Città del Vaticano - Questa mattina in Piazza San Pietro Leone XIV ha presieduto la Celebrazione Eucaristica della Passione del Signore, cuore liturgico della Domenica delle Palme. La celebrazione si è aperta con la commemorazione dell’ingresso del Signore in Gerusalemme e con la benedizione dei rami; prima della Santa Messa, la processione si è svolta dal Braccio di Costantino del Colonnato del Bernini fino al centro della piazza, dentro una cornice che ha richiamato visibilmente il gesto evangelico dell’ingresso di Cristo nella città santa.

A Gerusalemme, questa mattina, al Patriarca Pierbattista Pizzaballa e al Custode di Terra Santa è stato impedito l’accesso alla Basilica del Santo Sepolcro, con la conseguenza gravissima di non poter celebrare uno dei momenti più centrali della vita cristiana. Anche questa ferita, che si colloca nel quadro delle continue sopraffazioni compiute da Israele, risuona nelle parole del Papa, il quale ha ricordato: «Proprio mentre la Chiesa contempla il mistero della Passione del Signore, non possiamo dimenticare quanti oggi partecipano in modo reale alla sua sofferenza. La loro prova interpella la coscienza di tutti. Eleviamo la nostra supplica al Principe della pace, affinché sostenga i popoli feriti dalla guerra e apra cammini concreti di riconciliazione e di pace».

Il Pontefice ha offerto, nell’omelia, un immagine: contemplare Gesù nella Passione come “Re della pace”. Prevost ha invitato i fedeli a mettersi dietro Cristo sulla via della croce e a guardare il modo in cui il Signore attraversa la violenza senza assumerne la logica. Gesù, ha affermato il Papa, entra nel dramma della Passione mentre intorno a lui si organizza la brutalità del potere, ma rimane saldo nella mitezza e nella consegna di sé. Il Papa ha insistito sul fatto che Gesù non entra a Gerusalemme secondo i segni della forza politica o militare. Ha richiamato la profezia di Zaccaria e ha mostrato che il Messia arriva umilmente, su un asino, portando una pace che non nasce dall’equilibrio delle armi ma dalla riconciliazione. Quando il Santo Pade ha ripreso l’espressione “Egli è la nostra pace”, ha offerto la chiave di lettura dell’intera celebrazione: la pace, nella prospettiva cristiana, non è un tema accessorio né un sentimento generico, ma il nome stesso dell’opera di Cristo nel mondo. 

È così che Leone ha condannato radicalmente la violenza. Il Papa ha riletto la scena dell’arresto di Gesù e il gesto del discepolo che estrae la spada, mostrando che il Signore interrompe subito quella dinamica. Il Papa ha ripetuto che Cristo “non si è armato, non si è difeso” e in questo modo ha presentato la Passione come la rivelazione del volto di Dio, un volto che rifiuta la violenza anche quando la subisce. Il cristianesimo, ha spiegato, non può usare il Crocifisso per coprire la guerra, perché nella croce di Gesù si manifesta un Dio che assorbe il male senza riprodurlo.  

Il Papa ha portato quindi questa meditazione dentro il presente storico. L’omelia ha letto la Passione del Signore Gesù alla luce delle sofferenze contemporanee. Guardando il Crocifisso, ha detto Leone XIV, si vedono “i crocifissi dell’umanità”: nelle piaghe di Cristo compaiono le ferite delle donne e degli uomini di oggi, il pianto di chi è solo, malato, abbattuto, senza speranza, e soprattutto il dolore di quanti sono oppressi dalla violenza e dalla guerra. In questo passaggio il linguaggio dell’omelia è diventato pastorale e insieme pubblico: il Papa ha unito la contemplazione del Vangelo a una denuncia morale del tempo presente.  Leone XIV ha afferma con chiarezza che nessuno può usare Dio per giustificare la guerra. Una presa di posizione forte che toglie qualunque copertura religiosa alla violenza e rimette al centro il giudizio biblico sulle mani che “grondano sangue”. 

Subito dopo, il Papa ha fatto di questa meditazione, pronunciata nella Santa Messa che fa memoria di uno dei momenti centrali della vita del Signore, una supplica e insieme un appello. Cristo, dalla croce, continua a gridare all’umanità: «Deponete le armi» e «ricordatevi che siete fratelli». Così la Domenica delle Palme non resta soltanto la soglia della Settimana Santa, ma si fa richiamo concreto alla responsabilità dei popoli, dei governanti e dei credenti. Leone XIV sceglie di concludere questa omelia con le parole del venerabile vescovo Antonio Bello: «Santa Maria, donna del terzo giorno, donaci la certezza che, nonostante tutto, la morte non avrà più presa su di noi. Che le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati. Che i bagliori delle guerre si stanno riducendo a luci crepuscolari. Che le sofferenze dei poveri sono giunte agli ultimi rantoli. […] E che, finalmente, le lacrime di tutte le vittime delle violenze e del dolore saranno presto prosciugate, come la brina dal sole della primavera». 

Maria è presentata come colei che sta sotto la croce del Figlio e che continua a piangere ai piedi dei crocifissi di oggi. Leone XIV ha letto la Passione del Signore come svelamento di due logiche inconciliabili: da una parte quella delle armi, della violenza, del calcolo e della paura; dall’altra quella di Cristo, che regna nella mitezza, riconcilia e si offre. Per questo, quella proposta questa mattina dal Papa, non è una rifliessione astratta sulla pace. Prevost ha indicato invece un criterio cristiano per giudicare la storia: seguire Gesù significa rifiutare ogni uso religioso della guerra e riconoscere, nelle vittime di oggi, il volto stesso del Crocifisso.

p.F.V.
Silere non possum



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