L’Anno Santo della Speranza ci invita a rinnovare anche la nostra vita. Questo vale per ogni cristiano, ed in modo particolare per noi consacrati, che corriamo il rischio di cadere nella routine e perdere quell’entusiasmo iniziale che ci ha portato ad entrare in monastero . Nel prossimo mese di ottobre celebreremo il Giubileo della Vita Consacrata. Ma quale testimonianza può offrire oggi un monaco o una monaca al mondo?
Prima di tutto, la nostra stessa vita è una testimonianza. Non servono gesti eclatanti o proclami: è il modo in cui viviamo, nel nostro ordine e nella nostra quotidianità, che rende visibile la presenza di Dio nel mondo. Poi c’è l’aspetto della contemplazione. Il monaco è chiamato a vivere come Maria di Betania, sedendosi ai piedi di Gesù, dedicandosi alla preghiera, all’ascolto e alla meditazione della Sua parola. Infine, c’è la dimensione della vita fraterna, vissuta con fedeltà e carità. Stare accanto ai nostri confratelli non è sempre facile, anzi, spesso è proprio con le persone più vicine che sorgono le maggiori difficoltà. Anche nelle comunità monastiche si può correre il rischio di diventare estranei gli uni agli altri. Ma il monaco non sceglie i suoi confratelli: è Dio a metterli sul suo cammino. E proprio per questo, imparare ad amarli e a vivere con loro nella fraternità diventa una delle più grandi testimonianze.
La paternità spirituale e il valore del silenzio
Siamo anche chiamati a esercitare una paternità spirituale verso coloro che bussano alle porte dei nostri monasteri in cerca di Dio. Non servono molte parole, ma a volte un sorriso e l'ascolto sono essenziali. Vita magis quam sermone!
Un apoftegma racconta che Teofilo, vescovo di Alessandria, arrivò a Scété. I confratelli chiesero ad Abba Pambo una parola che potesse edificare il vescovo. Il monaco rispose: “Se non è edificato dal mio silenzio, non sarà edificato dalle mie parole” (Teofilo, 2). Ecco la più grande testimonianza che un monaco o una monaca può offrire in questo Giubileo: il silenzio, un silenzio abitato dall’amore contemplativo di Cristo e dall’ascolto della Sua parola. Non è un silenzio vuoto, ma un terreno fertile, dove nasce ogni parola autentica. Oggi il silenzio è una sfida, perché spesso lo temiamo e ci sono decine di vescovi che invitano le comunità monastiche a lasciare la clausura per partecipare ad incontri esterni al fine di far "coinvolgere" i monaci e le monache nelle attività. Non è questo ciò a cui siamo chiamati. Se impariamo ad abitare il silenzio, questo diventa il luogo dell’ascolto: ascoltare Dio, ascoltare lo Spirito, ascoltare gli altri. Ascoltare i senza voce (che a volte sono i nostri fratelli e sorelle più vicini), senza l'intervento della nostra parola interiore, che giudica, interroga, si pronuncia, ancor prima che l'altro abbia finito di parlare.