Città del Vaticano - Andrea Monda ha offerto in queste ore una dimostrazione quasi didattica di ciò che diventa l’ipocrisia clericale quando viene assorbita, interiorizzata e infine riprodotta dai laici-chierichetti che orbitano attorno a quegli ambienti ecclesiastici nei quali, spesso, vengono ricollocati a insegnare religione dalla stessa gerarchia che altrove li ha respinti. Diventa mefitica. E, dopo anni trascorsi a riempirsi la bocca di misericordia - al punto da dedicarle persino un Giubileo, con tanto di missionari -, di fraternità, ascolto, incontro e periferie, è diventata francamente insopportabile.
Enzo Bianchi è morto martedì 1° settembre all’ospedale Molinette di Torino. Aveva 83 anni. Quel giorno L’Osservatore Romano, di cui Andrea Monda è direttore responsabile, gli ha riservato a pagina 5 una breve notizia biografica sotto il titolo «È morto Enzo Bianchi». Il giornale ricorda la nascita di Bose, le dimissioni da priore, Qiqajon, gli incarichi ricevuti da Benedetto XVI e Francesco. In mezzo c’è anche una frase secondo cui la comunità era diventata «un punto di riferimento non solo per i cattolici ma anche per il dialogo ecumenico e interreligioso». Tutto qui. Una riga per liquidare ciò che ha occupato decenni della vita di Bianchi e che ha fatto conoscere Bose nel mondo.
Nessuna riflessione, invece, sul contributo che Bianchi diede, anche attraverso la casa editrice Qiqajon, alla riscoperta dei grandi Padri della Chiesa, dei Padri del deserto e di una tradizione spirituale che per decenni ha reso accessibile a un pubblico molto più ampio. Qiqajon ha pubblicato testi di rara profondità spirituale, patristica, biblica e monastica, contribuendo a formare generazioni di lettori, religiosi e laici. Ci sarebbe stato molto da raccontare. Monda ha preferito liquidare tutto con una sintetica menzione.

In compenso, lo spazio per ricordare il provvedimento del 2020 si è trovato subito. Quello, evidentemente, non poteva mancare. Il lettore doveva sapere che «con decreto del 13 maggio 2020» la Santa Sede aveva imposto a Bianchi di lasciare la comunità. Monda, naturalmente, si è guardato bene dallo spiegare per quali ragioni quel provvedimento fosse stato adottato, attraverso quali modalità e soprattutto su impulso di chi; quali lotte intestine nella comunità avessero preceduto e accompagnato quel documento; e che cosa fosse poi emerso dall’inchiesta e dai documenti pubblicati negli anni successivi da chi quel decreto lo aveva letto, studiato e infine reso noto integralmente.
Del resto, è la solita liturgia di certi ambienti che si proclamano cattolici e dai quali Monda ama spesso prendere le distanze, salvo poi riprodurne esattamente gli stessi meccanismi. Lo abbiamo scritto più volte: tra modernisti e tradizionalisti le differenze possono essere enormi sul piano delle idee, ma il nucleo della patologia resta sorprendentemente simile. Si può morire, ma il fascicolo resta aperto.
Enzo Bianchi, soprattutto negli ultimi anni, ne è stato forse una delle dimostrazioni più evidenti. Aveva compreso che quanto stava accadendo attorno alla Messa antica, e le lotte che si combattevano dietro quel rito, avevano ben poco a che vedere con la sua bellezza liturgica e utilità dal punto di vista spirituale. Per questo difese la libertà di chi si sente più vicino a quella forma e desidera continuare a frequentarla e celebrarla. Una posizione che gli attirò addosso l’ostilità degli odiatori seriali come Andrea Grillo, ossessionati dalla liturgia antica e digitatori seriali di veleno sul web, senza però cancellare l’odio della frangia tradizionalista, quella che non perdona mai.
Sono gli stessi cattolici che vanno in giro esibendo lo stendardo dei «veri e unici cattolici», mentre la loro presenza pubblica è spesso segnata soprattutto da rancore, veleno e regolamenti di conti, amplificati dai social. La religione di cui dovrebbero essere testimoni parla continuamente di conversione e, dunque, dovrebbe renderli i primi a gioire quando una persona cambia, corregge una posizione, matura un giudizio. Accade invece il contrario: quella stessa religione viene usata come un archivio permanente delle colpe altrui. Ti si ricorda ciò che hai detto, ciò che sei stato, ciò che hai fatto e perfino ciò che, forse, un giorno potresti tornare a fare. Insomma, anche qui, proprio come farebbe Gesù: hanno capito tutto del Vangelo.
Sotto la breve notizia biografica L’Osservatore Romano ha pubblicato un «commosso ricordo» del cardinale Gianfranco Ravasi. Il titolo è «La Scrittura come cibo quotidiano». Ravasi racconta l’amicizia con Bianchi, ricorda il loro vecchio patto di non scriversi reciprocamente il «coccodrillo», parla della sua intelligenza, della Scrittura, dell’amore per il cibo, della natura, dell’ecumenismo. E racconta persino «l’ultima tappa, forse più difficile per lui», quella del distacco dalla comunità che aveva fondato.

Qui l’ipocrisia diventa insopportabile.
Ravasi, come Silere non possum documentò nella sua lunga inchiesta sulla vicenda di Bose, fu uno dei tre cardinali - insieme a Matteo Zuppi e Giuseppe Versaldi - che intervennero presso il Segretario di Stato Pietro Parolin per cercare una sistemazione più giusta e dignitosa per il fondatore della comunità. La proposta era quella di consentire a Bianchi di ritirarsi a Cellole, la fraternità da lui fondata in Toscana, dove avrebbero potuto vivere con lui anche alcuni monaci che avevano scelto di accompagnarlo.
Parolin, però, preferì portare avanti il progetto di Luciano Manicardi e Amedeo Cencini, che avevano già predisposto tutt’altro percorso. E sapeva bene che quella strada avrebbe consentito, prima o poi, di mettere le mani anche sull’assetto canonico del monastero. I fatti successivi sono lì, sotto gli occhi di tutti: oggi Bose è un monastero sui iuris, direttamente sottoposto alla Santa Sede, e di quella peculiarità ecumenica che ne aveva segnato la nascita e la storia è rimasto poco e niente.
Ma proprio questo rende ancora più sgradevole il ricordo pubblicato una settimana fa. Ravasi sapeva. Conosceva Bianchi da quarant’anni, conosceva Bose, conosceva il peso ecclesiale e umano di quel provvedimento e aveva perfino cercato dietro le quinte una soluzione. Eppure, negli anni in cui Bianchi veniva pubblicamente trasformato nell’appestato da tenere lontano, quella vicinanza non diventò mai una battaglia pubblica comparabile alla solennità delle parole pronunciate ora davanti alla sua morte. È uno stile che contraddistingue il porporato ambrosiano: si resta amici di tutti, si parla con tutti, si mantiene un piede in ogni salotto e soprattutto si evita accuratamente di mettere a rischio la propria centralità. Un narcisismo, quello di Ravasi, che non ha precedenti. È la scuola di quei presuli che vanno a braccetto con chiunque conti, purché ogni relazione contribuisca a gonfiare un po’ il proprio io. Finché Enzo Bianchi era la bandiera del progressismo cattolico, dell’ecumenismo e del dialogo, andava benissimo. Quando a Bose arrivavano Bartolomeo di Costantinopoli e Theodoros II di Alessandria, quando il Papa e l’arcivescovo di Canterbury mandavano i loro messaggi al Convegno di spiritualità ortodossa, Bianchi era utile. Era quello da mostrare, invitare, ascoltare. Il Convegno internazionale di spiritualità ortodossa era stato ideato proprio da lui, con Nina Kauchtschischwili, all’inizio degli anni Novanta.
Quando invece Bianchi è diventato scomodo, quando è caduto dentro la lotta intestina della comunità alla quale aveva dato vita, l’aria è cambiata. Non conveniva più farsi vedere troppo vicini. Meglio l’intercessione discreta, meglio la chiacchierata a voce bassa nella sagrestia della Basilica Vaticana, meglio il tentativo dietro le quinte. Esporsi apertamente significava entrare in collisione con Parolin, Cencini e con l’operazione che la Santa Sede aveva ormai deciso di portare fino in fondo. Del resto, è esattamente ciò che faceva Gesù, vero?
Gesù teneva lontani quelli che provocavano scandalo ai saggi e ai farisei. Evitava accuratamente gli impuri. Quando una persona veniva additata, Lui controllava prima da quale parte stesse il potere e poi si accomodava con quella. I Vangeli, tanto commentati dal cardinale Ravasi, raccontano proprio questo.
E arriviamo ad oggi 6 settembre. Ieri, a quasi una settimana dalla morte di Enzo, a pagina 3 dell’Osservatore Romano compare un ampio articolo di Sergio Valzania sul XXXII Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa che si terrà a Bose. Si raccontano la storia del monachesimo pacomiano, il programma, i relatori, la dimensione ecumenica del convegno, la presenza di studiosi provenienti dall’Australia, dall’Estonia, dal Canada, dalla Grecia e dalla Polonia.
Enzo Bianchi non compare. Nemmeno una volta.
Sei giorni dopo la sua morte, L’Osservatore Romano riesce a raccontare il Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa di Bose senza ricordare l’uomo che quel Convegno lo aveva ideato e plasmato. Il nome di Bianchi sparisce dalla storia della stessa iniziativa che contribuì più di molte altre a fare di Bose uno dei luoghi di incontro tra cattolici e ortodossi in Europa. La ricerca nell’intera edizione non restituisce una sola occorrenza del suo nome.

Sabino Chialà può stare tranquillo: nessuno ha disturbato la narrazione. Il quotidiano della Santa Sede si è ben guardato dal ricordare ai suoi quattro lettori che proprio per il XXV Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa del 2017 Guido Dotti presentò alla Regione Piemonte uno Statuto alterato, utilizzato per ottenere un contributo pubblico di 20.400 euro. Silere non possum portò alla luce la vicenda, acquisì gli atti e documentò anche l’apposizione della firma di Enzo Bianchi da parte di Dotti. La Regione Piemonte, dopo le verifiche, revocò il contributo e chiese alla Comunità di restituire i 20.400 euro, oltre agli interessi legali.
Evidentemente questa parte della storia del Convegno era meno adatta al paginone celebrativo.
Ed è forse questo il punto più grave. Qui non siamo più dentro la disputa del 2020, nei conflitti di governo o nelle ferite interne alla comunità. Di tutto questo abbiamo scritto per anni, carte alla mano. Qui siamo davanti a qualcosa di più semplice e insieme più serio: il dovere elementare di riconoscere la storia per quella che è. Invece si tenta di riscriverla a proprio uso e consumo, e che a farlo sia il quotidiano del Papa rende la cosa ancora più grave. In un Paese serio il direttore sarebbe stato licenziato in tronco.
Ma è esattamente il metodo che abbiamo visto all’opera per anni in personaggi come Andrea Monda e Andrea Tornielli: legare l’asino dove vuole il padrone. Se il padrone di oggi chiede di sostenere l’opposto di ciò che il padrone di ieri pretendeva, la coerenza diventa un dettaglio trascurabile. Si esegue. Si cambia registro, si cambia lessico, si cambia bersaglio. Il criterio non è la verità dei fatti, ma la convenienza del momento. Alla fine, il potere resta l’unica costante.
Uno dei suoi ultimi libri Enzo Bianchi lo ha dedicato proprio alla Fraternità. Nelle prime pagine scrive che «la fraternità è la resistenza alla crudeltà del mondo» e la descrive come una scelta che va continuamente rinnovata: rifiutare l’esclusione, cercare la riconciliazione, custodire una comunione umana capace di resistere alla rivalità e alla violenza. Essere fratelli, per Bianchi, significava continuare a riconoscere l’altro come tale anche quando diventa scomodo, quando ferisce, quando non corrisponde più alle nostre attese. È precisamente lì che la fraternità smette di essere una parola da convegni in cui raccimolare soldi pubblici e comincia a misurarsi con la realtà.
La domanda biblica attorno alla quale Bianchi costruisce parte di quella riflessione è antica: «Dov’è tuo fratello?»
È la domanda rivolta a Caino. Non chiede se tuo fratello ti piace, se ha governato bene, se è d’accordo con il priore, se il Segretario di Stato lo considera ancora presentabile, se conviene citarlo su un giornale vaticano sei giorni dopo la sua morte. Chiede dove sia tuo fratello e che cosa ne hai fatto.
Forse è proprio questa domanda che infastidisce.
Quando si vedono cose simili si capisce perché tanta gente finisca per dire: «La Chiesa? Con Gesù Cristo non c’entra nulla».
E diventa difficile scandalizzarsi davanti a una frase del genere quando chi dovrebbe mostrare il volto della Chiesa offre esattamente lo spettacolo opposto: si celebra una persona finché porta prestigio, relazioni, patriarchi e visibilità; la si lascia sola quando diventa ingombrante; poi, una volta morta, la si ricorda con cautela, quasi tenendola a distanza, senza dimenticare di riesumare i «provvedimenti presi dalla Segreteria di Stato». E, pochi giorni dopo, si arriva perfino a raccontare una delle opere che più hanno segnato la sua vita cancellandone semplicemente il nome.
Per fortuna la Chiesa non è Andrea Monda, non è Pietro Parolin, non è Amedeo Cencini, non è Gianfranco Ravasi e non è Sabino Chialà. La Chiesa è molto più grande delle loro omissioni, delle loro convenienze e delle loro liturgie di palazzo. Queste persone possono diventare, piuttosto, quell’elemento di scandalo che accompagna la Chiesa da duemila anni: uomini convinti di difenderla mentre feriscono il corpo che dicono di servire.
Viene in mente la celebre frase attribuita al cardinale Ercole Consalvi quando Napoleone minacciò di distruggere la Chiesa: «Non ci siamo riusciti noi preti, con le nostre debolezze e infedeltà, e vorreste riuscirci voi?».
Ed è questo il paradosso: Enzo Bianchi, anche da morto, continua a porre alla Chiesa la stessa domanda che attraversa la Scrittura e che lui stesso ha rimesso al centro della sua riflessione sulla fraternità: dov’è tuo fratello?
p.L.C. e M.P.
Silere non possum



