Per entrare davvero nella figura di san Giuseppe bisogna sostare su una parola che la liturgia gli attribuisce con insistenza: custos. Il termine può sembrare immediato, ma la sua portata è molto più ampia di quanto appaia. Nella cultura contemporanea custodire significa spesso trattenere, vigilare, delimitare uno spazio. Nella vicenda di Giuseppe, invece, custodire significa assumere su di sé il peso della protezione affinché un altro possa vivere, crescere, compiere la propria missione. Giuseppe esercita così una presenza ferma e silenziosa, capace di salvaguardare il mistero senza sovrapporsi ad esso. In questa postura si misura la grandezza del suo compito.

L’immagine dello scudo aiuta a comprendere la densità di questo titolo. Se custos richiama la protezione, la sua logica non è quella del dominio ma dell’esposizione di sé. Lo scudo non serve a esibire forza, ma a frapporsi tra il pericolo e la vita da difendere. È quello che Giuseppe fa fin dall’inizio. Quando Maria si trova incinta e lui non comprende ancora il mistero che la riguarda, la sua prima preoccupazione non è salvare sé stesso, ma preservare lei dall’umiliazione pubblica. Quando poi riceve la rivelazione in sogno, la sua esistenza prende una forma concreta: stare davanti al Bambino e a sua madre, assumere su di sé il peso della protezione, lasciare che la promessa di Dio trovi spazio nella storia.

Il Vangelo mostra che Giuseppe non è una figura marginale nella storia della salvezza. È colui che dà a Gesù il nome ricevuto dall’angelo, inserendolo così nella storia e nella discendenza di Davide; è colui che affronta la fuga, l’esilio, l’incertezza, il lavoro, la precarietà; è colui che salva il Bambino dalla violenza di Erode e accetta di perdere ogni sicurezza per custodire una vita che non gli appartiene. In questo senso la sua paternità è radicalmente anti-appropriativa: Giuseppe non usa, non trattiene, non pretende. Serve. Possiamo comprendere qui perché Papa Francesco, nella Lettera apostolica Patris corde - fra i testi più intensi e riusciti del suo pontificato - abbia delineato san Giuseppe come l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, capace di restare in seconda linea e proprio per questo decisivo nella storia della salvezza.

Francesco insiste sul fatto che la grandezza di Giuseppe non dipende da gesti spettacolari, ma dall’aver fatto della propria vita un dono totale al mistero dell’Incarnazione. Lo descrive come padre amato, padre nell’obbedienza, nell’accoglienza, nel coraggio creativo, lavoratore, padre nell’ombra: una sequenza di espressioni che restituisce il profilo di una forza silenziosa, concreta, affidabile.

L’accento che ha dato Francesco è particolarmente importante perché corregge una lettura troppo sentimentale di san Giuseppe. Giuseppe non è semplicemente il santo del silenzio inteso come tratto psicologico o devozionale. È il santo di un silenzio operoso. In Patris corde il Papa mostra che egli non subisce passivamente gli eventi, ma li attraversa con obbedienza intelligente, con capacità di decisione, con una sorprendente inventiva davanti alle difficoltà. La mangiatoia adattata a Betlemme, la fuga in Egitto organizzata nella notte, il ritorno prudente a Nazaret: tutto dice che la sua fede non cerca scorciatoie spirituali, ma assume la realtà fino in fondo.

Da questo punto di vista, la figura di Giuseppe interroga in modo diretto anche la Chiesa del nostro tempo. Francesco ci ricordava che egli è il modello di una paternità che non coincide con il possesso. Anzi, la vera paternità si misura proprio nella rinuncia a possedere il figlio. È in questa linea che il Papa afferma che padri non si nasce, ma si diventa, prendendosi responsabilmente cura di un’altra vita. E aggiunge che il mondo ha bisogno di padri, non di padroni. È una distinzione che va ben oltre l’ambito familiare: riguarda il ministero ecclesiale, il governo, l’educazione, il modo stesso di esercitare l’autorità nella comunità cristiana.

Anche Benedetto XVI, nella Messa celebrata a Yaoundé il 19 marzo 2009 - città che si prepara ad accogliere a breve anche Leone XIV - aveva colto questo punto con straordinaria precisione. Ratzinger presentava Giuseppe come colui che ha protetto la sua famiglia e, così facendo, diventa immagine della protezione con cui Dio custodisce la Chiesa. Ma il cuore della sua omelia metteva in risalto un altro aspetto sorprendente di questa figura: la fiducia. Giuseppe è l’uomo che crede alla parola ricevuta, l’uomo che si lascia guidare da Dio anche quando non vede tutto, l’uomo che accetta di spendere la propria vita per una fecondità che lo supera. Benedetto lo proponeva ai padri e alle madri, ai giovani, ai consacrati, ai pastori, insistendo sul fatto che la custodia di Giuseppe passa attraverso una fiducia concreta, non teorica.

In quel discorso c’era anche un forte realismo ecclesiale. Benedetto XVI parlava della crisi della famiglia, della seduzione del denaro, delle false glorie, dello sradicamento interiore che colpisce l’uomo contemporaneo. E proprio in questo quadro indicava Giuseppe come una figura capace di restituire stabilità. Non una stabilità rigida, amministrativa, ma una stabilità spirituale: quella di chi resta saldo perché si fida di Dio. In quella terra, ancor oggi ferita da tensioni, Benedetto invitava i fedeli a non avere paura di prendere con sé Maria, cioè di amare la Chiesa, e in quell’invito affidava a Giuseppe anche una funzione pedagogica: insegnare un’appartenenza ecclesiale che non sia ideologica, ma filiale, concreta, perseverante.

Questo titolo, Custos Verbi, acquista così un significato particolarmente attuale. Giuseppe custodisce il Verbo non riempiendo lo spazio di parole proprie, ma lasciando che la Parola agisca. La Scrittura non gli attribuisce nessun discorso. Eppure tutta la sua esistenza parla. In un tempo ecclesiale e civile saturo di commenti, dichiarazioni, polemiche, rivendicazioni, la sua figura introduce una lezione severa: non tutto ciò che si dice illumina; non tutto ciò che occupa la scena serve davvero alla verità. C’è una forma di autorità che si manifesta soprattutto nella capacità di non intralciare l’opera di Dio. Anche per i vescovi questa immagine è esigente. La formula custodes traditionis non può essere ridotta a una difesa museale del passato o a un esercizio di vigilanza disciplinare. Se la tradizione è il mistero di Cristo trasmesso nella Chiesa come forza viva di salvezza, custodirla significa anzitutto proteggerne l’integrità, renderla accessibile, impedire che venga deformata, piegata a interessi estranei, trasformata in bandiera di parte. Giuseppe offre qui una grammatica precisa del ministero: custodire non equivale a trattenere per sé; significa servire ciò che si è ricevuto.

d.A.V.
Silere non possum

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