Istanbul – Il terzo giorno del Viaggio Viaggio Apostolico in Turchia e in Libano è iniziato con una visita alla Moschea Sultan Ahmed. La Sala Stampa della Santa Sede ha comunicato che “il Papa ha vissuto la visita alla Moschea in silenzio, in spirito di raccoglimento e in ascolto, con profondo rispetto del luogo e della fede di quanti si raccolgono lì in preghiera”. Parlando ai giornalisti, il muezzin della Moschea, Asgin Tunca, ha spiegato che Leone XIV ha visitato la Moschea ma non ha pregato. «Ho detto a lui che questa era la casa di Allah, che se voleva poteva pregare, e lui ha detto "no, osserverò in giro" e ha continuato la visita» ha spiegato ai cronisti. È un esempio eloquente di quanto Leone XIV abbia ben chiaro che cosa significhi davvero rispetto: come ricordava il cardinale Giacomo Biffi, non consiste nel dire che tutte le religioni sono uguali, ma nel dialogare con tutti, riconoscere e apprezzare il bene che ciascuno compie, restando però pienamente consapevoli di qual è la nostra fede. Del resto, se chiedessimo a un musulmano di pregare in una chiesa, è evidente che rifiuterebbe, e sarebbe del tutto comprensibile. Allo stesso modo, non c’è nulla di discutibile in questa scelta del Papa; al contrario, ne mette in luce con maggiore chiarezza la posizione e la coerenza.

Al termine della visita alla moschea, il Santo Padre si è trasferito in auto alla Chiesa ortodossa siriaca di Mor Ephrem per l’incontro privato con i Capi delle Chiese e delle Comunità cristiane. Al suo arrivo è stato accolto dal Patriarca Siro Ortodosso e dal Metropolita della Chiesa ortodossa siriaca di Antiochia per le diocesi di Istanbul, Ankara e Izmir. Il Patriarca e il Santo Padre sono entrati nella Chiesa e si sono uniti ai Leader Cristiani per una foto di gruppo. Successivamente il coro ha intonato un canto di invocazione allo Spirito Santo e i Leader hanno preso posto alla tavola rotonda. L’incontro è proseguito a porte chiuse, con brevi interventi di ciascun Leader, seguiti da un discorso del Pontefice. Prima di lasciare la Chiesa, il Vicario Patriarcale della Chiesa ortodossa siriaca di Antiochia ha guidato la recita del Padre Nostro.

Firma della Dichiarazione congiunta

Nel pomeriggio il baricentro del pellegrinaggio di Leone XIV si è spostato sul Corno d’Oro, nel quartiere del Fanar, dove sorge il Palazzo Patriarcale della Chiesa di Costantinopoli. È qui che il Papa e il Patriarca ecumenico Bartolomeo I hanno voluto collocare uno dei momenti più delicati e densi dal punto di vista ecclesiale: la firma di una Dichiarazione Congiunta che lega insieme memoria di Nicea, cammino verso la piena comunione tra cattolici e ortodossi, ricerca di una data comune per la Pasqua e rifiuto radicale di ogni uso religioso della violenza. Alle 15.50 nel Palazzo Patriarcale le due delegazioni sono state presentate ufficialmente. Poco dopo, Leone XIV e Bartolomeo hanno apposto la firma alla Dichiarazione, introdotta da un versetto del Salmo 106 - «Rendete grazie al Signore, perché è buono, perché il suo amore è per sempre» - che dà subito il tono del testo: non un documento di equilibrio diplomatico, ma un atto di riconoscenza, alla vigilia della festa di sant’Andrea, il primo chiamato tra gli apostoli, fratello di Pietro e patrono del Patriarcato ecumenico. Dopo la firma e lo scambio dei doni, i due capi di Chiesa si sono ritirati per un breve incontro privato nello studio del Patriarca. Solo in seguito il Papa ha lasciato il Fanar per raggiungere, in auto, la Volkswagen Arena, dove lo attendeva la Messa con la comunità cattolica.

La Dichiarazione, letta nel contesto di questo viaggio che unisce Turchia e Libano, chiarisce fin dalle prime righe il quadro di riferimento: Leone XIV e Bartolomeo si definiscono legittimi continuatori dei loro «venerabili predecessori» e si dicono decisi a proseguire “con ferma determinazione” sulla via del dialogo “nell’amore e nella verità” verso il “ripristino della piena comunione tra le nostre Chiese sorelle”. L’espressione non è neutra: parlare di Chiese sorelle significa riconoscere una comunione reale, anche se ferita, che affonda le radici in un primo millennio in cui Roma e Costantinopoli hanno condiviso la stessa fede, gli stessi sacramenti, la stessa struttura fondamentale di vita ecclesiale.

Proprio per questo, i due leader insistono che l’unità dei cristiani non può essere interpretata come il risultato di strategie umane, accordi giuridici o compromessi di facciata. È anzitutto un dono che viene dall’alto, da implorare nella preghiera. Per questo l’appello che attraversa il testo non è rivolto soltanto alle gerarchie, ma all’intero popolo di Dio: vescovi, preti, monaci, consacrati e fedeli laici sono invitati a prendere sul serio la preghiera di Gesù nel capitolo 17 del Vangelo di Giovanni, «perché tutti siano una sola cosa», riconoscendola come criterio di giudizio sulla vita concreta delle comunità.

Il passaggio teologicamente più significativo della Dichiarazione è legato alla commemorazione del1700° anniversario del Concilio di Nicea. Leone XIV e Bartolomeo ricordano che il Concilio del 325 “fu un evento provvidenziale di unità” e che la sua memoria non è pura archeologia, ma una chiamata ad aprirsi allo stesso Spirito Santo che parlò allora alla Chiesa. Non si trattava solo di risolvere una controversia dottrinale; si trattava di confessare, con una sola voce, chi sia realmente Gesù Cristo. La Dichiarazione torna esplicitamente al Credo di Nicea: il Figlio è «vero Dio da vero Dio», «della stessa sostanza del Padre» (homoousios), si è fatto uomo «per noi e per la nostra salvezza», è morto, risorto, asceso al cielo e un giorno tornerà a giudicare i vivi e i morti. Da questa confessione discende anche l’ingresso nel mistero trinitario: Padre, Figlio e Spirito Santo, e la dignità dei battezzati come figli nel Figlio e coeredi di Cristo per la grazia dello Spirito.

È precisamente questa fede comune, precedente a ogni scisma, che viene indicata come la base da cui ripartire. Leone XIV e Bartolomeo riconoscono con realismo che permangono ostacoli che impediscono il pieno ristabilimento della comunione, e ricordano il lavoro della Commissione mista per il dialogo teologico, attualmente impegnata su nodi storicamente divisivi. Ma aggiungono che, accanto ai dossier dottrinali, c’è un dato più originario: ciò che unisce le due Chiese è la stessa fede professata a Nicea. È questa convinzione che permette di immaginare «soluzioni concrete» per affrontare insieme le sfide dell’oggi, senza mettere tra parentesi le differenze ma senza consentire che queste soffochino il cuore del Vangelo.

In questo quadro si inserisce il tema della data di Pasqua, che il Concilio di Nicea aveva cercato di disciplinare con criteri comuni. La Dichiarazione constata come un segno della Provvidenza il fatto che, quest’anno, tutti i cristiani abbiano celebrato la Pasqua nello stesso giorno. Da qui nasce il “comune desiderio” di proseguire l’esplorazione di una soluzione stabile per una celebrazione unitaria annuale della «Festa delle Feste». Il riferimento alla Lettera ai Colossesi– “con ogni sapienza e intelligenza spirituale” – suggerisce che non si tratta di un semplice aggiustamento del calendario, ma di un passo che implica discernimento ecclesiale e conversione di sguardo. In molte regioni del mondo, soprattutto dove cattolici e ortodossi vivono fianco a fianco, una data comune di Pasqua avrebbe un impatto pastorale immediato, riducendo la confusione e offrendo una testimonianza più limpida della fede nella Risurrezione.

Il documento guarda poi a un altro anniversario, quello della Dichiarazione comune di san Paolo VI e Atenagora del 1965, che estinse lo scambio di scomuniche del 1054. Quell’atto viene letto come un “gesto profetico” che ha permesso di imboccare la strada della fiducia, della stima e della carità reciproca, in vista di una nuova piena comunione di fede, fraternità e vita sacramentale. La memoria di quel 7 dicembre 1965 non è pura celebrazione: oggi Leone XIV e Bartolomeo chiedono di non tornare indietro. In maniera inusuale per un testo di questo livello, si rivolgono direttamente a quanti sono «ancora titubanti verso qualsiasi forma di dialogo», invitandoli ad ascoltare ciò che lo Spirito dice alle Chiese. Il messaggio è chiaro: la scelta del dialogo non è una moda conciliare né una concessione alla mentalità moderna, ma una risposta obbediente a un’azione dello Spirito che ha già segnato la storia recente delle due Chiese.

Oltre al sostegno ribadito al dialogo teologico, la Dichiarazione ricorda che l’avvicinamento non può restare confinato ai tavoli di lavoro degli esperti. Vengono indicati come elementi imprescindibili i contatti fraterni, la preghiera comune, il lavoro congiunto in tutti gli ambiti in cui la cooperazione è già possibile. L’appello è rivolto in modo particolare a clero e teologi: accogliere con gioia i frutti finora conseguiti e impegnarsi per il loro incremento significa riconoscere che l’ecumenismo non è una parentesi, ma una dimensione ordinaria della vita e della formazione ecclesiale.

L’orizzonte si allarga poi al mondo intero. L’unità dei cristiani viene collegata esplicitamente alla pace tra i popoli. I due firmatari non nascondono di essere “profondamente allarmati” per l’attuale situazione internazionale, segnata da guerre e violenze che continuano a distruggere la vita di tanti. Per questo innalzano “fervidamente” la loro voce invocando il dono divino della pace, chiedendo ai responsabili politici di fare tutto il possibile per fermare i conflitti e alle persone di buona volontà di sostenere questa supplica. Qui la Dichiarazione introduce una delle formulazioni più nette del testo: il rifiuto di “qualsiasi uso della religione e del Nome di Dio per giustificare la violenza”. In un contesto mediorientale e globale in cui l’argomento religioso viene spesso usato per motivare, coprire o legittimare conflitti, la portata di questa affermazione è forte.

Collegandosi al 60° anniversario di Nostra Aetate, Leone XIV e Bartolomeo difendono il dialogo interreligioso da due sospetti opposti: non è né una minaccia identitaria che produce sincretismo, né un lusso per accademici, ma una condizione “essenziale” per la convivenza tra popoli di tradizioni diverse. Qui si innesta anche un richiamo alla giustizia sociale e alla cura del creato: solo lavorando insieme per un mondo più giusto, meno segnato dall’indifferenza, dall’avidità di profitto e dalla xenofobia, la famiglia umana potrà superare la tentazione del dominio e della chiusura.

Il finale del testo ritorna al fondamento spirituale. Di fronte alle crisi globali, la speranza dei due leader non è riducibile a ottimismo umano. È radicata nella fede in un Dio che non abbandona l’umanità, nel Figlio unigenito inviato per salvare il mondo, nello Spirito Santo donato per renderci partecipi della vita divina e difendere la sacralità della persona umana. Per questo, nella preghiera, Leone XIV e Bartolomeo affidano a Dio ogni persona, con uno sguardo particolare per chi vive la fame, la solitudine o la malattia, e chiedono che “i loro cuori vengano consolati” e che, “intimamente uniti nell’amore”, siano arricchiti di una piena intelligenza del mistero di Dio, che è Cristo.

La Dichiarazione firmata oggi qui ad Istanbul non risolve da sola le questioni aperte tra Roma e Costantinopoli, ma indica una direzione irreversibile: tornare alla fede di Nicea come terreno comune, lavorare seriamente per una Pasqua condivisa, assumere gli atti del 1965 come punto di non ritorno, rifiutare la strumentalizzazione violenta del Nome di Dio e accettare che l’unità, prima di essere un obiettivo giuridico, è un compito spirituale affidato a tutto il popolo dei credenti. Dal Phanar, questo 29 novembre 2025, l’ecumenismo viene riproposto non come opzionale, ma come parte integrante della credibilità del Vangelo in un mondo lacerato che attende, spesso senza saperlo, un segno di riconciliazione e di pace.

d.G.D.
Silere non possum