Westminster - Con la nomina di Papa Leone XIV, l’arcidiocesi di Westminster si prepara ad accogliere un nuovo pastore: mons. Charles Phillip Richard Moth, 67 anni, nato a Chingola (Zambia) e cresciuto nel Kent, formato al seminario St John’s di Wonersh e all’Université Saint-Paul di Ottawa, dove ha conseguito la Licenza in Diritto Canonico. Ordinato sacerdote il 3 luglio 1982 per l’arcidiocesi di Southwark, ha svolto incarichi pastorali e di governo, oltre a una lunga esperienza nei tribunali ecclesiastici. Nel 2009 è stato eletto Ordinario Militare per la Gran Bretagna; nel 2015 è stato trasferito alla sede di Arundel and Brighton.
In questa intervista, l’arcivescovo designato ripercorre la nascita della vocazione, maturata da ragazzo nella “piccola parrocchia locale” del West Kent, e descrive che cosa porta con sé dalle due esperienze episcopali: la cura della missione ordinaria, l’attenzione al lavoro con i laici, la centralità di un piano pastorale costruito attraverso incontri e ascolto. Guardando alla Chiesa in Inghilterra e Galles, Moth parla di un contesto secolarizzato ma segnato da una ricerca del divino, cita il richiamo di Benedetto XVI al dialogo tra ragione secolare e fede religiosa, e vede segnali di ripresa nei battesimi di adulti e nell’avvicinarsi di giovani alla fede.
Tra le priorità immediate indica la conoscenza concreta di una diocesi che ammette di non aver mai servito “a nord del Tamigi”, l’avvio di conversazioni diffuse e la costruzione di relazioni stabili. Sul processo sinodale insiste su un equilibrio che, nella sua esperienza, non contrappone ascolto e custodia della fede; e proietta il futuro di Westminster su un asse chiaro: missione radicata nella preghiera e nell’Eucaristia, capacità di comunicare oggi il Vangelo nei linguaggi e nei mezzi del presente. Chiudendo, richiama un tratto che intende raccogliere dal cardinale Vincent: prossimità, accessibilità personale e sostegno al ministero episcopale.
G.B.
Silere non possum
Domanda: Mentre si prepara ad assumere il ruolo di Arcivescovo di Westminster, può condividere qualche riflessione sul suo cammino personale di fede, dalle origini tra Zambia e Kent fino all’ordinazione del 1982?
Arcivescovo: Non avevo ancora tre anni quando siamo arrivati in Inghilterra, quindi dello Zambia non ricordo nulla. La famiglia si stabilì nel Kent e, come capita, sono diventato chierichetto nella piccola parrocchia locale, una chiesetta del West Kent. Quando avevo circa 12 anni ho cominciato a pensare, avevamo un ottimo parroco, un uomo davvero buono: mi chiedevo come sarebbe stato fare ciò che faceva lui. Quello fu il pensiero iniziale. Non era un’idea particolarmente elaborata; a 12 anni dissi semplicemente: mi chiedo come sarebbe fare ciò che fa lui. Quel pensiero non se n’è andato, e allora ho iniziato a rifletterci, a pregare e a prenderlo più sul serio. Così ho fatto un ritiro. A 17 anni presentai domanda e fui accettato. Quindi lasciai la scuola a luglio e andai in seminario ad agosto.
Domanda: Dopo essere stato vescovo per le Forze Armate e poi vescovo di Arundel e Brighton, quali lezioni principali porta con sé a Westminster?
Arcivescovo: Alcuni pensano che guidare una diocesi militare debba essere profondamente diverso dal guidarne una territoriale. Ci sono, ovviamente, differenze importanti. Eppure, nella sostanza, il ruolo resta lo stesso. Un ordinariato come quello non ha confini geografici fissi: la “diocesi delle forze” esiste ovunque si trovino, di volta in volta, i militari britannici. In tutti quei luoghi il compito è portare la fede e la vita del Vangelo, sia ai militari sia, per esempio, alle famiglie nelle basi a Cipro, in Germania o altrove. Si amministra la cresima, si celebrano i sacramenti e si svolgono gli stessi compiti pastorali che si svolgerebbero in qualsiasi diocesi. Gli elementi essenziali sono molto simili; cambiano soltanto le circostanze. Ciò che porto dall’esperienza di Arundel e Brighton è il lavoro sul nostro piano pastorale diocesano. Quel percorso si è basato soprattutto su conversazioni e incontri molto ampi con persone di tutta la diocesi. Io non conosco ancora questa diocesi. Non ho mai prestato servizio a nord del Tamigi, conosco pochissimi sacerdoti di Westminster. Quindi la mia priorità immediata è chiara: conoscere il luogo, avviare quelle conversazioni e costruire le relazioni necessarie.
Domanda: Che consiglio darebbe al suo successore ad Arundel e Brighton?
Arcivescovo: Il consiglio che gli darei - e non sono nemmeno certo che dovrò darlo, a chiunque sarà nominato - è questo: una cosa posso dirla con certezza, erediterà qui un presbiterio di grande qualità, molto unito, che lavora molto bene con i fedeli laici nella missione del Vangelo. È una diocesi splendida, come la è Westminster. So che riceverà un’accoglienza molto calorosa, perché dieci anni fa io stesso fui accolto con grande calore in diocesi. Non mi siederei mai a tavolino per dire: “Ecco cosa devi fare adesso”, perché dopo sabato io non sarò più il vescovo lì. Quindi credo che gli direi semplicemente: hai un presbiterio unito e una comunità unita; sarai accolto molto bene. E qui ci sono persone eccellenti su cui potrai contare per costruire la missione della Chiesa. Non credo serva aggiungere molto altro.
Domanda: A suo avviso, quali sono le sfide più urgenti per i cattolici in Inghilterra e Galles oggi - come il calo della partecipazione alla Messa, la secolarizzazione o i rapporti interreligiosi - e quali prime linee o iniziative immagina, in quanto di fatto guida della Chiesa locale?
Arcivescovo: Viviamo in un mondo secolarizzato, ma viviamo anche in un mondo che ha sete di Dio. In ogni essere umano esiste una ricerca innata, radicata, del divino. Questo crea una reale opportunità per la Chiesa. E qui si torna alle conversazioni e al dialogo. Nel 2010 Papa Benedetto XVI parlò della necessità di un dialogo tra il mondo secolare e il mondo della fede, tra la razionalità secolare e la fede religiosa, che collaborino per il bene comune. In questo momento storico abbiamo un’opportunità autentica, perché tante persone sono alla ricerca del divino e desiderano la presenza di Dio nella loro vita. Lo vediamo in piccoli segnali incoraggianti, soprattutto tra i giovani che si avvicinano alla fede. Molte diocesi registrano un aumento dei battesimi di adulti e una lenta crescita di persone che tornano in chiesa. I numeri stanno risalendo dopo il Covid, anche se non sono ancora tornati ai livelli pre-pandemia. C’è anche un interesse crescente tra i giovani adulti che esplorano la fede o entrano nella Chiesa. Quindi l’opportunità è grande. Come si tradurrà a Westminster? Qui c’è già moltissimo che si fa, e che io non ho ancora scoperto. Il mio compito è capire che cosa sta accadendo, sostenere ciò che è già in atto e poi discernere insieme i passi successivi.
Domanda: Il processo sinodale, sotto Papa Francesco e ora sotto Papa Leone XIV, ha insistito su ascolto e inclusività, ma alcuni critici sostengono che a volte rischi di compromettere dottrine immutabili. In base alla sua esperienza, come intende bilanciare l’invito al dialogo con il dovere di custodire verità che non cambiano?
Arcivescovo: Le due cose non si escludono a vicenda. Non c’è un conflitto. La sinodalità non significa imboccare una strada che neghi la verità della fede. Ciò che abbiamo fatto ad Arundel e Brighton - il lavoro per il piano pastorale - si è fondato su conversazioni e su un grande ascolto. In totale ho tenuto personalmente poco più di 50 incontri con fedeli laici e sacerdoti in diocesi. In nessun momento qualcuno mi ha detto che Gesù non è presente nell’Eucaristia.
Domanda: Dove vede l’arcidiocesi, e sé stesso, nei prossimi cinque anni?
Arcivescovo: Per me la cosa decisiva è la missione che il Signore ci ha affidato: portare il Vangelo nel mondo in cui viviamo. La diocesi deve continuare a farlo, e so che lo farà. Questa missione deve essere radicata nella preghiera. Se non preghiamo, non possiamo fare assolutamente nulla. Quindi questa radice nella preghiera, soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia, deve essere il fondamento di tutto ciò che facciamo. Una comprensione sempre più profonda della nostra fede ci consentirà di svolgere questa missione in modo efficace. Questo è già in atto nella diocesi; ora il compito è continuare a costruire su quanto c’è, rafforzarlo e rispondere al mondo che cambia attorno a noi. L’approccio non comporta in alcun senso un cambiamento della dottrina, ma significa adattare il modo in cui presentiamo e comunichiamo la fede alle circostanze di oggi. Un esempio molto semplice: lei mi sta intervistando in questo momento usando un telefono mobile. Questo è un cambiamento di contesto che dieci anni fa non sarebbe esistito. La Chiesa ha sempre riconosciuto la necessità di adattarsi ai nuovi mezzi di comunicazione. Il decreto del Concilio Vaticano II sulle comunicazioni sociali affrontava qualcosa di allora completamente nuovo. Oggi comunichiamo in modo molto diverso rispetto al 1965. Quindi dobbiamo chiederci continuamente: qual è il mondo in cui viviamo oggi? Come portiamo questo messaggio del Vangelo e la ricca vita della Chiesa cattolica dentro quel mondo?
Domanda: Infine, qual è un tratto o una linea che intende raccogliere dal cardinale Vincent, suo predecessore?
Arcivescovo: Ciò che mi ha sempre colpito del cardinale Vincent è quanto l’abbia trovato personalmente accessibile e quanto sia stato costantemente di sostegno a me e al mio ministero episcopale, fin dall’inizio e fino a oggi. Penso sia stato un ottimo pastore e un predicatore di grande qualità. Ciò che porto con me, in particolare, è il suo senso di prossimità e la sua vicinanza alle persone. Quel tipo di conversazione autentica, so che può sembrare qualcosa di “morbido”, non è affatto morbida. Continuare quelle conversazioni e costruire relazioni, non solo dentro la comunità della Chiesa ma anche oltre, è un lavoro impegnativo. Eppure, è esattamente ciò che dobbiamo fare se vogliamo portare la luce della fede nel nostro mondo.
Intervista rilasciata dall'Arcivescovo a The Catholic Herald