Città del Vaticano – Questa mattina Leone XIV ha ricevuto in udienza i partecipanti alla Sessione Plenaria del Dicastero per la Dottrina della Fede: un folto gruppo di persone fra cardinali, vescovi, membri, officiali e consultori, riuniti dal 27 gennaio per i lavori di confronto e discernimento.
L’appuntamento si colloca in continuità con l’apertura della Plenaria affidata, due giorni fa, al cardinale Víctor Manuel Fernández. Nella sua introduzione il Prefetto ha proposto una chiave di lettura molto profonda: la prima competenza richiesta a chi serve la dottrina non consiste nell’accumulare certezze, ma nel praticare umiltà intellettuale. Fernández ha richiamato l’antico adagio “Ubi umilitas ibi sapientia”, legandolo al limite strutturale del pensiero umano: la mente può pensare il mondo e perfino Dio, ma non possiede una visione esaustiva della realtà, perché la realtà si comprende pienamente solo dentro la sua totalità, dove “tutto è connesso”. Da qui l’invito a un metodo ecclesiale fatto di preghiera e ascolto, capace di integrare prospettive diverse e di prestare attenzione anche alle “periferie”, dove spesso emergono aspetti che altrove restano invisibili.
In quella stessa linea, Fernández ha avvertito un rischio tipico dei contesti in cui si esercita un’autorità dottrinale: la tentazione di perdere l’ampiezza delle prospettive, proprio mentre si hanno strumenti per “dare risposte con autorità” e incidere sul magistero ordinario. Ha poi ampliato l’orizzonte alla vita ecclesiale nel suo insieme, notando come oggi la logica della condanna si riproduca anche fuori dai luoghi istituzionali, quando “in qualsiasi blog” si sentenzia “come se” si parlasse ex cathedra. Per questo ha invocato un ritorno al realismo dei grandi maestri spirituali e, in conclusione, a san Bonaventura: le grandi domande, ha ricordato, vanno rivolte “non alla luce” ma al “fuoco”, cioè a Dio, fino a riconoscere che, a un certo punto, contribuisce più il silenzio interiore che la parola.

Leone XIV: «Apprezzo la proficua discussione sul tema della trasmissione della fede»
È su questo sfondo che si comprende il discorso pronunciato oggi da Leone XIV. Il Papa ha anzitutto ringraziato il Dicastero per il “prezioso servizio” reso al Romano Pontefice e ai vescovi, richiamando la formulazione di Praedicate Evangelium: promuovere e tutelare l’integrità della dottrina sulla fede e la morale, attingendo al deposito della fede e cercandone una comprensione sempre più profonda “di fronte alle nuove questioni”. Il Pontefice ha definito il lavoro del Dicastero come un servizio di chiarimento dottrinale attraverso indicazioni pastorali e teologiche su questioni “spesso assai delicate”.
Nel ripercorrere l’attività recente, Leone XIV ha ricordato alcuni documenti che, negli ultimi due anni, hanno segnato l’agenda del Dicastero: la Nota Gestis verbisque sulla validità dei sacramenti; la Dichiarazione Dignitas infinita sulla dignità umana, con l’attenzione alle ferite prodotte dalle guerre e da un’economia centrata sul profitto; le Norme sul discernimento dei presunti fenomeni soprannaturali e la Nota La Regina della Pace relativa a Medjugorje; la Nota Antiqua et nova sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana; la Nota Mater Populi fidelis su alcuni titoli mariani; e la Nota Una caro sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca. È un elenco che ha un significato preciso: mostrare una dottrina capace di parlare al presente con linguaggio sorvegliato, offrendo orientamenti concreti a fedeli, vescovi e teologi.
Il Papa ha valorizzato, in particolare, il tema scelto per la discussione plenaria: la trasmissione della fede. Leone XIV ha riconosciuto apertamente l’urgenza: negli ultimi decenni si è prodotta una “rottura” nella trasmissione generazionale della fede cristiana nel popolo cattolico e, soprattutto nei contesti di antica evangelizzazione, cresce il numero di persone che non percepiscono più il Vangelo come risorsa decisiva per la vita, in particolare tra le nuove generazioni. Il Papa non ha edulcorato la diagnosi, ma ha indicato un criterio operativo: questa situazione, pur provocando sofferenza nei credenti, chiede di riscoprire la “dolce e confortante gioia dell’evangelizzare”, collocandola al centro della vita ecclesiale. È importante notare come queste preoccupazioni siano emerse anche nella Plenaria del Consiglio Episcopale Permanente della CEI che si è svolto in questi giorni a Roma.
Qui Leone XIV ha legato la questione della trasmissione della fede a una visione di Chiesa esplicitamente missionaria. Ha richiamato parole pronunciate al recente Concistoro straordinario: una Chiesa che non si ripiega su sé stessa, che “guarda più in là” e guarda “gli altri”. E ha ripreso un asse teologico che attraversa Benedetto XVI e Francesco: l’annuncio avanza soprattutto attraverso la forza dell’attrazione. Nel discorso di oggi, questa attrazione ha un fondamento cristologico: “non è la Chiesa che attrae ma Cristo”;quando una comunità attrae, lo fa perché attraverso quel “canale” passa la linfa della Carità che sgorga dal Cuore del Salvatore. Ne discende un criterio di stile: annunciare Cristo senza protagonismi e senza particolarismi, riconoscendosi come “semplici e umili lavoratori nella vigna del Signore”.
In chiusura, Leone XIV ha voluto accennare a un ambito meno visibile e proprio per questo determinante: il lavoro del Dicastero nei casi di delitti riservati, accompagnando vescovi e superiori generali chiamati a trattare situazioni complesse. Il Papa ha chiesto che questo servizio si svolga con “benevolenza e giudizio”, tenendo insieme tre esigenze che nel suo discorso restano inseparabili: giustizia, verità e carità. È un passaggio che completa il quadro: dottrina e disciplina, discernimento e tutela, parola chiara e cura delle persone, senza scorciatoie e senza spettacolarizzazione. Un compito arduo che Leone XIV affida al Dicastero nel suo primo discorso ufficiale rivolto all’ex Sant’Uffizio.
f.V.C.
Silere non possum