«La missione è unica, molteplici sono i ministeri». Il Concilio Ecumenico Vaticano II fornisce una chiave decisiva per comprendere il ministero del vescovo nella Chiesa particolare. La missione della Chiesa resta una, mentre i servizi e le forme concrete con cui essa si realizza assumono una pluralità di ministeri, carismi e funzioni. In questo quadro si colloca il ministero episcopale, parte integrante della struttura della Chiesa, radicato nel sacramento dell’Ordine come suo fondamento. La comunicazione della fede genera la Chiesa in ogni fase della storia. L’annuncio di Gesù Signore riguarda l’intero popolo di Dio, perché ogni cristiano viene coinvolto nella testimonianza e nell’azione che ne deriva. Da questa coscienza nasce una comunità caratterizzata da una diaconia multiforme: la Chiesa vive per servire l’avvento del Regno, secondo la logica evangelica del servizio. Dentro questo orizzonte si collocano i ministeri: molteplici, radicati nell’unico ministero della Chiesa, ordinati al comune servizio al Regno.

La pienezza dell’Ordine e la reciprocità con il popolo di Dio

Il Concilio ha collocato il ministero ordinato nel quadro del sacerdozio comune dei fedeli, dichiarandolo “singolare e diverso” in modo essenziale. Questa differenza convive con una relazione stretta e feconda tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale, perché entrambi partecipano all’unico sacerdozio di Cristo, ciascuno secondo la propria modalità. Ne discende una dinamica di reciprocità: la testimonianza di fede del popolo e quella autentica del vescovo nei suoi atti magisteriali; la vita santa dei fedeli e i mezzi di santificazione offerti dal pastore; la responsabilità personale del vescovo e la corresponsabilità ecclesiale dei battezzati.

Alle origini di questo ministero sta l’azione di Gesù nei Vangeli: la chiamata dei discepoli, la scelta dei Dodici, la missione destinata a durare “fino alla fine dei secoli”. La trasmissione del dono spirituale avviene mediante l’imposizione delle mani, in una continuità storica che conduce fino ad oggi. La consacrazione episcopale conferisce la pienezza del sacramento dell’Ordine, indicata dalla tradizione come sommo sacerdozio e totalità del sacro ministero. Attraverso vescovi e presbiteri, Cristo continua a essere presente in mezzo alla Chiesa, perché essi vengono costituiti suoi vicari e ambasciatori.

Il governo pastorale come realtà sacramentale

Il vescovo si trova davanti alla Chiesa come prolungamento visibile e segno sacramentale di Cristo pastore: guida, ammaestra, santifica, governa. Una comprensione del governo fondata solo su categorie funzionali o politico-sociologiche impoverisce la sua verità. Le competenze organizzative possono offrire strumenti utili, mentre la radice resta teologica: Cristo sta all’origine della Chiesa e la sostiene incessantemente, diffondendo verità e grazia. La dottrina conciliare insiste sulla consacrazione episcopale come atto che conferisce anche le funzioni di insegnare e governare, esercitabili nella comunione gerarchica. I vescovi, in modo eminente e visibile, svolgono la parte di Cristo maestro, pastore e sacerdote, agendo in sua persona. Il governo episcopale trova qui il suo statuto ontologico: il vescovo significa sacramentalmente Cristo pastore che opera nella storia. Ne deriva una concezione dell’autorità come servizio all’edificazione del gregge nella verità e nella santità. Il governo non si riduce alla decisione, perché include consiglio, persuasione ed esempio; comprende anche l’autorità e la sacra potestà, esercitate in vista del bene comune ecclesiale.

Servo e pastore: due icone evangeliche

La tradizione assimila l’esercizio del governo a due figure evangeliche applicate da Gesù a sé stesso: il pastore e il servo. La lavanda dei piedi, nel contesto dell’Eucaristia e della prospettiva della passione, illumina il senso del ministero: l’amore che si fa servizio, la disponibilità verso gli altri, l’apertura verso chi già appartiene all’ovile e verso chi ancora vi si trova fuori.

L’icona del pastore richiama il compito di guidare la porzione del popolo di Dio affidata al vescovo mediante consigli, incoraggiamenti ed esempi. La potestà episcopale viene descritta come propria, ordinaria e immediata, esercitata in nome di Cristo e regolata dalla suprema autorità della Chiesa. La sua efficacia pastorale poggia su un elemento decisivo: l’autorevolezza morale che proviene dalla santità di vita. L’autorità conserva inoltre un carattere personale e testimoniale, perché nasce dalla fede vissuta e comunicata.

La “circolarità” della comunione e la sinodalità

Nel governo della Chiesa particolare emerge una categoria cruciale: la “circolarità”. Indica la relazione tra la responsabilità personale del vescovo e l’apporto dei fedeli attraverso gli organismi consultivi. La Chiesa è una comunione organica, realizzata nel coordinamento dei diversi carismi, ministeri e servizi, ordinati al fine comune della salvezza. Il vescovo ha la responsabilità dell’unità nella diversità e promuove la sinergia tra i diversi operatori, affinché il cammino di fede e missione venga percorso insieme. La sinodalità si colloca come stile di azione ecclesiale. “Camminare insieme” significa progettare e discernere insieme, verificare e ri-orientare metodi e strumenti, mantenere l’attenzione alle persone e alla loro partecipazione reale.  Gli organismi di partecipazione previsti dal diritto canonico - sinodo diocesano, consiglio presbiterale, consiglio pastorale, consiglio per gli affari economici, collegio dei consultori – acquistano così un rilievo concreto. Operano in via consultiva, con un equilibrio delicato: la consultività richiede un ascolto reciproco e veritiero, evitando riduzioni formali. Il vescovo si discosta dal parere concorde solo in presenza di una ragione prevalente, perché la comunione richiede serietà nell’ascolto.

Una responsabilità personale vissuta in stile comunionale

Da questa prospettiva emerge una figura di vescovo chiamata a tenere insieme autorità e servizio, decisione e ascolto, unità e pluralità. Il ministero episcopale si radica nella consacrazione e si esercita nella comunione. La sinodalità diventa il modo concreto con cui la Chiesa particolare cresce come realtà di comunione nello Spirito Santo, attraverso un governo pastorale capace di discernimento, coordinamento e partecipazione reale del popolo di Dio.

p.J.M.
Silere non possum