Nelle ore successive alla Santa Messa presieduta da papa Leone XIV sabato scorso sulla spiaggia del porto di Rimini, davanti a circa 40mila fedeli, nei consueti ambienti tradizionalisti-disadattati ha cominciato a circolare sui social la solita campagna di critiche. Ambienti popolati da personaggi imbarazzanti, con alle spalle vite molto tristi, che pretendono di impartire lezioni agli altri quando, nelle loro stesse case e nelle loro vicende personali, custodiscono storie che sarebbe persino troppo facile utilizzare per sbugiardarli.
Questa volta nel mirino sono finiti lo stesso Pontefice, l’arcivescovo Diego Ravelli, che in qualità di maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie ha curato la liturgia, e il vescovo di Rimini, Nicolò Anselmi, che l’ha ospitata nella propria diocesi. Quest’ultimo, ovviamente, con la solita retorica dell’essere “pro LGBTQ+”. Un’accusa di quelle che fanno tremare, o forse sarebbe meglio dire vibrare, le “anime” di questi personaggi.
Il motivo di tutta questa isteria? Alcuni giovani in costume da bagno si sono accostati alla comunione. Uno scandalo!
Il registro dei commenti circolati in queste ore è quello del piccolo scandalo estetico, capace di scuotere le coscienze di chi si scandalizza per un po’ di carne vista nella vita reale, pur essendo evidentemente abituato a cercarla altrove. Si è parlato, con toni sprezzanti, di «comunione in salsa balneare», di decoro liturgico compromesso da un costume da bagno, di torsi nudi da coprire prima ancora di domandarsi chi fossero le persone che si stavano accostando all’altare.
Un presule, leggendo le solite invettive rovesciate sui consueti psico-blog, ha osservato: «Fortunato Gesù Cristo. Se fossero vissuti ai suoi tempi, altro che crocifissione: questi lo avrebbero preso a sassate già sulle rive del lago di Tiberiade, quando, appena risorto, accese un fuoco, arrostì il pesce appena pescato e spezzò il pane con un gruppo di uomini reduci da un’intera notte trascorsa in barca. Sicuramente erano tutti vestiti in giacca, cravatta, papillon, baffetto e anche orologio da taschino che era già desueto ai tempi».
Purtroppo, ancora una volta, viene da domandarsi da dove nasca tanta ossessione per il controllo e la condanna della vita altrui. È una pratica ricorrente in questi ambienti, al punto che sui social non mancano gli interventi di persone del tutto estranee alla Chiesa cattolica che osservano questo mondo avvelenato e si chiedono come sia possibile conciliare il Vangelo - e, in alcuni casi, persino l’ordinazione presbiterale - con un simile modo di vivere e di giudicare gli altri.
Perché ciò che viene riversato quotidianamente sui social difficilmente può essere liquidato come una semplice posa digitale: è piuttosto l’espressione pubblica di un atteggiamento che, con ogni evidenza, appartiene già alla vita privata di chi lo manifesta.



