Città del Vaticano - Questa sera, venerdì 27 febbraio 2026, si è concluso il ciclo di meditazioni guidato da Mons. Erik Varden, monaco trappista Prelato di Trondheim e Amministratore apostolico di Tromsø, per gli esercizi spirituali di Quaresima, rivolti al Santo Padre, alla Curia Romana e ai cardinali.
Il tema degli esercizi, Illuminati da una gloria nascosta, ha offerto un percorso spirituale intenso e profondo, che ha più volte interpellato il Papa e i suoi collaboratori, sostenendoli nel loro cammino di intimità e comunione con il Signore. I cardinali e gli arcivescovi che hanno partecipato agli esercizi spirituali in questi giorni hanno espresso “grande apprezzamento” per le riflessioni offerte da Mons. Varden. Le sue parole li hanno guidati a “meditare su temi profondi”, offrendo al contempo “l'opportunità di dedicare tempo al Signore, lasciandolo parlare al [loro] cuore”.
Molti hanno sottolineato il valore dello stile monastico adottato da Varden, apprezzandone la “sobrietà e l'essenzialità”. Diversi partecipanti hanno notato con favore “l'assenza di prolissità, spesso riscontrata in passato, quando alcuni predicatori sembravano più interessati a impressionare la gerarchia ecclesiastica che a favorire un autentico incontro con il Signore”.
Uno stile e un programma
Nella parte conclusiva degli esercizi spirituali, Varden ha scelto di riflettere sul De Consideratione, un’opera di San Bernardo di Chiaravalle. Questo trattato, composto da cinque libri, fu scritto nel 1145, quando un discepolo di Bernardo, Bernardo Pignatelli, venne eletto Papa con il nome di Eugenio III. Su richiesta del pontefice, e in qualità di padre spirituale, Bernardo redasse un testo che non solo offriva consigli su come esercitare il ministero petrino, ma che rappresentava anche una profonda meditazione sul mistero della Chiesa e di Cristo. Come sottolineò Benedetto XVI in un’Udienza Generale del 21 ottobre 2009, il De Consideratione “rimane una lettura conveniente per i Papi di tutti i tempi” e si conclude con un invito alla continua ricerca di Dio: “Dovrebbe proseguire ancora la ricerca di questo Dio, che non è ancora abbastanza cercato, ma forse si può cercare meglio e trovare più facilmente con la preghiera che con la discussione. Mettiamo allora qui termine al libro, ma non alla ricerca” (XIV, 32: PL 182, 808).
Per Bernardo, la “considerazione” si traduce più propriamente in “contemplazione”, che egli ritiene essere la qualità essenziale del successore di Pietro. Questo invito alla contemplazione si accompagna a una visione del pontificato come servizio, non come esercizio di potere. Bernardo ammonisce il Papa a evitare la cordis duritia (durezza del cuore), una condizione che può derivare dall’eccesso di attività e che rischia di allontanare l’uomo dalla salvezza. Per contrastare questo pericolo, egli propone il disprezzo degli onori e un atteggiamento di umiltà, ricordando che il ministero petrino non è un privilegio, ma un servizio. Scrive: “Rifletti (…) che sei sommo non per una compiuta perfezione, ma in virtù di un confronto, e non pensare che intenda un confronto di meriti, ma di ministeri”. Bernardo si sofferma anche sul ruolo unico del pontefice, ispirandosi al Vangelo di san Giovanni, nel passo in cui il Risorto appare sulle rive del lago di Tiberiade. Egli scrive: “Appena Pietro ebbe riconosciuto il Signore, si gettò in acqua e lo raggiunse, mentre gli altri arrivarono in barca. [Questo fatto…] è un segno della singolare autorità di Pietro come pontefice […]. [Pietro] ricevette il governo di tutto il mondo, non di una sola nave come l’ebbero gli altri apostoli. Il mare infatti è il mondo, mentre le navi sono le Chiese. Così, mentre ciascuno degli altri vescovi ha una propria nave, a te [Pontefice] ne è stata affidata una sola, grandissima, costituita da tutte le altre, ed è la Chiesa universale, diffusa su tutta la terra” (De Cons. II, VIII, 16). Il trattato affronta anche le difficoltà legate alla persona del Papa, inclusi i compiti giuridici che spesso lo sovraccaricano. Bernardo ricorda che il Papa non è solo il successore degli apostoli, ma anche l’erede del mondo intero, sul quale non esercita un dominio, poiché l’unico vero Signore è Cristo. Per questo, il pontefice è chiamato a convertire, ammonire gli eretici e correggere gli ambiziosi. Bernardo non risparmia critiche al clero e al popolo romano, esortando il Papa a scegliere con attenzione i suoi collaboratori, evitando gli ambiziosi, i raccomandati e gli adulatori. «Le qualità che Bernardo gli chiede di cercare e coltivare sono valide in ogni tempo: servono collaboratori “di provata integrità, disponibili all’obbedienza, pazienti e miti; […] di sicura fede cattolica, fedeli nel ministero; amanti della concordia, della pace e dell’unità; […] prudenti nel consiglio, […] sagaci nell’amministrazione, […], modesti nel parlare”», ha detto Varden questa mattina.
Questi temi trovano un’eco anche nelle parole di Benedetto XVI, sia nella sua omelia a San Giovanni in Laterano, in occasione dell’insediamento sulla Cattedra di Roma, sia in altri momenti del pontificato. Benedetto sottolineò che il ministero petrino è un servizio alla fede e alla verità, non un esercizio di potere. Come Bernardo, richiamò l’attenzione sull’umiltà e sulla centralità di Cristo, affermando che il Papa è chiamato a confermare i fratelli nella fede e a custodire l’unità della Chiesa. Egli ribadì che il potere del Successore di Pietro non è un’autorità assoluta, ma un mandato di obbedienza alla Parola di Dio, affinché questa risuoni nella sua purezza e grandezza.

Speranza senza illusioni
Nella meditazione conclusiva, Mons. Erik Varden ha offerto una riflessione profonda e articolata sul significato della speranza cristiana e sul ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo. Partendo dal contesto storico del Concilio Vaticano II, ha ricordato come Papa Giovanni XXIII, nell’aprire i lavori conciliari, avesse sottolineato che “il sacro deposito della dottrina cristiana” deve essere custodito e insegnato in modo efficace, poiché esso “abbraccia l’uomo integrale, composto di anima e di corpo”. Il monaco ha evidenziato come questa visione rimanga attuale, soprattutto in un’epoca segnata da crisi globali e da un senso diffuso di precarietà. “Cristo, crocifisso e risorto, incarna il futuro dell’umanità”, ha affermato, sottolineando che la Chiesa è chiamata a proclamare questa verità con convinzione, senza compromessi, per rispondere alle domande più urgenti del nostro tempo.
Un tema centrale della meditazione è stato il concetto di speranza, che il vescovo ha distinto dall’ottimismo superficiale. “Avere la speranza cristiana non significa necessariamente essere ottimisti”, ha spiegato, “un cristiano rinuncia ai pii desideri, scegliendo con risolutezza la realtà”. Ha poi messo in guardia contro le false promesse dei demagoghi, che distraggono le masse con illusioni e superficialità, contrapponendo a queste le parole di Cristo: “I poveri li avrete sempre con voi” e “Senza di me non potete far nulla”. Questi richiami evangelici, ha sottolineato, non sono segni di rassegnazione, ma un invito a lavorare instancabilmente per una nuova umanità, plasmata dalla carità e dalla giustizia. Mons. Varden ha poi affrontato il tema delle ferite, sia personali che collettive, che permeano il nostro tempo. Ha richiamato l’attenzione sulla figura del Crocifisso, definendolo “il Ferito-ma-non-vinto”, e ha spiegato come la Croce rappresenti non solo il simbolo della sofferenza redentrice, ma anche una fonte di guarigione e trasformazione. “Le ferite di Cristo, dopo la sua risurrezione, non sono state eliminate, ma rese gloriose”, ha ricordato, invitando i presenti a vedere nelle proprie ferite un’opportunità per scoprire la grazia di Dio. Ha inoltre sottolineato che la Quaresima è un tempo privilegiato per contemplare questo mistero, fissando lo sguardo su Cristo e lasciandosi trasformare dalla sua luce. Infine, Mons. Varden ha esortato i partecipanti a vivere la fede con autenticità e a proclamare il Vangelo con autorità. Ha richiamato San Bernardo di Chiaravalle, che descriveva le tribolazioni della vita come “doglie del parto” che ci conducono alla vera vita, e ha ricordato che la Chiesa, pur immersa nelle difficoltà del mondo, è chiamata a essere un segno di speranza per tutti. “Il nostro tempo ha fame di ascoltare questa speranza proclamata”, ha concluso, invitando i presenti a essere testimoni credibili della grazia di Cristo, capaci di rinnovare e trasformare le vite con la forza del Vangelo.
p.F.V.
Silere non possum