I vescovi delle diocesi del Veneto, del Trentino-Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia hanno reso pubblica venerdì 11 settembre una dichiarazione comune sulla legge regionale veneta che regola il suicidio medicalmente assistito. Il testo è stato approvato all'unanimità al termine della riunione della Conferenza episcopale Triveneto (Cet), tenuta il 10 e l'11 settembre a Bibione, nella Residenza Santo Stefano della diocesi di Concordia-Pordenone. Lo firmano quattordici vescovi, a partire dal patriarca di Venezia Francesco Moraglia, che presiede la Cet, e Simone Zocca, amministratore diocesano di Chioggia, sede al momento priva di vescovo.
La legge è quella di iniziativa popolare «Liberi subito», scritta dall'Associazione Luca Coscioni e intitolata «Procedure e tempi per l'assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito». Il Consiglio regionale l'ha approvata il 2 settembre con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astenuti: a favore la Lega con Luca Zaia e il presidente Alberto Stefani, un consigliere di Forza Italia e tutte le opposizioni; contrari i nove consiglieri di Fratelli d'Italia, due leghisti e i rappresentanti di Futuro Nazionale e Resistere Veneto. Nel gennaio 2024 lo stesso testo era stato bocciato per un voto. Il Veneto è la quarta Regione con una legge di questo tipo, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, e la prima guidata dal centrodestra.
I vescovi partono dalla sanità pubblica prima che dalla vita. La dichiarazione si apre chiedendo «quale sia la funzione della sanità pubblica in una società che si definisce civile» e su questo costruisce il suo argomento principale. Organizzare il suicidio assistito «attraverso le strutture del Servizio Sanitario Nazionale in Regione» produce, scrivono, «un oggettivo salto qualitativo che trasforma l'eccezione in una prestazione». L'eccezione è quella ritagliata dalla Corte costituzionale con la sentenza 242 del 2019, che ha reso non punibile l'aiuto al suicidio in presenza di requisiti precisi; la prestazione è ciò che la legge veneta mette in piedi, con commissioni multidisciplinari nelle aziende sanitarie e un comitato bioetico regionale chiamati a verificare le richieste entro tempi fissati.
Il secondo argomento tocca le cure palliative. Un sistema che offre la morte assistita, sostengono i vescovi, spinge la cultura sanitaria «verso una progressiva estenuazione dell'etica della cura e della prossimità» e trascura quello che già garantiscono la terapia del dolore, la medicina palliativa e l'assistenza domiciliare. Il malato, aggiungono, nel tempo del dolore chiede prima di tutto vicinanza e non ha bisogno «dietro argomentazioni in apparenza pietose» di chi lo convinca a chiedere di congedarsi. Chi ha parlato di «conquista di civiltà» viene corretto: conquista di civiltà è la cura che allevia la sofferenza, «anche quando questi sembra arrendersi». 
Il registro scelto è quello del magistero, con due precisazioni messe a bilanciare il resto: la Chiesa «rigetta ogni forma di accanimento terapeutico» e invita a discutere del fine vita «al di fuori di ogni prospettiva ideologica».
Il documento richiama la Nota che la stessa Cet aveva pubblicato nel 2023 e si dichiara in comunione con la Conferenza episcopale italiana e con i vescovi di Emilia-Romagna, Sardegna e Toscana, cioè delle tre Regioni dove una legge analoga è già in vigore. I presuli ribadiscono che «non può sussistere un “diritto a morire”, ma piuttosto quello di essere sempre curati e assistiti, sempre accompagnati e mai lasciati soli». La dignità della vita, aggiungono, è «tutelata anche dalla Costituzione», un rilievo che sposta la discussione sul piano su cui la legge veneta dovrà reggersi.
Perché la partita giuridica non è chiusa. Il governo ha impugnato davanti alla Corte costituzionale sia la legge toscana sia quella sarda. Con la sentenza 204 del 2025 sulla Toscana e con la 148 del 24 luglio 2026 sulla Sardegna, la Consulta ha salvato l'impianto delle due leggi, riconoscendo che l'organizzazione delle procedure rientra nella tutela della salute, materia di competenza concorrente, ma ha dichiarato illegittime le disposizioni con cui le Regioni ridefinivano per conto proprio i requisiti di accesso fissati dalle sue sentenze. Per il Veneto il governo ha sessanta giorni dalla pubblicazione sul Bollettino regionale per decidere se ricorrere; a oggi non è nota una decisione in questo senso.
Sullo sfondo resta l’assenza di una legge nazionale. Dal 2019 la Corte costituzionale ha sollecitato più volte il Parlamento a intervenire, da ultimo con la sentenza n. 152 del 2026, depositata lo stesso giorno della decisione sulla Sardegna. Al Senato, le commissioni Giustizia e Sanità hanno svolto audizioni fino a giugno su un testo che, però, non è ancora arrivato in Aula. In assenza di una disciplina statale, sono così le Regioni a intervenire, con norme che riflettono orientamenti politici e culturali molto diversi tra loro.



