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Mongomo - Il cielo sopra l’aeroporto internazionale di Mengomeyén «Presidente Obiang Nguema» si è aperto questa mattina sul secondo tempo del viaggio apostolico di Papa Leo XIV in Guinea Equatoriale. Partito da Malabo, il Pontefice è arrivato all’interno del Paese, a Mongomo, dove l’attesa aveva preso le forme che solo l’Africa sa dare: un’attesa paziente, composta, popolata. Prima ancora di varcare la soglia della basilica cattedrale dedicata all’Immacolata Concezione - patrona della Guinea Equatoriale - il Papa si è fermato davanti a una pietra. Una pietra posata a terra, concreta, che diventerà la prima di una futura cattedrale, quella della Città della Pace.

«È un giorno benedetto dal Signore», ha esordito rivolto ai fedeli, prima di pronunciare la benedizione. La pietra, ha spiegato, «rappresenta la forza della fede, la forza che ci unisce, la forza che fa di noi fratelli e sorelle in Gesù Cristo, figli e figlie dell’unico Dio». È qui, nel gesto apparentemente minore di un rito compiuto sul sagrato, che si è vista la forza di Leone XIV che ha preso in mano il microfono e si è rivolto ai fedeli proprio come un missionario farebbe con il suo popolo.

L’omelia: memoria, persecuzione, fame di futuro

All’interno della cattedrale - splendida, come lui stesso l’ha definita - Leone XIV ha celebrato l’Eucaristia ringraziando per «i 170 anni di evangelizzazione in queste terre». Il Pontefice non ha utilizzato frasi di circostanza ma ha scelto di ancorare la memoria alla carne dei tanti testimoni: «i missionari, missionarie, sacerdoti diocesani, catechisti e fedeli laici che hanno speso la loro vita al servizio del Vangelo». La storia della Chiesa equatoguineana, ha detto, è una storia che «non potete dimenticare».

Prevost ha citato un suo predecessore, san Paolo VI, che a Kampala il 31 luglio 1969 disse: «Africani, voi siete, d’ora in poi, i vostri stessi missionari. La Chiesa di Cristo è davvero piantata in questa terra benedetta». Il Papa la rilancia come un testimone passato di mano, trasformandola in una consegna attuale per questa Chiesa particolare: la Chiesa africana non è più terra di missione, ma soggetto di missione.

Il cuore teologico dell’omelia è arrivato con la prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli. Il Papa ha letto la pagina della dispersione dei cristiani nelle sue due facce: la persecuzione e la fecondità. «Una Chiesa che annuncia con gioia e senza timore il Vangelo», ha osservato, è anche una Chiesa che, proprio per questo, può essere perseguitata». Ma «mentre i cristiani sono costretti a scappare e si disperdono, moltissimi si avvicinano alla Parola del Signore». È il paradosso pasquale che ritorna: la diaspora come semina.

Da qui, la domanda che ha scandito il passaggio più tagliente del discorso: «Qual è la fame che sentiamo? E di cosa ha fame oggi questo Paese?». La risposta - preparata dal motto del viaggio, «Cristo, luce della Guinea Equatoriale verso un futuro di speranza» - è stata: «C’è fame di futuro». Ma, ha precisato Leone XIV, «di un futuro che sia abitato dalla speranza, che possa generare una nuova giustizia, che possa portare frutti di pace e di fraternità». E soprattutto: «non si tratta di un futuro ignoto, che dobbiamo attendere in modo passivo, ma di un avvenire che proprio noi, con la grazia di Dio, siamo chiamati a costruire».

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Il richiamo alla laicità cattolica e la voce dei dimenticati

Il Papa non si è accontentato dell’orizzonte spirituale. Ha guardato alla Guinea Equatoriale nella sua concretezza politica ed economica, evocando «le ricchezze naturali di cui il Creatore vi ha dotato» e auspicando che diventino «una benedizione per tutti». Un passaggio che, in un Paese segnato da forti sperequazioni, non suona affatto neutro. Il Santo Padre ha parlato di una società che sappia operare «al servizio del bene comune e non degli interessi particolari», superando «le disuguaglianze tra privilegiati e svantaggiati».

E poi i volti. Quelli che il Papa ha voluto nominare espressamente: «i più poveri», «le famiglie in difficoltà», e soprattutto «i carcerati, spesso costretti a vivere in condizioni igieniche e sanitarie preoccupanti». Parole che assumono un peso particolare alla luce del programma pomeridiano: tra poche ore, il Pontefice varcherà proprio la soglia di un carcere. L’omelia si è chiusa con un’esortazione che suona come consegna: «C’è bisogno di cristiani che prendano in mano il destino della Guinea Equatoriale. […] Non abbiate paura di annunciare e testimoniare il Vangelo!». L’affidamento finale è stato alla Vergine Immacolata, patrona del Paese.

Prima della benedizione finale, un gesto silenzioso quanto eloquente: il Papa ha lasciato in dono alla comunità il calice usato per la celebrazione. «Che possiamo essere sempre uniti in comunione con Cristo», ha detto. Un oggetto che resta, come la pietra benedetta al mattino: segni di una permanenza che va oltre la visita di un giorno.

Il programma del pomeriggio: Bata, il carcere, la memoria del 7 marzo

Appena conclusa la Santa Messa, il Pontefice si sposterà alla Escuela Tecnológica Papa Francesco, richiamo filiale al suo predecessore. Alle 15:10 decollerà dall’aeroporto internazionale di Mengomeyén diretto a Bata, dove atterrerà alle 15:50. La tappa più attesa del pomeriggio è alle 16:50: la visita alla prigione di Bata.

Alle 17:25 il Papa si raccoglierà in preghiera al monumento commemorativo delle vittime dell’esplosione del 7 marzo 2021, la tragedia della caserma di Nkoantoma che sconvolse il Paese provocando oltre cento morti e un migliaio di feriti. Alle 18:10 l’appuntamento allo stadio di Bata con i giovani e le famiglie. Il rientro a Malabo è previsto per le 20:30, dopo la partenza da Bata alle 19:40.

d.V.C.
Silere non possum

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