Città del Vaticano - Papa Leone XIV ha ricevuto questa mattina i vescovi ordinati nell’ultimo anno che hanno partecipato ai corsi di formazione organizzati a Roma dal Dicastero per i Vescovi, dal Dicastero per le Chiese Orientali e dal Dicastero per l’Evangelizzazione, attraverso la Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari. Sono i cosiddetti «corsi di settembre», un appuntamento ormai stabile nel calendario della Curia romana. Quest’anno i partecipanti erano 147, arrivati dai cinque continenti; 49 di loro guidano circoscrizioni ecclesiastiche affidate al Dicastero missionario, e per questo hanno seguito un percorso a parte al Pontificio Collegio San Pietro Apostolo, mentre gli altri hanno lavorato con il Dicastero per i Vescovi. Dal 2024 i due gruppi si incontrano per alcune sessioni comuni alla Pontificia Università Urbaniana e vengono ricevuti insieme dal Papa. Il discorso di Leone XIV aveva per titolo «Vescovi, servitori della comunione nella Chiesa e nel mondo di oggi».
Prima di entrare nel tema, il Papa ha chiesto ai presenti di recitare un’Ave Maria «per il riposo eterno del padre del Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, Cardinale Tagle, e per la consolazione di tutta la famiglia». Il cardinale filippino Luis Antonio Tagle era stato, il 3 settembre, il primo a intervenire davanti ai vescovi del corso missionario.
Il discorso è costruito come una serie di raccomandazioni, e la prima riguarda la vita spirituale del vescovo, che secondo Leone XIV viene prima di ogni compito di governo. Prevost lo aveva già detto anche ai vescovi focolarini ieri. «Tra le molte cose che sarete chiamati a fare come Vescovi, questa è la più importante. Siamo Vescovi, ma siamo anzitutto discepoli». Il Papa ha citato il Vangelo di Marco, dove Gesù costituisce i Dodici «perché stessero con lui e per mandarli a predicare», e ha commentato: «È questo l’ordine del Vangelo: stare con Lui e, da Lui, essere mandati. Non dimentichiamolo mai». Da lì, ha aggiunto, nasce il ministero, e «quando il cuore rimane vicino a Lui, anche il servizio diventa più sereno, più libero, più fecondo».

La seconda indicazione parte dal capitolo 10 di Giovanni, il buon pastore che dà la vita per le pecore. Leone XIV l’ha tradotta in gesti molto concreti: «Amate la gente che il Signore vi ha affidato. Imparate i loro nomi, ascoltate le loro storie, entrate, quando potete, nelle loro case, pregate con loro». Ha insistito soprattutto sul valore della presenza fisica del vescovo nelle Chiese più giovani, dove, ha detto, spesso «la presenza del Vescovo dice moltissimo, prima ancora delle sue parole. Una visita, una benedizione, il tempo dato a un sacerdote, l’ascolto di una famiglia, il dialogo con un giovane: questi sono piccoli gesti, ma possono rimanere nell’animo di una persona per tutta la vita».
Il Papa ha poi ripreso un’espressione della tradizione, la sollicitudo pastoralis, e ha voluto precisarne il senso: «Non significa semplicemente avere molte responsabilità. È qualcosa di più profondo: è portare il proprio popolo nel cuore». Il riferimento è a san Paolo, che chiamava «assillo quotidiano» la preoccupazione per tutte le Chiese. Per Leone XIV la paternità episcopale consiste nell’«avere un animo grande, abbastanza grande da fare spazio a tutti». Qui ha citato due volte il predecessore: l’omelia del 18 maggio 2020 per il centenario della nascita di san Giovanni Paolo II, dove Francesco disse che «la vicinanza è uno dei tratti di Dio con il suo popolo», e il discorso del 12 settembre 2019 rivolto proprio ai vescovi del corso di formazione: «Noi esistiamo per rendere palpabile questa vicinanza».
«Vi raccomando di amare i vostri sacerdoti. Trovino in ognuno di voi un padre e un fratello. Ascoltateli, incoraggiateli, pregate per loro, gioite del bene che fanno e accompagnateli con fiducia nel loro ministero», ha detto Prevost. Il Papa ha chiesto un’attenzione particolare per i preti anziani e malati: «Fate sentire loro che sono preziosi, che la Chiesa è loro grata e che il Vescovo non li dimentica. A volte basta una telefonata, una visita, una parola affettuosa da parte vostra». Il giorno precedente, mercoledì 9, i vescovi avevano ascoltato all’Urbaniana due relazioni di segno diverso sullo stesso tema: monsignor Peter Beer sulla gestione delle crisi del clero e padre Hans Zollner sulla responsabilità delle Chiese particolari nella protezione dei minori e degli adulti vulnerabili.

Leone XIV ha definito il ministero episcopale con una formula di sant’Agostino, «amoris officium», un servizio d’amore: predicazione, ascolto, preghiera, discernimento e tempo dato alle persone sono per lui altrettante forme della carità pastorale, «che permette a Cristo Pastore di giungere al popolo che Egli ama attraverso la nostra povera persona».
Il tratto più marcatamente attuale del discorso riguarda la tecnologia. «Viviamo in un’epoca di cambiamenti rapidi», ha detto il Papa. «Gli sviluppi delle tecnologie della comunicazione e dell’intelligenza artificiale hanno aperto possibilità che, fino a pochi anni fa, non avremmo neppure immaginato. Ma certamente non possono liberare l’umanità dal peccato e dalle sue conseguenze: lo dimostrano tragicamente le crisi che sta attraversando». Ha richiamato il Giubileo della speranza celebrato nel 2025 e ha risposto da sé all’obiezione secondo cui la Chiesa ne parlerebbe perché estranea al mondo: «Al contrario, perché da Cristo morto e risorto è inviata ad annunciare a tutti il Vangelo della salvezza. E noi Vescovi siamo i primi destinatari di questo mandato». Ha poi indicato la sua enciclica Magnifica humanitas come lo strumento con cui ritiene di aver offerto, «in primis ai Pastori delle Chiese, una visione e un metodo per affrontare la grande sfida della custodia dell’umano nell’epoca dell’intelligenza artificiale», e ha chiesto ai nuovi vescovi di «promuovere nelle vostre diocesi percorsi di riflessione e dialogo, per formare e sostenere quanti vogliono impegnarsi al servizio della civiltà dell’amore».
L’ultima raccomandazione è rivolta in particolare a chi viene dalle Chiese di missione, «una Chiesa che forse possiede poco, ma che è ricca di una fede grande». Il Santo Padre ha chiesto di conservare «un cuore missionario», che ha descritto come apertura a tutti: «non soltanto a coloro che frequentano le nostre parrocchie, ma anche ai cristiani di altre confessioni, ai credenti di altre religioni, alle persone che non professano una fede, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà».

Leone XIV, che prima di diventare vescovo di Chiclayo è stato per dodici anni priore generale degli agostiniani, ha chiuso con la frase più nota del Sermone 340 di Agostino, «Vobis enim sum episcopus, vobiscum sum christianus», per voi sono vescovo, con voi sono cristiano, aggiungendo con un sorriso «lo conoscete tutti, penso». Ai vescovi che tornano nelle loro diocesi ha lasciato un’unica consegna: «Il Signore, che vi ha chiamati, è fedele. Vi precederà sulla strada, vi accompagnerà nel cammino e, con il dono del suo Spirito Santo, vi darà luce ogni giorno».
Un anno fa, l’11 settembre 2025, nella stessa occasione il Papa aveva insistito su un’altra parola, servizio: «Il Vescovo è servo, il Vescovo è chiamato a servire la fede del popolo», e aveva elencato le urgenze delle Chiese locali, dalla crisi della trasmissione della fede alla guerra. Il discorso di quest’anno si muove su un registro più intimo e più pratico, con meno diagnosi sul mondo e più istruzioni sul modo di stare in mezzo alla propria gente. Le giornate romane si erano aperte il 2 settembre e si sono concluse la mattina del 10 con la Santa Messa nella Basilica di San Pietro e la venerazione delle reliquie dell’Apostolo, presieduta dal cardinale arciprete della basilica vaticana.



