Milano – La Fraternità San Giuseppe nasce all’interno di Comunione e Liberazione come risposta a una domanda concreta: uomini e donne, vedovi o divorziati, che chiedevano di consacrarsi a Cristo senza uscire dalle proprie responsabilità quotidiane, continuando a vivere e lavorare nelle loro circostanze ordinarie. Si tratta di una ulteriore realtà rispetto ai Memores Domini.

A metà degli anni Ottanta don Luigi Giussani indica l’ossatura di questa identità: «Una certa scelta e gusto dell’orazione; un impegno di aiuto vicendevole. Una fedeltà al riconoscimento della presenza del Signore». È una forma di consacrazione che non “separa” dal mondo, ma assume il mondo come luogo della testimonianza: vivere povertà, castità e obbedienza restando nel proprio lavoro, nella propria città, nella propria rete di relazioni, con la convinzione che «il Battesimo e la Cresima possano essere sufficienti per fondare una dedizione totale a Cristo e alla Chiesa». Negli anni quell’intuizione ha oltrepassato i confini immaginati: una realtà numericamente contenuta - circa seicento persone – che però si era diffusa nel mondo. La Fraternità San Giuseppe puntava a rendere “presenti e permanenti” nella società i valori della fede e della carità cristiana attraverso la pratica e la testimonianza quotidiana dei suoi membri, secondo l’accento educativo proprio di CL. Ad accompagnare la Fraternità San Giuseppe sono stati, nel tempo, sacerdoti come don Bruno de Biase, donGianni Calchi Novati e don Michele Berchi.






La mano di Davide Prosperi: ciò che tocca muta forma

Con la nomina del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita che ha imposto in modo dispotico Davide Prosperi come presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, anche questa Fraternità è entrata nel suo raggio d’azione. Al suo interno, peraltro, vi è anche la madre di Prosperi; e la guida era don Michele Berchi, che Prosperi ha etichettato come “uomo di Carrón”. Da qui la scelta, a solo un mese dalla sua nomina, di imporre alla Fraternità San Giuseppe una guida nominata direttamente da lui, richiamando l’applicazione di un criterio che - nei fatti - sembra valere per tutti tranne che per sé stesso: la durata massima di dieci anni dei mandati di governo. Il chimico ha così deciso di mettere alla guida della Fraternità un presbitero noto nel clero ambrosiano per il suo amore per pizzi e merletti, e in Comunione e Liberazione come vicino all’ala tradizionalista, gravitante attorno a figure come Cesana e Perrone.

Anche all’interno della Fraternità San Giuseppe, Davide Prosperi ha replicato lo stesso schema già visto in Comunione e Liberazione. Don Michele Berchi è stato spinto a farsi da parte e il Centro (l’organo di direzione della San Giuseppe) è arrivato alle dimissioni in blocco. Di fronte alle resistenze, Prosperi ha delegittimato pubblicamente il Centro davanti ai membri della Fraternità, con «i suoi toni soliti toni e le sue solite modalità autoritari», raccontano. Dopo un’assemblea particolarmente tesa, ha quindi imposto come guida della Fraternità un presbitero noto per coinvolgere ragazzini con il “desiderio della talare” facendoli vestire con veste e cotta di pizzo pur non essendo chierici, e impiegandoli come “corteo” liturgico durante Messe in Vetus Ordo.

Nel giro di pochi anni circa un centinaio di persone ha lasciato la Fraternità San Giuseppe. Nel frattempo, la guida imposta da Davide Prosperi ha avviato un processo di istituzionalizzazione che punta a trasformare la San Giuseppe: non più una fraternità laicale nelle circostanze ordinarie, ma una sorta di congregazione in senso proprio. Nulla di scandaloso in astratto: una congregazione è una forma legittima nella Chiesa. Il punto è un altro. Una congregazione è una cosa; l’esperienza della San Giuseppe, per come è nata e per come don Luigi Giussani l’ha pensata, è un’altra. E proprio qui si vede con chiarezza ciò che in questi anni Prosperi e i suoi sostenitori stanno facendo: snaturare e riscrivere dall’interno ciò che Giussani aveva voluto. Per questo occorre ascoltare con molta prudenza quando Prosperi liquida ogni obiezione con la formula d’autorità: «Ho vissuto anni vicino a Don Giussani, so cosa voleva e ovviamente è ciò che ti sto dicendo io». È la scorciatoia perfetta: non argomenta, non verifica, non risponde nel merito; pretende un’adesione per deferenza. «Non ti sto dicendo che devi lasciare CL, ma ecco questa è la porta se non sei d’accordo». E intanto, a chi osa fare domande e chiedere spiegazioni, viene praticato un mobbing psicologico: il messaggio è che, se non si segue la linea di Prosperi, don Giussani non sarà mai canonizzato. Un ricatto morale travestito da devozione. Sì: siamo messi proprio bene.

d.V.N.
Silere non possum