Città del Vaticano – «Il servizio diplomatico non è una professione, ma una vocazione pastorale». Papa Leone XIV ha firmato e diffuso una Lettera indirizzata alla comunità della Pontificia Accademia Ecclesiastica, nel contesto del 325° anniversario della sua fondazione. Il testo, datato 21 novembre 2025, si inserisce nel solco delle riforme più recenti che hanno ridefinito ruolo, collocazione e profilo formativo dell’istituzione che prepara i futuri diplomatici della Santa Sede.
Una Lettera che diventa bilancio e programma
La Lettera, inviata alla Pontificia Accademia Ecclesiastica, ha un valore che va oltre la ricorrenza: Leone XIV la utilizza per fare memoria della storia dell’Accademia e, insieme, per chiarire quale tipo di diplomazia la Santa Sede intenda formare oggi. Il Papa richiama l’origine dell’istituzione nel 1701, per volontà di Clemente XI, e riconosce la continuità di attenzione dei Pontefici che ne hanno «custodito lo spirito e guidato la crescita» in dialogo con le esigenze della Chiesa e della diplomazia lungo i secoli. Il passaggio decisivo, però, riguarda gli ultimi anni: Leone XIV ricorda che il suo predecessore, con Praedicate Evangelium, ha confermato la collocazione dell’Accademia dentro la Segreteria di Stato, in connessione con la Sezione per il Personale di Ruolo Diplomatico; e che con il Chirografo Il Ministero Petrino (25 marzo 2025) l’Accademia è stata qualificata come centro avanzato di alta formazione e ricerca nelle scienze diplomatiche, direttamente funzionale all’azione diplomatica della Santa Sede.
Il pensiero di Leone XIV sull’Accademia: formazione integrale e stile evangelico
Dalle parole di Leone XIV emerge una immagine dell’Accademia Ecclesiastica che non è solo un “corso di specializzazione”, ma un luogo in cui si costruisce una figura sacerdotale capace di coniugare competenza e interiorità. Leone XIV insiste su un curriculum formativo fondato su una solida base scientifica, capace di integrare competenze giuridiche, storiche, politiche, economiche e linguistiche, e di unirle alle doti umane e sacerdotali di giovani presbiteri. Il Papa ringrazia Superiori e Alunni per un percorso di «comunione e rinnovamento» vissuto con fede e disponibilità, accogliendo i cambiamenti senza recidere le radici. Il punto più caratterizzante, tuttavia, è la definizione della diplomazia pontificia come azione pastorale: una “vocazione” che chiede uno stile preciso. La Lettera parla di un servizio orientato a ricercare vie di riconciliazione, a lavorare dove si alzano diffidenze, a ricucire fratture, a sostenere la speranza quando “il bene vacilla”. In questa prospettiva, il diplomatico del Papa è descritto come ponte: spesso “invisibile”, talvolta “saldo” nel pieno delle crisi, sempre chiamato a sostenere comunione e fiducia.
L’ascolto come premessa di ogni parola pubblica
Un altro asse del pensiero di Leone XIV è la centralità dell’ascolto. Nel testo, ogni parola pronunciata richiede di essere preceduta da un doppio ascolto: di Dio e dei piccoli, di coloro «la cui voce spesso non viene udita». L’Accademia, dunque, viene letta come palestra di uno sguardo che non si limita all’analisi geopolitica, ma include la capacità di percepire le ferite reali delle persone e dei popoli, specialmente di chi resta ai margini dei processi decisionali.
Sant’Antonio Abate e la spiritualità come “forza dell’incontro”
Leone XIV propone anche un riferimento spirituale concreto: sant’Antonio Abate, patrono dell’Accademia, presentato come figura capace di trasformare «il silenzio del deserto» in dialogo fecondo con Dio. Il Papa chiede che i futuri diplomatici siano sacerdoti dalla profonda spiritualità, attingendo dalla preghiera la forza necessaria per l’incontro con l’altro e per la missione che li attende.
Il tema dell’amicizia: dall’Accademia alla Curia Romana
La Lettera all’Accademia parla di legami, comunione e riconciliazione. E lo fa dentro un contesto che è insieme preziosissimo e, proprio per questo, esposto alla tentazione: quando si entra con il pallino della carriera, l’Accademia può diventare un acceleratore di ambizioni invece che una scuola di servizio. Leone XIV non adotta il registro della bacchetta. Non umilia, non sferza per stile, non costruisce un rimprovero per fare scena. Indica, però, con chiarezza, spunti che sono semplicemente necessari e che chi accede a queste realtà con spirito di fede deve assumere fino in fondo. Perché nell’Accademia Ecclesiastica, come anche nei grandi collegi romani - pensiamo al Capranica - non possiamo illuderci di “sistemare” giovani che hanno già mostrato sete di potere e amore per l’esteriorità. Mandarli in ambienti utilissimi e fondamentali, ma dove il rischio di montarsi la testa è alto, significa non aver compreso nulla della formazione umana e spirituale della persona. E significa, ancora di più, diventare i primi responsabili dei problemi futuri della Chiesa.
Il punto è concreto: ci sono vescovi e rettori che inviano a Roma seminaristi non perché maturi e liberi, ma perché sono i loro pupilli. Li spingono avanti con un’idea implicita di avanzamento, non con l’intenzione vera di servire la Santa Sede con dedizione. E spesso è da questa impostazione che nascono le derive peggiori: chi vive il ministero come scalata finisce per reggerlo male; qualcuno lascia, altri iniziano a screditare i confratelli per ritagliarsi spazio, altri ancora si impantanano in scandali perché non reggono il peso della responsabilità e si immischiano in dinamiche che, inevitabilmente, gli si ritorcono contro. A questi uomini Leone XIV rivolge parole che si ricollegano a quelle che ha consegnato anche alla Curia Romana, quando ha legato missione e comunione a una conversione concreta delle relazioni. Qui il punto non è l’immagine: è la verità dell’uomo e del prete. E quindi, alla radice, la verità del servizio.
In quel discorso, il Papa citava sant’Agostino: «In tutte le cose umane nulla è caro all’uomo senza un amico»; e ha rilanciato la domanda, intensa e realistica, sulla possibilità di una fraternità affidabile nei luoghi dove pesano ruoli, uffici, dinamiche di potere. È un passaggio che illumina anche la Lettera all’Accademia: anche la diplomazia, per Leone XIV, richiede relazioni vere, costruite con lealtà, fiducia e riconoscimento reciproco, perché solo così si possono ricomporre legami fuori, tra popoli e istituzioni, senza perdere coerenza dentro, nella vita ecclesiale e nei suoi organismi.
Nel discorso alla Curia, Leone XIV descriveva con franchezza la fatica che nasce quando prevalgono ambizione, primeggiamento e interessi; e ha indicato una strada concreta: rapporti in cui “cadono maschere e sotterfugi”, dove non ci si usa né si scavalca, dove ci si aiuta e si valorizzano competenze e dignità delle persone. In questo quadro, l’amicizia non diventa un abbellimento morale, ma una condizione per la comunione e, dunque, per la credibilità della missione.
Una linea coerente: diplomazia come comunione in atto
Nel testo reso noto oggi, Leone XIV delinea il diplomatico della Santa Sede come ponte e artigiano di riconciliazione. E rivolgendosi alla Curia - dove molti di questi sacerdoti finiranno presto per prestare il loro servizio - chiede che proprio i luoghi centrali della vita ecclesiale sappiano reggere il peso di relazioni affidabili e fraterne, in cui la comunione non resti un principio astratto, ma diventi pratica quotidiana. Il 325° anniversario della Pontificia Accademia Ecclesiastica, dunque, viene assunto dal Papa come occasione per ribadire un orientamento: formare sacerdoti-diplomatici che uniscano competenza e vita spirituale, ascolto e parola pubblica, rigore e carità operativa; e farlo dentro una Chiesa in cui la comunione, anche nelle strutture, sia sostenuta da legami reali, fino a quella forma esigente e luminosa che Leone XIV chiama, senza retorica, amicizia.
d.E.S.
Silere non possum