Convegno sulla formazione sacerdotale. Ravasi: «La Chiesa è in uscita dal Tempio»



The International Conference for Priestly Formation will take place in Rome from 6 to 10 February 2024.





Si sta svolgendo a Roma il Convegno internazionale sulla formazione sacerdotale organizzato dal Dicastero per il Clero. Nella giornata odierna, mercoledì 7 febbraio 2024, si è dedicato spazio ad alcuni interventi che riguardano la formazione integrale e la dimensione umana, affettiva, spirituale, intellettuale e pastorale.

Si tratta di un tema particolarmente importante del quale Silere non possum ha parlato molto spesso. La formazione sacerdotale, iniziale e permanente, deve guardare al presbitero come uomo, prima ancora che “chiamato”. Solo in questo modo adempiremo al comando di Gesù preoccupandoci sinceramente della felicità del sacerdote e del popolo di Dio che si ritrova ad avere pastori consapevoli, contenti e appagati.

Il primo intervento della mattina è stato quello di S.E.R. il Sig. Cardinale Gianfranco Ravasi, presidente emerito del Pontificio consiglio della cultura, il quale ha accompagnato i presenti in un percorso “un po’ curioso” – lo ha definito – perchè si è concentrato sul «corpo di Cristo, il corpo fisico di Cristo, tenendo presente che l’elemento centrale del cristianesimo è riassunto in quella frase folgorante del prologo di Giovanni, capitolo primo versetto 14: “Καὶ ὁ λόγος σὰρξ ἐγένετο καὶ ἐσκήνωσεν ἐν ἡμῖν, καὶ ἐθεασάμεθα τὴν δόξαν αὐτοῦ, δόξαν ὡς μονογενοῦς παρὰ πατρός, πλήρης χάριτος καὶ ἀληθείας·”».

Offriamo l’intervento integrale di seguito.

S.L.

Silere non possum 




Card. Gianfranco Ravasi: Uomini del Vangelo: discepoli missionari



Io vorrei iniziare questa riflessione semplice che faccio con voi, attorno a questo tema, dall’orizzonte molto vasto: “uomini del Vangelo oggi, discepoli missionari”.

Facendo entrare in scena la voce di Paolo che ci indica, forse, il percorso.

Paolo per due volte ai cristiani di Corinto e ai cristiani di Tessalonica, usa sostanzialmente la stessa espressione: “siate miei imitatori come anche io lo sono di Cristo, divenite imitatori nostri e del Signore, così da essere un modello per tutti quelli che credono”.

C’è questa parola greca, imitatori, sono coloro che hanno una strada davanti a sé, un orizzonte e una figura. Ecco, io vorrei proprio, data la vastità del tema, vorrei proporvi un percorso un po’ curioso. Cioè partirò dal corpo di Cristo, il corpo fisico di Cristo, tenendo presente che l’elemento centrale del cristianesimo è riassunto in quella frase folgorante del prologo di Giovanni, capitolo primo versetto 14, quando si dichiara che il logos, eterno, infinito, creatore, diviene σὰρξ che è storia, corporeità, esistenza concreta e allora vorrei proporre a voi quattro organi del corpo di Cristo.  Ve li elenco in apertura e poi li sviluppiamo per allusione, quasi, cioè la bocca, le mani, i piedi e gli occhi.

Comincio subito con la bocca.

Gesù, aperta la bocca, “insegnava dicendo”, è questo l’avvio del discorso della montagna secondo Matteo e qui c’è l’elenco dei profeti. I quali sono, come dice la parola profeta, uomini della parola.

Esempio, Michea: “Dichiara la bocca del Signore ha parlato?”

E comincia così il suo messaggio. Se vogliamo possiamo a questo punto allora andare nell’interno della bocca, delle labbra di Cristo che parlano. È interessante vedere, io vi indicherò solo alcune caratteristiche di questo suo linguaggio.

Innanzitutto, abbiamo l’apertura stessa della sua missione pubblica a Cafarnao, con una frase di Marco molto suggestiva perché in poche righe per tre volte usa il verbo didaschei.

Gesù è maestro, Gesù insegna, non annuncia soltanto, insegna. “Entrato in sinagoga insegnava ed erano impressionati dal suo insegnamento perché insegnava loro come chi ha autorità e non come gli scribi”.

Dalla sua bocca effettivamente escono parole diverse. Parole che consolano e che inquietano, parole che perdonano ma che anche giudicano. Parole che convertono ma che provocano anche il rigetto, il rifiuto. Il cuore della sua predicazione è ben rappresentato dalla sua prima predica, esemplare anche perché è di una brevità assoluta. La si trova nel capitolo primo di Marco, al versetto 15. Ed è veramente suggestiva questa predica perché riesce, in quattro frasi, a riassumere le due dimensioni fondamentali che dovrebbero essere alla base del nostro annuncio e insegnamento. La dimensione teologica, divina e la dimensione antropologica. Infatti, comincia io non lo commento perché è un testo, peraltro, molto arduo per il contenuto e la stessa traduzione.

Inizia con l’azione divina: “il tempo è giunto a pienezza”.  Non compiuto, è giunto a pienezza.

Secondo, il Regno di Dio si è fatto vicino. Vedete, due elementi, la storia della salvezza e il Regno di Dio, che è il cuore della sua predicazione. Io non sto a spiegare ora tutti i colori, tutte le sfumature che ha questo concetto. D’altro lato, ecco la risposta umana.

“Convertitevi”, (metanoeite) e credete sul Vangelo, credete basandovi sul Vangelo.

Si delinea così, l’impegno del discepolo ad essere uomo della Parola nella sua sostanza teologica.

Senza disperdersi in divagazioni moralistiche o secondarie.

Un’altra nota della sua bocca. Cristo insegna anche a noi la modalità dell’annuncio, secondo una comunicazione che sia viva, efficace, tant’è vero che molti, dopo averlo ascoltato, esclamano: “maestro, hai parlato bene” e non osano più dirgli niente.

La sua predicazione non era come quella, e adesso lo vediamo subito, che purtroppo scopriamo tante volte nell’interno delle nostre assemblee in cui il predicatore, l’annunciatore, parla sopra le teste con un’astrazione o comunque con un linguaggio che non passa attraverso la corporeità.

Un esegeta ha detto persino che lui, paradossalmente, partiva sempre da quei piedi da cui dopo parleremo, dai piedi che camminavano lungo le strade della storia. Basti pensare l’orizzonte che lui presenta nella sua predicazione, terreni aridi, semi, seminatori, messi, erbacce, vigne, fichi, pecore, pastori, pesci, uccelli, si interessa persino di uno scorpione, venti caldi, venti freddi, piogge, arsure. Vedete? Le Sue parole sono nella quotidianità, incidono. E anzi, le sue parole entrano persino nelle piazze coi bambini che giocano, entrano nelle stanze con le donne casalinghe, i figli difficili, nella società coi lavoratori a giornata, coi debitori, coi creditori, coi ricchi egoisti e i poveri affamati, con i magistrati inerti, le vedove indifese ma coraggiose, i portieri, i servi, mense coi cibi, le prostitute, gli amministratori corrotti e così via.

Le sue 35 o 72 parabole, secondo il calcolo diverso, sono un modello di comunicazione viva e incisiva, sostenuta, soprattutto nella cultura contemporanea, dalle immagini, dalla narrazione, dai simboli. Noi viviamo in una cultura che è fondamentalmente legata alla visione, all’immagine, tuttavia, egli sa anche costruire i grandi discorsi. Sa anche presentare un modello globale di comunicazione, pensiamo ai 5 interventi che reggono, come tutti sanno, il Vangelo di Matteo. Accanto a questo è capace anche anche di costruire quelle che noi esegeti abbiamo chiamato i lodia, cioè i detti, di forte impatto. Sono molto simili, guardate adesso la cosa può sembrare un po’ scandalosa o eccessivo, ma sono molto simili i tweet (X). Pensate:“Rendete a Cesare quel che è di Cesare, rendete a Dio quel che è di Dio”. In greco, dei Vangeli sono 53 caratteri. E pensate quanto si è discusso attorno alla distinzione, alla questione della distinzione tra fede e politica, talora anche degenerando quelle parole.

Ancora, c’è un ultimo elemento che vorrei ricordare per la sua bocca, che è l’elemento anch’esso significativo ed è, noi dobbiamo essere imitatori anche in questo, Gesù si trova di fronte al rigetto, al rifiuto. La Parola Sua è una parola che inquieta. Inquieta il Potere, ad esempio. Anche gli ascoltatori. Ed è per questo motivo che c’è la tentazione di arrestarlo. E per me un episodio molto suggestivo è quello che c’è nel capitolo settimo del Vangelo di Giovanni, di cui poco si parla. Alcuni, sono i sacerdoti e i farisei, volevano arrestare Gesù ma le guardie tornarono dai capi dei sacerdoti e dei farisei, i quali dissero: “Ma perché non ce lo avete condotto qui?” e le guardie risposero, persone semplici poliziotti, “Mai un uomo ha parlato così”.

La Parola di Dio non può essere arrestata, non può essere silenziata, continua a risuonare anche quando il discepolo, come il Battista, ha il capo tagliato. È martire.

Don Primo Mazzolari diceva che “la testa del Battista parla più forte da quando è sul vassoio più che non quando era sul collo”.

Secondo: le mani di Cristo.

Il racconto del ministero pubblico di Gesù secondo il Vangelo di Marco (esclusa la Passione) è occupato, pensate un po’, per il 47% di narrazioni di guarigione, di miracoli.

Le mani di Gesù si stendono spesso per toccare organi paralizzati, corpi devastati o inerti, a curare piaghe andando contro le stesse leggi sacrali. Vedete, la cura anche di quelli che sono ricettati dalla società, pensate il lebbroso.

Lo scomunicato per eccellenza, non solo il malato infettivo a causa di un peccato misterioso… Ebbene, è interessante vedere la sottolineatura che fa Marco quando raccontano questa guarigione, Gesù non solo viola Levitico 13, il quale diceva di stare lontano, doveva gridare: “Immondo immondo”. No, Gesù si avvicina, si mette sulla sua strada, “mosso a compassione stese la mano, lo toccò”.

Questo è fondamentale, assume su di sé l’infezione. È la scomunica. E gli disse: “Io lo voglio, guarisci”.

Il miracolo di Gesù perciò, vedete, non è un atto di prestigio o di magia, non è un atto di taumaturgia spettacolare, come spesso accade in certi movimenti spirituali alla luce della ribalta, delle televisioni, è un atto di fede, di amore, di condivisione della sofferenza, è un atto di speranza, di incontro personale ed è per questo che lo compie in disparte, spesso dalla folla, imponendo il silenzio non rispettato.

E anche noi dobbiamo. Guardate Marco sei: “Partiti i discepoli, predicavano di convertirsi (la bocca) e cacciavano molti demoni e ungevano di olio molti infermi e li guarivano”.

Naturalmente la salvezza offerta non è soltanto quella corporale, lo sappiamo. Gli incontri dell’anima sono tantissimi, c’è quella lunga sfilata nei Vangeli di persone, per fortuna, che ancora affollano tante volte le nostre parrocchie, le nostre chiese: pubblicani, prostitute, peccatori, posseduti da Satana, infelici vari che accorrono a lui.

Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati, eccetera. “Andate e imparate ciò che significa misericordia io voglio e non sacrifici”. “Io non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” dice Gesù dopo aver incontrato Matteo.

E qui c’è, e concludo questo secondo aspetto delle mani, c’è il cuore del messaggio morale cristiano, operativo: l’amore. E vedete anche, interessante io lo lascio solo alla vostra considerazione, la variazione dell’equazione. Infatti, nella legge Cristo l’accoglie, lo dice il primo comandamento. Da Levitico: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. È un atto altissimo questo.

Ma Gesù, l’ultima sera della sua vita terrena, quando sale lassù al piano superiore di quella casa di Gerusalemme, al cenacolo, che cosa dice? Giovanni 15: “Questo è il mio comandamento, che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” e “nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i suoi amici”. Vedete che si va oltre il “come sé stesso”. Questo tipo lo comprendono, per esempio le madri. Se una madre con un bambino sta per annegare tenta di salvare prima il bambino che se stessa, a differenza di noi, che siamo tentati per quella equazione di prima.

Ed è per questo che poi l’inizio della passione è posto sotto l’insegna dell’amore, “avendo amato i suoi”.

Terzo: i piedi di Cristo.

Voi tutti ricordate la frase famosa di Isaia: “come sono belli sui monti i piedi del Messaggero che annuncia la pace, del Messaggero della buona novella che annuncia la salvezza, che dice: “A Sion regna il tuo Dio”. Ecco, è il ritratto del missionario che si avvia per le strade del mondo annunciando il Regno di Dio.

Ecco, allora di piede: Gesù è in costante viaggio.

Gesù è fuori dal tempio, non ha neppure una residenza fissa, non ha neppure il guanciale dove porre il capo. È un nomade, fondamentalmente. Un predicatore ambulante è stato detto.

Ed è suggestivo il Vangelo di Luca. 10 capitoli interi, quelli centrali, 40% del Vangelo. È tutto una descrizione di un viaggio, il viaggio dalla Galilea a Gerusalemme, al Calvario, all’Ascensione che è l’ultimo viaggio verso l’eterno e l’infinito.

Ecco, il discepolo deve seguire il suo Maestro anche lungo le vie sassose della storia e qui io rimando voi al discorso missionario. Il capitolo decimo, nel titolo del mio intervento c’è proprio l’esplicito riferimento ai discepoli missionari, e qui io vi leggo soltanto un paragrafo che serve per spiegare questo tema del piede di Gesù, dei passi di Gesù, rivolto a noi, Luca 10:

«Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada.  In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l’operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino».

Ecco, questo è il suo testamento finale, quello che ci ha lasciato il risorto su quel Monte di Galilea ancora chiaro: “andate e fate discepoli tutti i popoli” e naturalmente aggiunge il battesimo, quindi l’impegno pastorale del battesimo nella liturgia, mentre Marco aggiunge anche quello sempre della liberazione dal male satanico. Concludo questa del piede, dei piedi di Gesù con una curiosità a cui forse non avete badato. La prima lettera di Pietro definisce la Chiesa come Paroikia. Vi ricordate, capitolo primo versetto 17 e due, versetto 12. Ed è diventata la nostra parrocchia che ai nostri occhi è quanto di più sicuro, stabile. Beh, ma in greco sapete cosa vuol dire letteralmente? Fuori casa.

E quindi la famosa chiesa in uscita di cui parla Papa Francesco. La Chiesa è in uscita dal tempio, dove pure celebra, dove pure si ritrova, ove pure è raccolta per celebrare l’Eucaristia.

E finisco con gli occhi di Cristo.

Prima di dirvi qual è il tema vorrei soltanto leggere due frasi, dirvi due frasi che conoscete bene.

“Gesù alzati gli occhi al cielo, disse la benedizione”

“Gesù, alzati gli occhi al cielo, pregò così”e segue la preghiera cosiddetta sacerdotale del capitolo diciassettesimo di Giovanni. Alzare gli occhi al cielo è la preghiera. Il Cristo orante è quindi colui che guarda con gli occhi verso l’infinito nella contemplazione della preghiera.

E qui è soprattutto Luca, come sapete, a dipingere questo ritratto nelle svolte decisive della sua vita, Gesù si ritira in preghiera e in dialogo con il Padre. Lo fa: dopo il battesimo al Giordano, nel mezzo del primo entusiasmo della forma, prima della scelta dei dodici, prima della professione di Pietro, al momento del solenne momento della Trasfigurazione, prima di insegnare ai discepoli la preghiera, il padre, come dice Luca Abbà, non padre nostro ma padre. Traduzione, forse dell’aramaico abbà. E soprattutto c’è quella scena finale, oltre averci esortato a pregare sempre, senza stancarsi. Questi sono tutte espressioni, elementi che sono in Luca, l’evangelista della preghiera, è il Getsemani la scena più importante incorniciata, se la leggerete, dalla duplice frase di apertura e chiusura: “pregate per non entrare in tentazione”.

E Gesù chiude la sua vita terrena, pregando. Voi tutti ricordate, e queste sono due preghiere contraddittorie che esprimono bene le due dimensioni: l’esistenza umana, Cristo è veramente nostro fratello, morendo, la morte è la nostra carta d’identità, non di Dio.

Ebbene, in quel momento da un lato c’è la desolazione estrema, la paura, il silenzio del Padre “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Ma dall’altra parte c’è anche l’abbandono della fiducia.

Ed ecco allora: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”

Bocca, mani, piedi, occhi. Parola, amore, missione, preghiera. Quattro tra i tanti elementi possibili.

E lascio ora la parola conclusiva a Paolo, come agli inizi fatto a lui, scrive ai cristiani di Roma.

“Vi esorto fratelli – questa frase la conoscete tutti per un punto preciso che non commento ma che tutti voi conoscete bene – per la misericordia di Dio offrite i vostri corpi come sacrificio vero, vivente, santo gradito a Dio, è questo il nostro vero culto spirituale.


Articolo pubblicato il 7 febbraio 2024



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