Città del Vaticano – «La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso proposto dal Promotore di Giustizia e dichiara la definitività della sentenza pronunciata dal Tribunale dello Stato». Parole taglienti che scendono come una lama sul capo del Promotore di Giustizia Alessandro Diddi. Il 9 gennaio 2026 la Corte di Cassazione dello Stato della Città del Vaticano ha chiuso uno dei capitoli più delicati e controversi della recente stagione giudiziaria vaticana.

La decisione è contenuta nell’ordinanza n. 25/25, adottata dal Collegio presieduto dal cardinale Kevin Farrell e composto dal cardinale Matteo Zuppi, dal cardinale Ángel Fernández Artime, dalla giudice Chiara Minelli e dalla giudice Patrizia Piccialli. La Corte si è riunita in camera di consiglio ed ha pronunciato il provvedimento dopo aver esaminato il ricorso presentato dall’Ufficio del Promotore di Giustizia contro l’ordinanza della Corte di Appello che aveva dichiarato inammissibile l’appello dell’accusa nel procedimento penale n. 26/23 R.G.P.C.A.

Una bocciatura senza attenuanti

La Cassazione non entra nel merito delle imputazioni, ma colpisce il cuore dell’azione dell’accusa: la totale assenza di motivi di impugnazione specifici. Nell’ordinanza si legge che il Promotore di Giustizia «si è limitato ad allegare alla dichiarazione di appello la requisitoria svolta dinanzi al Tribunale, senza “presentare” i motivi di impugnazione, come previsto dall’art. 131 c.p.p.».

Un passaggio particolarmente significativo chiarisce che la specificità dei motivi «è essenziale per circoscrivere i temi di fatto e di diritto sui quali dovrà svolgersi la discussione tra le parti e l’esame del giudice di appello». Non si tratta, dunque, di un vizio formale, ma di una carenza strutturale dell’impugnazione, che impedisce al giudice di comprendere quali punti della sentenza siano contestati e perché. È umiliante, per lo Stato della Città del Vaticano, dover osservare che il proprio organo di accusa dimostri in questo modo di non aver conoscenza del codice di procedura penale dello Stato.

La Corte sottolinea inoltre che i cosiddetti motivi “aggiunti” sono stati depositati fuori termine, quando ormai ogni possibilità di sanatoria era preclusa. Da qui la conclusione: l’appello del Promotore di Giustizia è inammissibile e non può essere riesaminato.

L’inesistenza dell’“abnormità”

Particolarmente rilevante è anche il rigetto dell’argomento con cui l’accusa aveva tentato l’ultima carta: l’asserita “abnormità” dell’ordinanza della Corte di Appello. La Cassazione chiarisce che l’abnormità riguarda solo atti «avulsi dall’intero ordinamento processuale» o esercizi di potere fuori da ogni previsione normativa. Nulla di tutto questo ricorre nel caso in esame: la Corte di Appello ha esercitato un potere espressamente riconosciuto, richiamando correttamente le norme applicabili.

Il risultato è definitivo: la sentenza del Tribunale dello Stato del 16 dicembre 2023, nella parte in cui non ha riconosciuto la responsabilità penale degli imputati, diventa irrevocabile.

Si tratta di una sconfitta senza precedenti per l’organo d’accusa dello Stato, ma soprattutto di una constatazione amara e difficile da eludere: ingenti risorse economiche sono state impiegate per sostenere iniziative processuali prive di un adeguato fondamento giuridico, con un impatto rilevante e tutt’altro che marginale sul bilancio dello Stato della Città del Vaticano.

Alessandro Diddi fuori dal processo

Accanto a questo provvedimento, la Cassazione ha pronunciato anche l’ordinanza n. 24/25, relativa alla ricusazione del Promotore di Giustizia Alessandro Diddi. Anche qui la decisione è istruttiva. La Corte prende atto che, proprio il giorno fissato per la decisione sulla ricusazione, Diddi ha depositato una dichiarazione di astensione. Un atto che, come afferma la Corte, «esime questa Corte, allo stato, dall’assumere ogni decisione in ordine alla ricusazione».

In altre parole: nessuna valutazione nel merito in quanto Diddi ha provveduto ad abbandonare il processo da solo. «Qualcuno ha fatto capire al Promotore di uscire dal processo per il bene dell’Istituzione. Questo teatro non poteva più andare avanti», ha commentato un porporato facendo intendere che Diddi non goda più delle protezioni che aveva con Papa Francesco.

Una scena già vista

Il dato assume un peso ancora maggiore se si ricorda quanto accaduto il 21 settembre 2025, quando lo stesso Diddi dichiarò in aula: «Finalmente ho la possibilità di potermi difendere da una serie di illazioni. Ringrazio le difese per questa iniziativa. Voglio sfruttare i termini dei tre giorni per esprimere le mie considerazioni in maniera serena, in modo da dissolvere i dubbi che in questi mesi sono stati aperti sulla conduzione delle indagini».

Quella sicurezza ostentata si è rivelata infondata alla luce dei fatti: in quell’occasione Diddi arrivò persino ad abbandonare l’aula. E, col passare dei mesi, quelle parole hanno perso ogni consistenza. Mancavano elementi davvero solidi per rispondere alle contestazioni, tanto che, consapevole dell’esito prevedibile davanti alla Cassazione, il Promotore ha preferito depositare l’astensione, sottraendosi a una pronuncia che avrebbe compromesso in modo definitivo la sua credibilità.

Un problema di credibilità istituzionale

Questi due provvedimenti, letti insieme, restituiscono un quadro preoccupante. Non si tratta solo di una sconfitta processuale, ma della conferma di una inadeguatezza strutturale nel ruolo di Promotore di Giustizia. Errori gravi, come la mancata formulazione dei motivi di appello, hanno un costo altissimo in termini di economia processuale e producono un danno diretto alla credibilità dello Stato della Città del Vaticano.

Il nodo, però, è ancora più profondo. Alessandro Diddi non è titolato a ricoprire il ruolo che esercita: non ha mai conseguito alcun titolo in diritto canonico né in diritto vaticano. Eppure, gli è stata affidata una funzione che richiede competenze altamente specialistiche e una conoscenza rigorosa dell’ordinamento in cui si opera. L’esito di queste vicende mostra con chiarezza quanto sia deleterio affidare ruoli chiave a professionisti privi di un’adeguata formazione. La giustizia vaticana paga oggi il prezzo di scelte che hanno privilegiato altri criteri rispetto alla competenza, producendo anni di contenziosi, costi elevati e un logoramento della fiducia internazionale nelle istituzioni dello Stato.

La Cassazione, con la sobrietà che le è propria, non pronuncia giudizi politici. Ma le sue ordinanze parlano da sole. E raccontano una stagione in cui l’improvvisazione e l’inadeguatezza hanno lasciato segni profondi, difficili da cancellare.

d.M.E.
Silere non possum