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Alessandria. In Vaticano credono di aver risolto il caso. In realtà ne hanno creato uno gigante
Città Del Vaticano11 settembre 2026

Alessandria. In Vaticano credono di aver risolto il caso. In realtà ne hanno creato uno gigante

Guido Gallese lascia la diocesi a 64 anni dopo mesi di chiacchiericcio, dossier e una visita apostolica che non ha rilevato illeciti. A Roma pensano di aver chiuso la vicenda cambiando il vescovo, ma il problema riguarda ormai il metodo con cui vengono gestiti i pastori senza protezioni.

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Città del Vaticano - È diventata pubblica oggi una notizia che, purtroppo, circolava già da giorni tanto fra le mura leonine quanto ad Alessandria. La Santa Sede ha obbligato il vescovo Guido Gallese a lasciare il governo della diocesi, al termine della visita condotta dal cardinale Giuseppe Bertello. La rinuncia viene ora comunicata attraverso la consueta formula, levigata e melliflua, del linguaggio clericale: «Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Alessandria presentata da S.E. Mons. Guido Gallese e ha contestualmente nominato Amministratore Apostolico della medesima sede S.E. Mons. Luigi Testore, vescovo di Acqui».

Parole che, prese alla lettera, restituiscono l’immagine di un vescovo che avrebbe liberamente presentato la propria rinuncia e di un Papa che si sarebbe limitato ad accoglierla. Ma la realtà che precede quel comunicato è ben diversa. La formula, del resto, è la stessa utilizzata il 26 giugno 2019 per Francesco Cavina: «Il Santo Padre Francesco ha accettato la rinuncia al governo della diocesi di Carpi (Italia) presentata da S.E. Mons. Francesco Cavina. Il Papa ha nominato Amministratore Apostolico della diocesi di Carpi (Italia) S.E. Mons. Erio Castellucci, Arcivescovo Metropolita di Modena-Nonantola».

Anche allora il comunicato lasciava intendere una normale rinuncia. Anche allora, dietro quelle poche righe, c’era una vicenda ben più complessa. E oggi, ad Alessandria, la dinamica è sostanzialmente la stessa.

Roma vuole vescovi o marionette?

È proprio questo il punto che Roma continua ostinatamente a evitare. Un vescovo viene nominato per governare una Chiesa particolare, assumendosi davanti a Dio, ai sacerdoti e ai fedeli la responsabilità delle proprie decisioni. Ma se ogni scelta che scontenta qualcuno, ogni conflitto interno o ogni resistenza incontrata nell’esercizio del governo può trasformarsi in una chiamata a giornalisti o “agli amici in Vaticano” e dare vita ad una visita apostolica, un dossier e infine in una rinuncia “presentata” dopo che da Roma è arrivato il messaggio che bisogna andarsene, allora occorre chiedersi quale spazio reale rimanga all’autorità episcopale. Silere non possum ne ha parlato ampiamente nelle scorse settimane, e un motivo c’era.

La domanda, a questo punto, è inevitabile: Roma vuole vescovi capaci di governare oppure marionette chiamate a muoversi soltanto quando qualcuno tira i fili? Vuole pastori che assumano decisioni, anche impopolari, oppure bamboline da esporre finché non disturbano gli equilibri di laici dalla bocca larga, preti chiacchieroni e/o politici con interessi ben lontani dal bene delle anime?

Perché continuare a nascondere operazioni di questo genere dietro la formula dell’«accettazione della rinuncia» non rende il procedimento più elegante. Lo rende semplicemente meno trasparente. A firmare quell’atto, nel 2019, c’era Papa Francesco, che contro il vescovo Cavina ingaggiò una guerra tanto dura quanto immotivata. Cavina, ancora giovanissimo, rimase poi per anni senza alcun incarico. Oggi è cambiato il Papa, ma i meccanismi sembrano essere rimasti gli stessi. Gallese viene destinato a fare l'Assistente Ecclesiastico dell'Associazione Collegamento Nazionale Santuari (CNS). A sessantaquattro anni. Ed è forse questo l’aspetto più doloroso: questi vescovi non hanno fatto altro che esercitare il proprio governo secondo quanto prescrivono il diritto e la dottrina della Chiesa. Nessun illecito, nessuno scandalo, nessuna condotta incompatibile con il ministero episcopale. A emergere, ancora una volta, è piuttosto il consueto sottobosco di chiacchiere, risentimenti, vendette e lotte di potere: preti velenosi, spesso già avvelenati dalle proprie frustrazioni, e laici persino peggiori, pronti a trasformare ogni conflitto interno in un dossier da spedire a Roma pur di colpire chi governa.

La visita apostolica e il racconto costruito attorno a Gallese

Gallese è nato a Genova il 18 marzo 1962: ha 64 anni, undici in meno del limite fissato dal can. 401 §1, e reggeva Alessandria dal 25 novembre 2012, quando vi fece ingresso come vescovo più giovane d'Italia.

L'11 gennaio il cardinale Giuseppe Bertello, ottantatreenne, già presidente del Governatorato, è arrivato ad Alessandria come visitatore apostolico su mandato di Leone XIV. Nel giro di quarantotto ore la stampa e le televisioni hanno confezionato il personaggio: il «vescovo con la Tesla», il presule che pratica kitesurf in Sudamerica, l'ex convento dei cappuccini, il Collegio Santa Chiara. Nessun documento, nessun bilancio in rosso, nessuna denuncia. Su queste pagine abbiamo smontato quella narrazione pezzo per pezzo: l'auto elettrica acquistata usata e scelta per il costo di gestione su migliaia di chilometri annui, la stanza in Casa San Francesco accanto alla mensa dei poveri che ha triplicato gli ospiti, il collegio universitario restaurato con fondi ministeriali e di fondazioni. In otto mesi nessuno ha prodotto un solo atto che smentisca quella ricostruzione.

Poi, ad agosto, psicoblog e paginette di gossip hanno cominciato a pubblicare ciò che le solite rane dalla bocca larga, qui in Vaticano come altrove, avevano lasciato filtrare nonostante la riservatezza, tra un pranzo, una celebrazione e l’altra. È così che hanno iniziato a circolare anche le cose che il Nunzio Apostolico aveva cominciato a raccontare. Tenere Peña Parra a Via Po è un errore di cui qualcuno, qui in Vaticano, comprenderà la portata soltanto fra qualche anno. È già successo con la sua nomina qui dentro, accadrà anche al di là del Tevere e i vescovi italiani se ne stanno già accorgendo. Anche questa volta ne vedremo delle belle.

Quando il chiacchiericcio diventa una «grave causa»

Il diritto della Chiesa conosce perfettamente la differenza tra una rinuncia e una rimozione. Il can. 401 §2 prevede che il vescovo sia «vivamente pregato» di presentare la rinuncia quando, per infermità o per altra grave causa, risulti meno idoneo all’adempimento del proprio ufficio. Qui, però, questa grave causa non c’è.

Eppure, purtroppo, nella Chiesa ipocrita - quella che nei giorni scorsi un saggio liturgista ha descritto ricordando «il volto crudele che la chiesa sa assumere quando da madre diventa matrigna» - il meccanismo funziona spesso così: qualcuno parla male di te. Tu ti difendi, chiedi quali siano i fatti, fai notare che non esistono prove e che le accuse sono chiacchiere. La risposta diventa allora: «Sì, è vero, prove non ce ne sono. Però, se questo è il clima, come puoi pensare di continuare a fare il vescovo?».

Ed è qui che il cortocircuito diventa evidente. Non si va a cercare chi diffama, chi alimenta campagne, chi costruisce dossier sul nulla. Non si chiede conto a chi avvelena il clima. Si chiede al vescovo di andarsene perché, dopo che quel clima è stato avvelenato, governare sarebbe diventato impossibile.

A questo punto, tanto varrebbe scriverlo direttamente nel Codice di diritto canonico: se un vescovo non piace, è sufficiente organizzare una campagna diffamatoria abbastanza insistente e aspettare che Roma concluda che, «in questo clima», non può più governare. Almeno eviteremmo l’ipocrisia. Il vescovo non mi piace? Bene: lo diffamo, creo tensione, faccio arrivare lettere e lamentele a Roma, e prima o poi me lo cambiano. Ci rendiamo conto della gravità di un sistema del genere? Non si fonda sulle prove ma sul sospetto!

I «santi in paradiso» e i doppi pesi

E allora la domanda diventa ancora più scomoda: perché con Gallese si arriva a questo punto, mentre qui in Vaticano ci sono arcipreti che da anni stanno distruggendo una Basilica, con fatti, documenti e prove pubblicati ovunque, e continuano a restare saldamente al loro posto, apparentemente inamovibili?

Perché Gallese non ha «santi in paradiso». E in questo caso i santi in paradiso non sono quelli del calendario liturgico: sono le persone capaci di proteggerti quando attorno a te comincia a stringersi il cerchio. È per questo che l’ordinamento canonico non è più credibile: i veri colpevoli restano impuniti, gli innocenti vengono cacciati.

Tornano allora alla mente le parole pronunciate da Goffredo Boselli ai funerali di Enzo Bianchi. Boselli ha parlato di una Chiesa capace di diventare «matrigna», ricordando il dolore di chi viene colpito senza conoscere fino in fondo «le ragioni, le cause, gli atti concreti», nonostante li abbia chiesti con insistenza. È la stessa dinamica. La Chiesa che ieri celebrava Gallese come il vescovo più giovane d’Italia oggi lo lascia solo davanti a una formula di poche righe. E soprattutto nessuno interviene a dire pubblicamente una cosa semplicissima: la visita apostolica non ha rilevato illeciti, non ha fatto emergere scandali e al vescovo non è stata notificata neppure una contestazione formale capace di spiegare una misura tanto grave. Nessuna parola, nessuna motivazione, nessuna tutela della sua reputazione. Solo una frase nel Bollettino della Sala Stampa fra appuntamenti e cerimonie.

E da quel momento, naturalmente, giornali, psico blog di pizzi e merletti e commentatori di retroscena possono scrivere tutto e il contrario di tutto. Perché quando l’istituzione sceglie il silenzio, lascia che il vuoto venga riempito da chiunque abbia interesse a farlo. E questa è una scelta!

Ora la firma è quella di Leone XIV

Il caso Gallese pesa più del caso Cavina per un fatto molto semplice: sul soglio petrino siede un’altra persona. La firma di oggi è quella di Leone XIV. Un canonista, un uomo che a Chiclayo ha conosciuto le campagne di diffamazione contro la propria persona e che, dopo l'elezione, ha detto ai giornalisti che le accuse vanno verificate nei processi perché esistono preti colpiti da narrazioni costruite ad arte. Il Papa che nel Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni Sociali ha scritto che il giornalismo si fa «sul campo», con «un continuo lavoro di raccolta e verifica di informazioni».

Non sono sufficienti le quattro parole che qualcuno ripete ormai da tempo: “Il Papa non si è occupato personalmente di questa cosa”. È forse il momento di iniziare a farlo, perché i vescovi sono i suoi primi collaboratori. Leone XIV, a differenza di altri, ha dimostrato di saper distinguere il chiacchiericcio dai fatti e le insinuazioni dalle prove. Il meccanismo che ha travolto Gallese, però, è rimasto sostanzialmente identico a quello visto negli ultimi dodici anni: il vescovo senza protettori, il dossier anonimo spedito a decine di redazioni, il servizio televisivo, la visita e infine la trattativa sull’uscita.

A gestire questi passaggi sono i collaboratori di Leone XIV, che naturalmente rispondono comunque a lui. Alcuni sono gli stessi che occupavano posizioni decisive già nel 2019; altri sono cambiati, ma sono arrivati lì dopo essere stati allontanati da incarichi ben più prestigiosi in Segreteria di Stato e spediti in nunziatura, dove oggi intervengono negli equilibri di una delle conferenze episcopali più importanti del mondo con risultati che, prima o poi, qualcuno dovrà avere il coraggio di valutare.

Il messaggio inviato ai vescovi italiani

Il messaggio che parte oggi da Roma verso le diocesi italiane è nitido, e chiunque porti un anello al dito lo ha già letto. Un vescovo che decide (sistema un seminario, accorpa parrocchie, trasforma un convento, sposta preti, tocca un immobile) sa a cosa va incontro se una parte del presbiterio o del laicato organizzato dissente: lettere alle redazioni, una foto, una trasmissione, un cardinale in visita, un colloquio in Segreteria di Stato e in Nunziatura, ecc... Chi governa rischia la sede. Chi lascia marcire strutture e bilanci pur di non urtare nessuno muore vescovo nella propria cattedrale. Del resto questo è un sistema che si impara dai primi anni di seminario.   Gallese aveva detto, quando cominciarono ad alzare gli scudi contro i suoi progetti: «Questa è una svolta, e sarà faticosa, perché è un cambiare mentalità dopo tanti secoli di "si è sempre fatto così"». Sapeva che gli avrebbero presentato il conto. Ha sbagliato soltanto a immaginare chi lo avrebbe incassato.

Ad Alessandria restano i velenosi che avvelenano

Restano, ad Alessandria, quelli che hanno vinto. Preti e laici che hanno preferito il chiacchiericcio al confronto franco e sincero col proprio pastore, che hanno passato fotografie e «si dice» a chi le aspettava, che domani faranno lo stesso con il successore di Gallese. E resta, nei cassetti del Dicastero, la relazione di Bertello dove non c’è una sola riga di richiamo al vescovo Guido.

d.E.R. e M.P.

Silere non possum

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