Roma - Diverse abbazie premostratensi d'Europa sono destinate a scomparire nei prossimi anni. Lo sostiene il Reverendo Jos Wouters, abate generale dell'Ordine dei canonici regolari premonstratensi, in un'intervista rilasciata tempo fa. Tra le comunità in difficoltà figura anche l'abbazia di Berne, nei Paesi Bassi, il monastero più antico tuttora attivo nel Paese. «Le abbazie attirano persone ai margini della società», afferma il religioso fiammingo.
Wouters, 67 anni, originario di Wilrijk, guida dal 2018 l'Ordine fondato nel 1121 da san Norberto di Xanten: 38 abbazie sparse nei cinque continenti, riunite sotto un generalato che ha sede a Roma. Prima di essere eletto superiore generale al Capitolo di Rolduc, era stato per dieci anni abate di Averbode, in Belgio. Nel corso del colloquio, l'abate generale conferma che un clima di paura e insicurezza attraversa non soltanto Berne, ma settori più ampi dell'Ordine. «Nel nostro Ordine vi sono diversi problemi estremamente profondi, che devono essere indicati in modo chiaro e aperto», dichiara. Le comunità premostratensi, spiega Wouters, registrano ingressi sempre più rari. E quando qualche candidato bussa alla porta di un'abbazia, si tratta a suo giudizio sempre più spesso di persone con fragilità psicologiche. «Spinte da un istinto di sopravvivenza, le abbazie accolgono queste persone, nonostante siano del tutto inadatte», osserva.
È una constatazione amara, ma necessaria: oggi molte realtà della Chiesa cattolica, non soltanto le abbazie, sono diventate il rifugio di persone profondamente problematiche. Parrocchie e comunità accolgono chiunque, ma troppo spesso rinunciano a educare, correggere e accompagnare seriamente chi avrebbe bisogno di un autentico percorso di guarigione e di responsabilizzazione.
Le conseguenze sono devastanti anche per la sopravvivenza stessa di queste realtà. Le persone dotate di carismi, capacità e autentico spirito di servizio si stancano, si allontanano e cercano altrove ambienti più sani, perché non intendono consumare la propria vita in comunità dominate dal disordine, dal ricatto emotivo e dall’assenza di governo. A forza di tollerare ogni comportamento in nome di un’accoglienza fraintesa, le persone più problematiche finiscono spesso per occupare gli spazi decisionali, imporre le proprie dinamiche e dettare la linea. A quel punto si produce un rovesciamento grottesco: chi conserva equilibrio, lucidità e senso di responsabilità viene indicato come il problema, mentre chi ha reso invivibile la comunità pretende di stabilire chi sia sano e chi no.
Nella lettura di Wouters, la Chiesa occupa ormai una posizione periferica nella società, e proprio per questo diventa calamita per chi vive ai margini. «Attira persone che si trovano esse stesse ai margini della società», afferma. L'Ordine, aggiunge l'abate generale, non dispone degli strumenti per offrire una formazione solida a chi porta con sé «un pesante bagaglio personale». «Le comunità sono troppo piccole. Sarebbe quindi necessaria una collaborazione tra le abbazie. Ma da noi questo non è affatto scontato».

Per Wouters, le difficoltà culturali che attraversano molti monasteri hanno radice anche nel modo in cui alcuni religiosi vivono la propria fede, trasformata in compenso per una fragilità intima. La religiosità, spiega, permette di mascherare la propria «debolezza interiore attraverso un forte atteggiamento di potere». Ricorre a un'immagine tratta dal mondo animale: «La religione funziona allora come un esoscheletro, come nel caso di un'aragosta, che non possiede uno scheletro interno: all'esterno è dura, per nascondere la debolezza che si trova all'interno».
Da questa dinamica nasce, secondo l'abate generale, la tendenza di alcuni membri delle comunità a ritenere di dover «difendere le proprie concezioni religiose o liturgiche, oppure persino imporle agli altri»: un atteggiamento che avvelena il clima interno alle abbazie. «Le persone che fanno parte di una comunità diventano avversarie e una normale convivenza amichevole, cameratesca e fraterna diventa quasi impossibile», racconta.
Wouters giudica insufficienti anche le norme interne pensate per prevenire gli abusi. Le raccomandazioni formulate al termine delle visite canoniche ai monasteri, denuncia, restano spesso lettera morta. «A quel punto ho davvero l'impressione che queste comunità finiscano per distruggersi da sole», dice. Il suo margine d'intervento resta tuttavia ristretto: tra i premostratensi ogni abbazia gode di un'ampia autonomia, e le possibilità d'azione dell'abate generale sono, nelle sue parole, «molto limitate».
Una catastrofe
Wouters riconosce che tale autonomia «ha ormai raggiunto i propri limiti». Si attende che il prossimo Capitolo generale dell'Ordine, l'assemblea di tutte le abbazie prevista nel 2030, affronti finalmente queste questioni urgenti.
Sul tavolo non ci sarà soltanto il numero minimo di membri che una comunità abbaziale dovrebbe contare, ma anche l'esigenza di un maggiore accompagnamento, controllo e sostegno da parte di soggetti esterni all'Ordine.
Nel corso del colloquio emerge con chiarezza la frustrazione di Wouters per i limiti imposti alla trasparenza. «Vorrei poter dire di più; sarebbe per me un enorme sollievo. Ma desidero preservare il mio margine d'azione. Siamo soltanto esseri umani, ma la maggior parte di noi non è disposta ad ammetterlo. E questa è una catastrofe», conclude.
p.D.R.
Silere non possum



