Città del Vaticano - Alle ore 10.15, sul sagrato della Basilica Vaticana, Leone XIV ha presieduto la solenne Messa del giorno di Pasqua. Piazza San Pietro si presentava, come da tradizione, ornata dai fiori offerti anche quest’anno dai floricoltori olandesi, che hanno contribuito a dare alla celebrazione il volto gioioso della festa. La celebrazione si è aperta con il rito del Resurrexit e ha raccolto fedeli romani e pellegrini giunti da molte parti del mondo per vivere a Roma il cuore dell’anno liturgico.
La celebrazione, aperta dall’annuncio della Risurrezione, segnata dalla venerazione del Signore risorto, dall’aspersione con l’acqua benedetta e dal canto dell’alleluia diffusosi come un unico respiro in tutta Piazza San Pietro, è stata vissuta con particolare intensità. A renderla ancora più toccante è stato il fatto che si trattasse della prima Pasqua presieduta da Leone XIV dopo la sua elezione. In questa piazza c’era la gioia propria della Pasqua ma c’era anche qualcosa di più profondo: la consapevolezza che l’annuncio cristiano arriva sempre dentro una storia ferita. È precisamente da qui che Leone XIV ha scelto di partire nella sua riflessione dopo il Vangelo. Le sue parole hanno tenuto insieme la luce e il peso, la gioia e la fatica, la vittoria di Cristo e l’esperienza concreta di uomini e donne che spesso si sentono schiacciati dal peccato, dalla delusione, dalla solitudine, dalla stanchezza, dal rifiuto, dalla sofferenza quotidiana.
Quando il Papa ha detto che “la creazione intera risplende oggi di nuova luce” e che “Cristo è risorto dalla morte e, con Lui, anche noi risorgiamo a vita nuova”, ha ricordato a noi tutti che la Pasqua tocca il centro stesso dell’esistenza umana. Tocca il modo in cui guardiamo la nostra fragilità, il nostro passato, le ferite che ci portiamo dentro e perfino la paura della morte. La Risurrezione, in questa prospettiva, non è un ricordo consolante custodito dalla religione; è il fatto che cambia il senso della vita e il destino della storia. L’omelia di Prevost ha avuto la forza di nominare con precisione ciò che molti portano nel cuore e spesso non riescono a dire. Leone XIV ha parlato della “zavorra dei nostri peccati”, delle speranze prosciugate dalle delusioni, dei risentimenti che soffocano la gioia di vivere, di quel tunnel nel quale talvolta l’uomo ha l’impressione di essere precipitato senza vedere una via d’uscita. Sono parole che prendono sul serio la condizione umana. La fede pasquale, in questa omelia, viene proposta come attraversamento del dramma. Il Papa ha poi allargato lo sguardo oltre il dolore personale, portandolo sulle ferite del mondo. La morte, ha ricordato, è all’opera anche nelle ingiustizie, negli egoismi, nell’oppressione dei poveri, nella violenza che devasta i popoli, nell’idolatria del profitto che consuma le risorse della terra.

Durante la preghiera dei fedeli, abbiamo affidato al Signore la Chiesa, i neofiti battezzati nella notte scorsa, i popoli feriti dalla guerra, quanti sono provati dalla povertà e i defunti. La Pasqua non dissolve il male con un gesto improvviso, ma sottrae al male la pretesa di essere definitivo. Leone XIV ha parlato di «fessure di risurrezione» che si aprono nelle oscurità della storia. È un’immagine di grande forza, perché guarda in faccia la realtà senza rifugiarsi in consolazioni facili. Dice di una luce che riesce a farsi strada proprio dove tutto sembrava chiuso, e di una speranza che rinasce là dove abbiamo perso ogni speranza.
La Risurrezione, ha ricordato poi Leone XIV citando il suo predecessore, non appartiene al passato, ma contiene una forza di vita che ha penetrato il mondo. È un richiamo importante, anche ecclesialmente. Il Papa ci ha consegnato una responsabilità: quella di diventare testimoni della Pasqua nelle strade del mondo, come Maria di Magdala e come gli Apostoli corsi al sepolcro.
È la stessa liturgia che, nella sua ricchezza, insiste su questo dinamismo. Le letture che abbiamo ascoltato ci hanno parlato della testimonianza di Pietro sul Risorto, l’invito di Paolo a cercare le cose di lassù, il Vangelo di Giovanni con la corsa al sepolcro ancora avvolto dal buio del mattino. La Sequenza pasquale ha fatto risuonare il grande duello tra la morte e la vita, mentre nella colletta abbiamo chiesto a Dio di farci “rinascere nella luce della vita”. Tutto, nella celebrazione, convergeva verso un’unica certezza: la Pasqua è l’inizio di una creazione nuova. Al termine della Santa Messa il Santo Padre è salito sulla loggia della Basilica di San Pietro per la benedizione urbi et orbi.
d.M.C.
Silere non possum