Nei giorni scorsi un giudice del Tribunale di Milano ha emesso una sentenza che fa venire i brividi al solo pensarla, prima ancora che a scriverla. Per comprendere davvero la vicenda, soprattutto per un italiano che conosce il personaggio coinvolto, occorre evitare di fissarsi sul personaggio e assumere, con rigore, che quella decisione sia stata pronunciata nei confronti di una persona qualunque. Il nodo, infatti, non è Fabrizio Corona, ma il ragionamento del giudice.
Sgombriamo il campo dal soggetto (ingombrante)
Anche perché – diciamolo subito – è evidente che ciò che fa Corona è diffamatorio, ma non tanto per il contenuto (che spetterà alla magistratura verificare se sia vero o falso), quanto per tutto ciò che gli ruota attorno: commenti, offese, insulti, e via dicendo. Insomma: un conto è affermare che Corona insulta, usa termini non consoni al giornalismo e neppure funzionali a un’inchiesta; un altro conto è sostenere che Corona, in quanto non iscritto all’Ordine dei giornalisti italiani, non abbia diritto di fare inchieste, cronaca, eccetera.
Oltre al fatto che nel sistema penale italiano non esiste l’idea di una censura preventiva: al massimo si agisce su ciò che è già stato pubblicato, non su ciò che, forse, verrà pubblicato. Folle, inoltre, che un giudice civile - non penale, ma civile - ordini la consegna di tutti i materiali, anche informatici (cellulari, computer, oltre agli hard disk). Una richiesta folle e priva di senso: non solo perché sconclusionata, ma anche perché inefficace nell’era di internet. Eppure, l’Italia si rivela ancora una volta per ciò che è: un Paese bello, ma in mano a persone che lo hanno distrutto e rovinato.
Ora, però, considerato che nel panorama italiano sono arrivati molti commenti da persone come Selvaggia Lucarelli o Salvo Sottile - commenti che, in realtà, difettano di oggettività perché nutriti da un astio evidente verso il soggetto (e magari hanno anche ragione, considerando che li ha insultati; ma resta il fatto che una cosa è la vita privata e un’altra è l’attività di informazione, che dovrebbe essere obiettiva) - vogliamo soffermarci sulle parole del giudice, perché restituiscono con chiarezza il motivo per cui, in Italia, la casta più potente è quella dei giornalisti, meglio denominati “giornalai”. Ovvero quei soggetti che, di professionale, non hanno nulla, eppure godono di protezione e di influenza in determinati ambienti. Personaggi più solerti nel vendere che nel verificare le notizie, più inclini a inseguire l’eco del momento che a curare l’accuratezza della scrittura. È una scelta: c’è chi custodisce la professionalità e chi si inginocchia al click. L’Italia è uno dei pochi Paesi in cui esiste un Ordine al quale, per essere iscritto, devi pagare, fare stage non retribuiti, scrivere pezzi per diversi anni senza essere pagato in una redazione che ti accoglie se sei schierato politicamente: perché la legge dice che ti devono pagare e tu devi anche presentare le prove dei pagamenti all’Ordine, ma in realtà le redazioni ti pagano e poi ti chiedono di restituire i soldi in modi non tracciabili perché “non possono permettersi di pagarti”, dicono. Oppure accedi attraverso scuole di giornalismo, ovviamente molto costose. Insomma: una casta che si autoalimenta. E poi l’iscrizione a questo Ordine è, com’è ovvio, subordinata a pagamenti di rette che permettono all’Ordine di vivere beatamente. La tutela per i giornalisti iscritti è pari a zero. Le segnalazioni contro quei personaggi che millantano di essere iscritti ma non lo sono, o contro gli stessi iscritti che compiono condotte in palese violazione del codice deontologico, finiscono regolarmente nel nulla quando il segnalato è “amico del presidente”.
E quei giornalisti che l’Ordine ritiene scomodi - quell’Ordine guidato a livello nazionale da Carlo Bartoli, che recentemente ha preso di mira un giornalista colpevole soltanto d’aver posto una domanda, dati alla mano, alla Presidente del Consiglio in conferenza stampa - vengono colpiti con provvedimenti privi di senso. Ne abbiamo visti alcuni casi a livello regionale: Piero Armenti è uno di questi. Ma anche la stessa Selvaggia Lucarelli, che oggi tace di fronte alle dichiarazioni di Carlo Bartoli e anche di fronte all’ordinanza del giudice di Milano perché odia Corona, dimentica che le medesime argomentazioni potrebbero essere usate contro di lei. Perché Lucarelli si è disiscritta dall’Ordine - scelta che, personalmente, ritengo saggia - e non ho alcuna stima per chi si iscrive all’Ordine dei giornalisti italiani, uno dei maggiori cancri del Paese: si è disiscritta proprio perché le stavano facendo procedimenti pretestuosi, volti unicamente a crearle problemi. Alla luce di ciò che scrivono Bartoli e il giudice di Milano, anche lei non potrebbe fare nulla nella sua newsletter.
Leggiamo insieme cosa scrive Bartoli:
«La sentenza che il Tribunale civile di Milano ha emesso sul caso di Fabrizio Corona conferma che non esiste un diritto a diffamare e che pure influencer e personaggi di spicco della rete devono rispettare la legge. Conforta poi li fatto che possano finalmente essere chiamate a rispondere di diffamazione le grandi piattaforme che lucrano profitti sfruttando l’odio e il discredito online. È un richiamo stonato l’appello al diritto di cronaca evocato da Fabrizio Corona, non essendo lui un giornalista e non essendo Falsissimo una testata registrata. Non di censura, dunque, si tratta, ma di una sentenza che ha per oggetto un’attività meramente commerciale che niente ha a che vedere con l’informazione.
Giova ricordare che il diritto di cronaca di cui possono avvalersi i giornalisti non è comunque un diritto assoluto, ma è soggetto alle condizioni indicate da una storica sentenza della Cassazione che obbliga chi fa informazione all’uso di un linguaggio rispettoso e all’osservanza della verità putativa e solo nel trattare vicende di pubblico interesse.
Chiediamo al Parlamento l’adozione di norme più stringenti per punire chi si traveste da giornalista nell’esercizio di attività che niente hanno a che fare con l’informazione che è un bene primario tutelato dalla Costituzione».
Quindi, sostanzialmente, nel Paese che da anni arretra nella classifica della
libertà di stampa, i leader di una casta affermano che non esiste
diritto di cronaca per chi non è iscritto all’Ordine dei giornalisti e, soprattutto, per chi non opera dentro una realtà iscritta in Tribunale come
“testata registrata”. Anzi, addirittura invocano leggi ancor più restrittive al fine di alimentare il proprio potere. L’Italia è un Paese che produce
caste; e queste caste sono tanto ottuse da autoalimentarsi, ostentando il proprio essere casta e guai a chi le tocca. Non diversamente da quanto accade nella
magistratura, dove i magistrati - un’altra casta - battono i piedi perché non vogliono perdere privilegi. Basta uscire dall’Italia per constatare che, nella maggior parte dei Paesi in cui la libertà è davvero garantita, non esistono né
Ordini dei giornalisti né
testate registrate. L’attività professionale è sorretta da un
codice deontologico che chi intende fare informazione deve rispettare davvero, non come in Italia, dove l’Ordine protegge coloro che ritiene di dover coprire. I giornali, poi, sono registrati come siti di informazione e in alcuni Paesi devono essere iscritti a Registri della Stampa (soprattutto i cartacei); ma quell’iscrizione non è subordinata a pagamenti o a appartenenze. In altri Paesi, ancora più liberi, non c’è bisogno di alcuna iscrizione. E i livelli della stampa sono ben superiori a quelli italiani che godono di una pessima fama a livello internazionale.
Insomma, non prendiamoci in giro: quando mi trovo a meeting di giornalisti a
Londra o a
Washington e presento il mio tesserino da giornalista, godo di una credibilità e di un rispetto; quando lo presenta qualche collega italiano, lo guardano e gli ridono in faccia. Perché? Perché il
giornalismo italiano non ha credibilità. All’estero si conosce il sistema e la stima, già per questo, manca; poi si osservano i risultati. L’Italia ha una delle leggi peggiori sulla stampa, e i casi di
diffamazione sono altissimi. E, di norma, i diffamatori (con tanto di tesserino) restano impuniti: chissà come mai. Nei Paesi in cui la legge sulla stampa tutela meglio i diritti, la stampa non scrive “per
sentito dire”, non diffama, e i casi che finiscono in tribunale o in arbitrati sono molto più rari. Come mai?

Analizziamo l’ordinanza (alla luce di leggi serie)
«Il resistente non è iscritto all’albo professionale dei giornalisti… tali fatti… paiono sufficienti per escludere fondatamente che i medesimi contenuti godano delle garanzie poste dalla Costituzione a presidio della stampa». E ancora: per invocare la tutela “della stampa” avrebbe dovuto dimostrare di essere «caratterizzato da una testata… con un direttore responsabile… un editore registrato… finalizzata all’attività professionale di informazione… da parte di soggetti professionalmente qualificati». Sono passaggi dell’ordinanza del Tribunale di Milano (procedimento cautelare ex art. 700 c.p.c.) che, al di là di Corona, pongono una questione di sistema: l’idea che l’accesso alle garanzie della libertà di informazione dipenda dalla forma organizzativa (testata registrata) o dallo status (iscrizione all’Ordine).
Qui il punto non è “difendere Corona”. Il punto è verificare se un giudice possa costruire, per via interpretativa, un perimetro nel quale la libertà di informare e le relative tutele si attivano solo a certe condizioni “corporative” o “registrali”. Sotto il profilo della Convenzione EDU (art. 10 CEDU), quel ragionamento è giuridicamente fragile: la libertà di espressione e di ricevere/diffondere informazioni è riconosciuta a “chiunque”, non a una categoria abilitata. La Corte di Strasburgo valuta la funzione svolta (informare il pubblico, contribuire al dibattito di interesse generale) e la proporzionalità delle restrizioni, non il possesso di un tesserino o l’etichetta formale di “testata”. Se uno Stato potesse condizionare le tutele dell’informazione a registrazioni e appartenenze, l’effetto sarebbe un potere di gatekeeping incompatibile con lo standard convenzionale: la restrizione deve essere prevista dalla legge, perseguire uno scopo legittimo (ad esempio tutela della reputazione) e risultare “necessaria in una società democratica”, quindi proporzionata e con garanzie adeguate. C’è anche un equivoco tecnico da sciogliere, perché viene spesso confuso: le “garanzie della stampa” in senso stretto (art. 21 Cost. e disciplina del sequestro della stampa) e la più ampia libertà di manifestazione del pensiero/informazione. La giurisprudenza italiana discute da anni quando un prodotto editoriale online possa essere trattato, per certe conseguenze, come “stampa” e quando no. Ma da qui a trasformare l’assenza di testata registrata o di iscrizione all’Ordine in un argomento che degrada la protezione della libertà di informazione c’è un salto logico che espone l’ordinanza a critiche convenzionali: l’art. 10 CEDU protegge anche forme di informazione non istituzionalizzate (blog, newsletter, canali digitali), proprio perché il dibattito pubblico non passa più soltanto dalle redazioni tradizionali.
Il secondo profilo, ancora più problematico, è la misura “materiale” imposta dal giudice civile: l’ordine di depositare «entro il secondo giorno… tutti i supporti fisici in suo possesso che contengono i documenti, le immagini e i video… nonché… tutti i materiali suscettibili di danneggiare… il diritto… alla reputazione, all’immagine e alla riservatezza».
Un provvedimento civile che impone la consegna indiscriminata di supporti e dispositivi (telefoni, computer, hard disk, archivi) assomiglia, per effetti, a una perquisizione/sequestro generalizzato. Nel processo penale misure di questo tipo vivono dentro un recinto di garanzie (tipicità, motivazione stringente, pertinenza, controllo, catena di custodia, tutela di terzi e limiti all’acquisizione di dati estranei). Nel processo civile esistono strumenti come l’ordine di esibizione o l’acquisizione mirata di documenti, ma la logica è quella della determinatezza e della “non esplorazione”: non si consegna “tutto” per vedere poi cosa c’è dentro. Quando l’ordine diventa onnicomprensivo (“tutti i materiali suscettibili di danneggiare”), il rischio è duplice: una compressione sproporzionata dei diritti dell’ingiunto e una lesione dei diritti di terzi (corrispondenze, dati personali, contenuti irrilevanti), con un effetto raggelante (“chilling effect”) su qualunque attività informativa e di raccolta di fonti.
Letta in chiave CEDU, una misura così invasiva chiama in causa insieme art. 10 (libertà di informazione) e art. 8 (vita privata e corrispondenza). La Corte EDU è particolarmente severa quando lo Stato, anche indirettamente, ottiene accesso a archivi e comunicazioni in modo ampio e non selettivo: la necessità e la proporzionalità devono essere dimostrate, e la misura deve essere ritagliata sullo scopo (perimetro chiaro, criteri di pertinenza, minimizzazione, protezione dei dati estranei, garanzie di segretezza e controllo indipendente). Un ordine “massivo”, imposto in sede civile e in tempi strettissimi, è esposto alla contestazione di eccesso e indeterminatezza.
Resta un fatto: la diffamazione e la lesione di reputazione/riservatezza sono interessi legittimi e tutelabili, e l’ordinamento conosce strumenti urgenti anche con funzione preventiva. Il discrimine sta nella misura. La rimozione di contenuti specificamente individuati, un divieto circoscritto a determinati materiali già noti, l’adozione di cautele tecniche mirate hanno una logica di tutela. Un divieto ampio su “qualunque ulteriore contenuto” e, soprattutto, la pretesa di acquisire o immobilizzare “tutti i supporti” spostano l’asse verso un controllo preventivo e invasivo che, in una democrazia, richiede soglie di garanzia molto più alte di quelle evocate nell’ordinanza.
Un Paese senza futuro
Del resto, l’Italia è un Paese di mafia e caste. E basta guardarla senza ipocrisie: è anche il Paese dove trovi più burocrazia di qualunque altro, ma resta quello in cui la corruzione è strutturale, endemica, quasi “normale”. Il paradosso è sempre lo stesso: ripetono che la burocrazia serva a “prevenire” la corruzione, e invece spesso finisce per diventare il suo carburante. Dove le procedure sono più snelle, dove le regole sono più chiare e tracciabili, il livello di corruzione tende a essere più basso. In Italia, al contrario, l’ingranaggio si inceppa e qualcuno ci guadagna: il labirinto non è un incidente, è un modello. Prendi Uber: ha avuto non pochi problemi a mettere piede in Italia e ancora oggi si scontra con la casta dei tassisti, notoriamente una delle più aggressive nella difesa dei propri privilegi e, diciamolo, con una reputazione consolidata di evasione fiscale seriale. La battaglia non è solo sul servizio, è sul controllo. Uber, per chi viaggia, è una forma di normalità: chiarezza, tempestività, semplicità d’uso, tracciabilità, regole leggibili. Io viaggio spesso e all’estero è la salvezza quando devi spostarti velocemente. Ma qui la risposta è sempre la stessa, come un catechismo corporativo: «Eh no, non puoi». Non puoi perché non hai il “tesserino da tassista”. Non puoi perché non sei dentro l’“albo dei tassisti”, non sei dentro l’ordine, non sei dentro la categoria. In sostanza: non puoi perché non appartieni alla piccola casta. Ed è qui che l’assurdo diventa sistema. Quella licenza costa una quantità di soldi assurda: non è solo un titolo abilitativo, è una barriera economica che trasforma un servizio pubblico in rendita privata. E così l’Italia resta il Paese delle caste, dove l’accesso non dipende dal merito o dalla qualità del servizio, ma dall’aver pagato il pedaggio, dall’essere entrato nel recinto giusto, dal possedere il timbro giusto. La cosa più grave, però, è il rovesciamento della funzione delle istituzioni. In molti Paesi la magistratura è servita negli anni a scardinare i sistemi corrotti, a colpire le rendite, a rompere i sistemi obsoleti. In Italia, troppo spesso, il problema è che succede l’opposto: la magistratura è parte integrante dello stesso ecosistema, corrotta come il sistema politico e sociale, se non peggio. E quando le caste si proteggono a vicenda, la burocrazia diventa l’arma, non la cura: non riduce la corruzione, la organizza.
M.P.
Silere non possum