Città del Vaticano - Leone XIV ha dedicato l’udienza generale di questa mattina alla dignità della persona umana, seconda tappa del percorso sulla Gaudium et spes avviato il 2 settembre scorso, al rientro dalla pausa estiva, all’interno del ciclo di catechesi sui documenti del Concilio Vaticano II.
Con l’attenuarsi delle temperature, l’incontro con i fedeli è tornato nuovamente in Piazza San Pietro, dopo che nelle scorse settimane si era svolto all’interno della Basilica a causa del caldo. La riflessione, intitolata «La dignità umana: dono e responsabilità», era dedicata ai numeri 12-22 della costituzione pastorale. In Piazza, il punto di partenza è stato il Salmo 8, con la domanda rivolta a Dio su che cosa sia l’uomo perché egli se ne ricordi.
La settimana precedente Prevost aveva commentato i primi dieci numeri del documento, insistendo sul dovere della Chiesa di ascoltare il mondo e di rifiutare il ruolo di spettatrice disinteressata; oggi il discorso si è spostato dal soggetto ecclesiale al soggetto umano. Il punto di partenza è stato il numero 11 della costituzione, dove la dignità della persona viene indicata come base e condizione dei «valori che oggi sono più stimati». Il Papa ha ripreso anche l’avvertenza dei padri conciliari: quei valori hanno bisogno di non perdere il rapporto con «la loro divina sorgente», altrimenti restano esposti alle distorsioni prodotte dalla «corruzione del cuore umano». Ne è seguito un giudizio storico misurato. Il cammino che ha permesso di riconoscere i tratti e i diritti fondamentali della persona «rappresenta certamente una delle pagine più significative della storia umana», ha detto Leone XIV, ma il percorso non è terminato e deve affrontare «le contraddizioni, vecchie e nuove, che ne impediscono una piena attuazione».

Il passaggio più esplicito della catechesi è arrivato quando il Papa ha citato la propria enciclica Magnifica humanitas. Il brano riportato è il numero 50: «Ogni persona è pensata e voluta da Dio per entrare in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con il creato. La sua dignità non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede e la eccede, posto da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno». Leone XIV ha parlato di «infinita dignità dell’essere umano», con quell’aggettivo che il Dicastero per la Dottrina della Fede aveva scelto per la dichiarazione dell’aprile 2024, e ne ha collocato la radice nell’identità di creatura fatta «ad immagine di Dio», capace di conoscere e amare il proprio Creatore, alla quale le altre realtà create sono affidate «per governarle e servirsene a gloria di Dio» (GS 12).
Il fondamento ultimo, però, si comprende soltanto nella fede. Il Papa ha richiamato il numero 22 della Gaudium et spes, il paragrafo cristologico che san Giovanni Paolo II avrebbe posto al centro della Redemptor hominis: il Figlio, «rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a sé stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione». Così Leone ha offerto una definizione di persona interamente costruita sulla relazione. «La persona dice sempre relazione, comunione, partecipazione rispetto a Dio e agli altri», ha affermato, «dunque un rapporto filiale con Dio Padre e un rapporto fraterno con Cristo e con tutti gli uomini. Esclude chiusure autoreferenziali». Essere persona, ha aggiunto, «significa percepire sé stessi come dono da condividere, crescendo e maturando nell’accoglienza, nella reciprocità, nel servizio».
Sul versante della responsabilità il Pontefice ha sottolineato che la dignità è affidata a ciascuno, ma esige «solidarietà e cura reciproca», e occorre superare «le numerose falsificazioni e manipolazioni che tuttora ne deturpano la percezione e ne ostacolano la realizzazione». Il riferimento è al numero 13 della costituzione, dove il Concilio descrive l’uomo «diviso in sé stesso» e la vita umana, individuale e collettiva, come «una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre». Il Santo Padre ha voluto che questa diagnosi fosse letta con speranza, perché «il Signore stesso è venuto a liberare l’uomo e a dargli forza, rinnovandolo nell’intimo e scacciando fuori “il prìncipe di questo mondo”», il passo di Giovanni che i padri conciliari inserirono nel testo.
Un capitolo a parte è stato riservato al corpo. Leone XIV ha ricordato che la dignità riguarda la totalità della persona, «unità di anima e di corpo», e che perciò vanno superate le visioni dualistiche. «La riduzione del corpo a “oggetto”, di cui disporre arbitrariamente, è sempre negazione della dignità della persona», ha detto, citando dal numero 14 il divieto di «disprezzare la vita corporale dell’uomo» e l’invito a «considerare buono e degno di onore il proprio corpo, appunto perché creato da Dio e destinato alla risurrezione nell’ultimo giorno». Il principio è rimasto sul piano generale: il Papa non lo ha declinato su questioni bioetiche o su casi concreti, limitandosi a richiamare la vigilanza perché il corpo non «si renda schiavo delle perverse inclinazioni del cuore», dal momento che «tutti noi siamo feriti dal peccato».
La parte finale della catechesi ha isolato tre espressioni della dignità che la Gaudium et spesmette in fila nei numeri 15, 16 e 17: l’intelligenza, che rende l’essere umano «cercatore insaziabile della verità»; la coscienza, per mezzo della quale egli «dà unità e senso alla propria vita»; la libertà, che lo rende «protagonista responsabile delle proprie decisioni». Il Papa ha insistito sul loro intreccio: «è nella coscienza che la verità viene riconosciuta come tale e la libertà può sperimentarla come suo fondamento e possibilità». Lo Spirito Santo, ha concluso, «ci rende liberi e ci assicura costantemente della nostra dignità di figli di Dio», e solo in Cristo trova vera luce il mistero dell’uomo, compreso «l’enigma del dolore e della morte». L’esortazione ai fedeli è stata a promuovere e difendere sempre questa dignità «con la luce e la forza del Vangelo».
Al termine dell’udienza Leone XIV ha salutato i cresimati della diocesi di Forlì-Bertinoro, accompagnati dal vescovo Livio Corazza con sacerdoti e catechisti, i fedeli dell’unità pastorale delle parrocchie della diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno e gli assistenti ecclesiastici della fondazione Aiuto alla Chiesa che Soffre. Rivolgendosi come di consueto ad anziani, giovani, malati e sposi novelli, ha ricordato la festa della Natività della Vergine Maria celebrata ieri, affidando alla sua intercessione la vita dei presenti.



