pochi mesi di pontificato, ha più volte denunciato questa deriva. Nel libro-intervista pubblicato nei mesi scorsi dalla giornalista Elise Ann Allen, Leone XIV ha ricordato come non sia raro che ambienti tradizionalisti pieghino la liturgia e la fede a fini politici, trasformando simboli religiosi in strumenti di propaganda. È in questo quadro che va letta la partecipazione di JD Vance al March for Life: non come espressione di una testimonianza cattolica coerente, ma come tassello di una strategia politica che utilizza temi eticamente sensibili per consolidare consenso.

La presenza del vicepresidente alla marcia rende evidente una verità scomoda: appuntamenti come il March for Life negli Stati Uniti e, in Italia, iniziative come Pro Vita e Famiglia non si configurano come espressioni della Chiesa cattolica, ma come piattaforme di una destra ideologica che usa il lessico della “vita” in modo selettivo, decidendo quali esistenze meritino tutela e quali possano essere rese invisibili o persino sacrificate.

La versione italiana degli estremisti di Destra

Proprio sul versante italiano della medesima fazione, nelle scorse ore Mario Adinolfi - che ama presentarsi con l’autodescrizione «giornalista e scrittore, deputato della Repubblica nella XVI legislatura, pokerista, marito e padre» - ha pubblicato una foto dal Campidoglio accompagnandola con parole che fotografano lo stile di questi sedicenti cattolici: «Da piazza del Campidoglio innalziamo cartelli contro l’oppressione e per l’eliminazione fisica o politica dell’ayatollah Khamenei e del suo regime islamista assassino». È la cifra di un’attivazione continua sui social e nelle poche vetrine televisive che ancora, purtroppo, offrono spazio a un’area della destra più radicale, dove l’indignazione diventa slogan e lo scontro sostituisce l’argomentazione. Adinolfi è anche tra i volti che hanno militato attorno a “Il Popolo della Famiglia”, un mondo che rivendica pubblicamente la difesa della famiglia e della morale cattolica ma che, nei comportamenti e nelle vicende personali di alcuni dei suoi protagonisti, finisce spesso per esporre fratture e incoerenze difficili da ignorare. Non dimentichiamo che Adinolfi ha seminato diversi figli con le diverse mogli che ha avuto, in barba alla "dottrina cattolica" di cui spesso si riempie la bocca.

Ed è proprio qui che si comprende perché, da mesi, certe figure abbiano iniziato a colpire Leone XIV con critiche sottili, allusive, talvolta persino velenose: non perché il Papa sia “troppo” o “poco” cattolico, ma perché costringe a misurarsi con il nocciolo della questione, cioè l’impossibilità di usare Dio e la Chiesa come timbro di legittimazione delle proprie battaglie politiche. Quando la fede diventa un’arma identitaria, chi richiama alla coerenza evangelica mette a nudo l’ipocrisia. E questo, per molti, è intollerabile.

p.I.L.
Silere non possum