Città del Vaticano - Negli ultimi anni, dentro la Curia Romana, si sono susseguite nomine che non avremmo mai voluto vedere. Non parliamo di scelte discutibili sul piano delle sensibilità o degli schieramenti ideologici, ma di profili oggettivamente inadeguati: persone collocate in ruoli decisivi senza i requisiti fondamentali per sostenerli, senza una statura coerente con l’ufficio, senza quella credibilità che, nella Chiesa, non è tanto qualcosa da millantare ma una condizione di governo.

La potestà di governo: un nodo irrisolto

Il nodo diventa ancora più evidente quando si tenta di normalizzare l’idea che la potestà di governo funzioni come nelle organizzazioni civili, regolata da criteri di management e da standard genericamente “istituzionali”. Benedetto XVI, nella catechesi sul munus regendi, richiamò un principio fondamentale: il governare ecclesiale nasce da un mandato e da una forma, non da un’investitura sociologica. Il sacerdote è chiamato a “guidare, con l’autorità di Cristo, non con la propria”. Questa frase basta a chiarire che l’autorità nella Chiesa non coincide con una delega di potere in senso moderno, perché rimane legata a un’origine e a una responsabilità che non si esauriscono nell’uomo.

La Chiesa esercita l’autorità “non a titolo proprio, ma nel nome di Gesù Cristo”: non si tratta di un dettaglio devozionale, ma della struttura stessa del governo ecclesiale. E infatti, quando affrontò la questione della gerarchia, il Papa rifiutò la riduzione giuridico-amministrativa e la definì per ciò che è: “struttura di autorità sacramentale” ordinata secondo i tre gradi del Sacramento dell’Ordine. Qui si innesta direttamente la questione della potestà di giurisdizione: se la gerarchia è sacramentale, allora il governo non può essere pensato come una funzione neutra, trasferibile con le stesse logiche con cui si assegna un incarico in qualsiasi apparato umano. Benedetto chiarì che il significato autentico di gerarchia non è dominio: “il vero significato… è ‘sacra origine’”. E precisò in modo inequivocabile: “questa autorità non viene dall’uomo stesso… ha origine nel sacro, nel Sacramento”. Se l’autorità di governo ha una origine sacramentale, non può essere ricondotta senza residui a una mera abilità organizzativa, né trattata come un potere che si conferisce e si gestisce secondo categorie estranee alla sua natura. Non solo. Benedetto legò questa origine a una forma di vincolo, di obbedienza, che impedisce la trasformazione del governo ecclesiale in arbitrio o in prassi autolegittimata. Lo disse con chiarezza persino parlando del Papa: “il Papa… non può fare quello che vuole”. Ed è esattamente questa torsione ad aver preparato il dissesto odierno. Francesco ha agito come se il Papa potesse disporre a piacimento dell’ordinamento ecclesiale; e, passo dopo passo, questa impostazione sta affiorando anche nel processo di Sloane Avenue. Silere non possum lo disse fin dall’inizio: il Pontefice non è un legislatore sciolto da ogni vincolo, ma resta soggetto al diritto divino e al diritto naturale, che delimitano e qualificano l’esercizio della sua potestà. Lo stesso principio ha condotto a Praedicate Evangelium: il baricentro viene spostato dall’Ordine sacro alla nomina papale. In questa logica, la potestà di governo non discenderebbe più dal sacramento, ma dall’atto amministrativo con cui il Papa conferisce un incarico. È una costruzione che pretende di sostituire la sacra origine dell’autorità con una fonte meramente decisionale, umana.  Questo, però, non regge. È un’impostazione falsa, e chi oggi la ripete ha un dovere elementare: spiegarla e dimostrarla sul terreno della sacramentaria, della teologia e del diritto canonico. Non bastano formule, né basta invocare la Costituzione Apostolica: qui si tocca l’architettura stessa dell’autorità nella Chiesa. Benedetto XVI ribadì che l’autorità è sempre esercitata “nella responsabilità davanti a Dio”, e quando viene separata dal riferimento al Trascendente “finisce inevitabilmente per volgersi contro l’uomo”. Presentare la potestà di governo come una semplice competenza gestionale significa spostare l’asse dall’ordine sacramentale a un modello funzionale, con un cambio di paradigma che Benedetto considera pericoloso e, prima ancora, teologicamente incoerente.

L’ideologia della donna “con uno sguardo peculiare”

Queste nomine vengono promosse con la stessa ideologia che, da anni, orienta alcune riforme della formazione sacerdotale: l’idea secondo cui le donne garantirebbero uno “sguardo femminile”, “uno sguardo materno”, “uno sguardo migliore”. È una tesi vuota, utile più a giustificare le proprie ideologie che a migliorare davvero i processi di nomina dei successori degli Apostoli o di formazione dei futuri presbiteri. E, soprattutto, è figlia dello stesso meccanismo che in passato imponeva l’assoluto divieto di accesso delle donne nei seminari perché avrebbero “indotto in tentazione i chierici”. Oggi si tenta la manovra opposta, come se la semplice presenza potesse produrre automaticamente equilibri, maturazioni, perfino affetti. Qualcuno non ha ancora capito che la maggior parte di quelle donne che vengono “lanciate letteralmente nei seminari” sono donne ideologiche e spesso più incattivite delle femministe che fanno i cortei in piazza. Un seminarista, guardando a queste donne, non farà altro che imparare a odiarle, nient’altro. Ma lo sappiamo, la Chiesa non impara mai dai propri errori: cambia la cornice, resta intatto il tarlo.

L’idea che esista uno “sguardo femminile” che l’uomo, il chierico, il vescovo non possiede, appartiene a un immaginario cattolico che per decenni ha insistito su una rappresentazione stereotipata della famiglia: la donna come madre naturalmente accogliente, l’uomo come padre inevitabilmente autorevole e forte. Quel modello, nella realtà, è da tempo consumato, quando non del tutto scomparso; eppure sopravvive come riflesso condizionato, capace di negare persino l’evidenza.

Lo si vede anche nei dicasteri, dove la retorica dello “sguardo” finisce spesso per tradursi in criteri di valutazione fragili, affidati al sentimento. La scena è fin troppo nota e un religioso la racconta senza timore: «“quel vescovo mi ha sorriso, dunque è bravo”; “quel prete è scorbutico, dunque non lo vorrei mai vescovo”. Alla domanda sul perché, la risposta è disarmante: “mi ha risposto male”, “mi ha trattata con freddezza”, “non mi ha dato ascolto”. Un episodio, magari una giornata storta - come ne abbiamo tutti - diventa una sentenza. In questo modo il criterio scivola dal discernimento al sentimento, e il giudizio si riduce a impressione», spiega. Poi aggiunge: «Questa deriva emerge con chiarezza anche quando arrivano segnalazioni e lettere: testi lunghissimi, densi di emozioni, ripicche, rabbia, risentimenti, con poco spazio per i fatti e per la loro verifica. Non è un tratto esclusivo delle donne ma è un dato di fatto che loro sono più portate a questo tipo di “lettura della situazione”. Accade anche tra presbiteri e tra religiosi eh, ma in misura molto minore». Proprio per questo, affidare le nomine episcopali a valutazioni costruite “su come mi sento” significa consegnare un passaggio decisivo a criteri instabili, facilmente manipolabili. Se la motivazione è lo “sguardo”, l’organismo di discernimento viene trascinato in un esercizio identitario. Un dicastero funziona quando seleziona competenze e responsabilità, non quando colleziona simboli.

Vogliamo vescovi più competenti o vogliamo l’approvazione dei media?

Un secondo punto riguarda l’ossessione, coltivata in questi anni, per l’approvazione dei media e del “popolinoche guardano alla Chiesa con disprezzo. Le persone portano esperienze diverse per storia, ruolo, cultura, formazione: non per appartenenza di genere in automatico. Un dicastero non migliora “per quota”; migliora quando inserisce profili con competenze pertinenti e con una reale capacità di valutazione. Noi, invece, abbiamo scelto di spostare l’attenzione su notiziuole capaci di raccogliere like, mentre il cuore del problema resta fuori fuoco. Il risultato è sotto gli occhi di chi vive la Chiesa reale. Basti pensare a certe serie di nomine episcopali - ad esempio i numerosi vescovi provenienti da Puglia e Basilicata nominati da Francesco negli scorsi anni - che, sul piano del governo e delle relazioni, si stanno rivelando un disastro. Un disastro vero. Sarà sufficiente chiederlo ai preti ma anche agli stessi laici che magari, all’inizio, avevano applaudito quelle scelte. Tralasciando gli innamoramenti di Bergoglio che neppure passavano per il Dicastero, molti sono stati profili avallati da membri del Dicastero come Raffaella Petrini, Yvonne Reungoat e Maria Lia Zervino. 

Oggi ci sono diocesi intere in stato di disperazione: dai consigli di partecipazione ai parroci delle comunità più sperdute. Ci sono vescovi che abusano delle coscienze dei loro collaboratori e mettono in scena veri e propri giochi di potere, tanto con i laici impegnati quanto con i loro presbiteri. In alcune realtà ci sono persino decine di presbiteri pronti a trasferirsi altrove, pur di sottrarsi a dinamiche diventate invivibili. E ci sono vescovi emeriti trattati come fossero un intralcio, umiliati nonostante gli anni di episcopato e l’età. Questi sono i risultati di questi membri scelti per ideologia o per amicizia e non per competenza. Inserire donne solo perché donne, senza alcuna competenza specifica, significa ridurre tutto a puro tokenismo.

Il munus non si improvvisa

La valutazione dei candidati all’episcopato riguarda un munus che, per sua natura, intreccia insegnare, santificare e governare: il Codice ricorda che i Vescovi sono costituiti Pastori “perché siano… maestri di dottrina, sacerdoti del sacro culto e ministri del governo” (can. 375 §1) e che con la consacrazione episcopale “ricevono… gli uffici di insegnare e governare”, esercitabili “nella comunione gerarchica col Capo e con le membra del Collegio” (can. 375 §2). Per questo è ragionevole che il cuore del giudizio resti in capo a chi conosce dall’interno il ministero episcopale e ne porta la responsabilità collegiale. Benedetto XVI ricordò che Cristo ha voluto che “il Collegio Apostolico, oggi i Vescovi, in comunione con il Successore di Pietro… partecipassero” alla cura del Popolo di Dio, e che l’autorità si esercita “nel nome di Gesù Cristo”, come servizio. La procedura canonica conferma questa architettura: la consultazione è “comune e segreta” tra i Vescovi (can. 377 §2), il Legato pontificio raccoglie i pareri di Metropolita e Suffraganei e ascolta organismi e persone, richiedendo “se… opportuno” anche il parere di altri (can. 377 §3); poi il criterio resta l’idoneità oggettiva richiesta (can. 378 §1) e “il giudizio definitivo… spetta alla Sede Apostolica” (can. 378 §2).

Il clero resta inascoltato

Poi c’è un punto decisivo: in questi anni si è progressivamente messo ai margini il clero, quando invece il prete resta il primo collaboratore del vescovo. L’Ordinario è colui che svolge un ruolo fondamentale, vitale potremmo dire, sulla vita del clero diocesano. In questi anni abbiamo visto troppi presuli cercare l’approvazione del “popolo”, con cui spesso entrano in contatto quasi solo nelle cerimonie, senza però saper reggere un rapporto reale, quotidiano, franco con i presbiteri. E mentre la vita di una diocesi si regge sul silenzioso ministero del clero, la domanda più semplice - “chi è davvero adatto a fare il vescovo?” - non la rivolgiamo più ai preti: la rivolgiamo alle suore o ai laici. Perché?

I presbiteri sono i collaboratori di ogni giorno: vedono lo stile di governo, la capacità di delega, la gestione dei conflitti, la sobrietà, il rapporto con il denaro, il rispetto delle persone, l’equilibrio umano. Qui si lavora su un’osservazione continuativa, non su impressioni occasionali. E il Codice prevede proprio l’ascolto di riscontri interni qualificati, attraverso figure e organismi del clero come i consultori e il capitolo. La qualità delle nomine si decide sulla qualità delle informazioni: contano pochi pareri motivati e circostanziati, non un accumulo di impressioni generiche, vaghe, campate in aria.

Come abbiamo accennato, nel Dicastero, in questi anni, erano già presenti delle donne grazie alle modifiche normative strampalate di Ghirlanda: Yvonne Reungoat (incarico cessato il 13 gennaio 2025), Maria Lia Zervino Raffaella Petrini. L’esperienza, guardando alle nomine maturate in questi anni, non ha dato i frutti che si promettevano.

Le criticità di Suor Brambilla: autoritarismo 

Inserire il Prefetto del Dicastero per la Vita consacrata e le Società di vita apostolica fra i membri del Dicastero per i Vescovi ha sicuramente una logica, visto che non pochi religiosi vengono chiamati all’episcopato. Una pratica che, si auspica vivamente, negli anni a venire diminuisca rispetto agli anni scorsi nei quali gli ordini francescani contavano più membri vescovi di quelli presbiteri o laici.

Ma il problema resta a monte: alla guida di quel Dicastero si è scelto di collocare una religiosa, chiamata di fatto a presidiare un ambito che tocca direttamente la potestà di giurisdizione, che nella Chiesa è connessa all’Ordine sacro(can. 129 §1 CIC). Nello stesso Dicastero opera anche suor Tiziana Merletti, e negli anni - a partire dal contesto del Movimento dei Focolari da cui proviene - ha mostrato un’impostazione ideologica e una preoccupante scarsa familiarità con il diritto canonico di cui ha ottenuto comunque dei titoli. Non bisogna dimenticare che in quel quadro, Francesco aveva inserito, senza un disegno credibile, la figura del cardinale Ángel Fernández Artime, più per “parcheggiarlo” che per un progetto a favore della vita consacrata: Bergoglio prima decise di promuoverlo e poi cercò una poltrona dove metterlo a sedere. Poltrone che, peraltro, stanno aumentando oggi considerato che in Piazza Pio XII non ha nulla da fare. 

E questo proprio nel Dicastero che dovrebbe essere il più efficiente, visto che oggi la vita religiosa e la vita monasticasono in costante crisi. Non è, anzitutto, una crisi di numeri: è una crisi di carisma vissuto, di identità riconoscibile, di fedeltà concreta. In troppe congregazioni il nome del fondatore e quello dell’istituto sono diventati etichette decorative, scollegate da ciò che i membri fanno davvero. Le peculiarità delle famiglie religiose sono ormai sconosciute anche agli stessi membri. Un missionario della Consolata e un Francescano non fanno vite diverse. E anche i segni diventano terreno di battaglia ideologica come se togliere l’abito religioso o il velo fosse il raggiungimento di chissà quale libertà. La secolarizzazione avanza, e nel frattempo il Dicastero non funziona: una governance fatta di religiosi finisce inevitabilmente per muoversi secondo logiche di appartenenza, con ciascuno che guarda alla propria “famiglia” con un occhio di riguardo. A capo di quel Dicastero deve esserci un cardinale del clero secolare, per garantire una vera terzietà. Il Segretario deve essere un arcivescovo che conosca davvero – per esperienza e non per sentito dire - la vita monastica e la vita religiosa. Non servono Pro-Prefetti e figure inventate per poter garantire uno stipendio. La Chiesa è un luogo di servizio, non un mercato di avanzamenti. Ma, seriamente, che cosa possono comprendere della vita monastica di monache carmelitane o di monaci certosini una missionaria della Consolata e una suora delle Francescane dei Poveri che, ogni mattina, sembrano più attente a pettinarsi il ciuffo da sfoggiare (chi senza velo e chi deve fargli fare capolino fuori dal velo) che a scendere in cappella a pregare? 

Al di là di tutto questo, restano criticità ulteriori. Nel Dicastero sono gli stessi collaboratori di suor Brambilla a descrivere una gestione improvvisata e faticosa, segnata da un clima che contrasta nettamente con l’immagine pubblica. Raccontano che, “dietro i video per i social e quel sorriso mieloso ostentato in camera”, si consumano dinamiche di ripicche, atteggiamenti scorbutici carichi di rabbia, e decisioni dettate più dal bisogno di ribadire “chi comanda” - fino a tratti di vero autoritarismo - che da un governo guidato da paterna attenzione per i religiosi e i monaci. Fuori dalle mura del palazzo, inoltre, ci sono diversi religiosi e religiose, monaci e monache che segnalano un dicastero sempre meno orientato al suo compito di supporto della vita religiosa e sempre più segnato da un’impronta ideologica, con la sensazione di un sistema che tutela gli “amici” e colpisce chi non dispone di contatti o sponde interne. Vengono citati, come casi emblematici, quanto accaduto con Padre Gaetani e quanto attribuito alla vicenda di Padre Mauro Giuseppe Lepori nel caso delle monache di Vittorio Veneto.

s.C.R. e p.I.U.
Silere non possum