La spiritualità cistercense affonda le sue radici nel movimento di riforma monastica nato all'inizio del XII secolo, quando un gruppo di monaci di Molesme, tra cui Roberto di Molesme, Alberico e Stefano Harding, si ispirarono agli ideali del monachesimo primitivo, cercando di realizzare una forma di vita che combinasse povertà, solitudine e vita fraterna. L’intento era quello di recuperare l’osservanza più autentica della Regola di San Benedetto, ponendo particolare enfasi sulla semplicità, sulla povertà e sulla centralità della preghiera. Questo spirito di rinnovamento si diffuse rapidamente e portò alla nascita di un vero e proprio ordine monastico, con una rete di abbazie unite da una rigida organizzazione e da una spiritualità comune.
La Spiritualità Cistercense: Ritorno alle Origini
Uno degli elementi fondamentali della spiritualità cistercense è la ricerca di Dio nella solitudine e nel silenzio, vissuta attraverso la lectio divina, la preghiera liturgica e il lavoro manuale. La vita monastica cistercense è caratterizzata da una forte austerità, in contrapposizione agli eccessi che avevano segnato alcune comunità benedettine dell’epoca. Questo ritorno alle origini si riflette anche nell’architettura delle abbazie, costruite secondo criteri di sobrietà e funzionalità, evitando ogni decorazione superflua che potesse distogliere dalla contemplazione.
Uno dei tratti distintivi dell’ideale cistercense era la ricerca di un nuovo equilibrio tra liturgia, lectio divina e lavoro manuale. Contrariamente all’opulenza dei monasteri cluniacensi, i cistercensi privilegiavano una liturgia essenziale, priva di ornamenti superflui, per concentrarsi sulla preghiera interiore e sulla meditazione della Parola di Dio. La semplicità era percepita come una via per l’unificazione dello spirito e per favorire la contemplazione.
San Bernardo di Chiaravalle, una delle figure più influenti dell’Ordine, descriveva il monaco cistercense come un uomo separato dal mondo, ma immerso nella carità fraterna. L’umiltà e l’obbedienza erano considerate virtù essenziali, poiché permettevano di conformarsi più pienamente alla volontà divina. Per Bernardo, la vita monastica cistercense non era solo un cammino di ascesi personale, ma anche una testimonianza di amore e comunione con Dio e con i fratelli. Il lavoro manuale assumeva un valore centrale nella vita monastica cistercense. Non si trattava solo di un mezzo per l’autosufficienza economica, ma anche di un esercizio spirituale che esprimeva la povertà evangelica e il distacco dai beni materiali. Il rifiuto delle ricchezze e dei privilegi era visto come un modo per conformarsi a Cristo povero e umile. Questo aspetto si rifletteva anche nell’architettura dei monasteri cistercensi, caratterizzata da un’estrema sobrietà e funzionalità, in contrasto con il fasto delle abbazie cluniacensi. Secondo Guglielmo di Saint-Thierry, un importante autore cistercense, la vita monastica era un percorso di trasformazione interiore, in cui l’anima, attraverso l’umiltà e l’obbedienza, si elevava fino all’unione mistica con Dio. Egli sottolineava l’importanza della semplicità e della purezza del cuore, condizioni necessarie per accogliere la grazia divina e vivere in conformità con il Vangelo.
Il successo e la diffusione dell’Ordine Cistercense nel XII e XIII secolo furono dovuti anche alla loro rigida organizzazione interna, sancita dalla Carta Caritatis, che regolava i rapporti tra le abbazie madri e figlie, garantendo un’unità spirituale e disciplinare. Questa struttura permise ai cistercensi di mantenere una forte coesione, nonostante la rapida espansione dell’Ordine in tutta Europa.
Le Monache Cistercensi
La presenza femminile nell’Ordine Cistercense è attestata fin dal XII secolo, sebbene inizialmente le monache non fossero formalmente riconosciute come parte integrante dell’Ordine. Una delle prime e più celebri comunità di monache cistercensi fu quella di Tart, fondata nel 1125 in Borgogna, sotto la direzione dell’abbazia di Cîteaux. Con il tempo, il numero dei monasteri femminili crebbe, diffondendosi in tutta Europa e assumendo un ruolo di grande rilievo nella vita spirituale del tempo. A differenza dei monaci, che spesso erano coinvolti nella fondazione di nuove abbazie e nella predicazione, le monache cistercensi conducevano un’esistenza più raccolta, dedicata esclusivamente alla preghiera, alla lectio divina e al lavoro manuale. La loro vita era scandita dalla celebrazione della liturgia delle ore, dall’ascolto della Parola di Dio e da attività pratiche che garantivano l’autosufficienza del monastero, come la tessitura, la produzione di ostie o il lavoro agricolo.
Nel corso dei secoli, le monache cistercensi hanno dato un contributo significativo alla spiritualità e alla cultura europea. Alcuni monasteri divennero veri e propri centri di studio e copiatura di manoscritti, contribuendo alla conservazione del sapere medievale. Inoltre, alcune figure di monache cistercensi hanno lasciato un’impronta duratura nella storia della mistica cristiana, come Santa Gertrude di Helfta e Santa Mechtilde di Magdeburgo, che attraverso le loro opere hanno influenzato profondamente la spiritualità medievale.
Comunità oranti essenziali per la Chiesa
Nonostante i mutamenti storici e le difficoltà incontrate nel corso dei secoli, le monache cistercensi continuano ancora oggi a testimoniare con la loro vita il valore della contemplazione e della ricerca di Dio.
Una badessa cistercense ha offerto alcune considerazioni sulla loro vita monastica: «La caratteristica principale è la semplicità, seguita dalla povertà, dalla solitudine e dal silenzio. La riforma cistercense del XII secolo pose molta attenzione al lavoro manuale, l'importanza del quale rappresenta la primaria differenza tra noi e le benedettine. Loro prediligono il lavoro intellettuale, mentre noi quello manuale. L'ordine ha poi un proprio rituale in ambito liturgico. Per esempio, alla preghiera del Padre Nostro manifestiamo anche con le braccia pendenti ai fianchi l'attenzione alla parola di Gesù. Al Vangelo non facciamo i tre segni: sulla fronte, sulla bocca, sul cuore, ma il segno della croce. Il crocifisso non sta al lato dell'altare, ma dietro. La croce è di legno, spoglia e senza il Cristo inchiodato. L'altare è rivolto verso il popolo. I cistercensi l'hanno sempre avuto così, prima ancora della riforma liturgica. Durante la Santa Messa, poi, si incensano solo le offerte e si passa il turibolo intorno all'altare e alla croce. Non si incensa né il sacerdote, né il popolo. Altra particolarità è che non vi sono immagini nelle chiese cistercensi, né fiori sull'altare. Il tutto in ossequio alla sobria frugalità che contraddistingue il nostro ordine. Anche nella Settimana Santa seguiamo la nostra tradizione. Il nostro canto gregoriano si differenzia da quello delle benedettine. San Bernardo voleva che tutti i monaci potessero cantare il gregoriano e non solo la schola. Per questo, lo semplificò, rendendolo più facile». Come ha ricordato Papa Benedetto XVI nel suo discorso all’abbazia di Heiligenkreuz nel 2007, i monasteri cistercensi sono “oasi di pace e di bellezza, luoghi dove la fede è ancora percepibile in tutta la sua freschezza originaria”. Le monache, con la loro esistenza nascosta e totalmente dedicata a Dio, continuano a rappresentare una presenza silenziosa ma potente, capace di ispirare chiunque sia alla ricerca di una dimensione spirituale più profonda.
Oggi, l’eredità cistercense continua a ispirare molte comunità monastiche, che custodiscono lo spirito originario dell’Ordine attraverso la preghiera, la contemplazione e la vita fraterna. La loro testimonianza silenziosa è un richiamo costante ai valori della sobrietà, della carità e della ricerca di Dio nella semplicità.