Castel Boglione - Enzo Bianchi aveva scritto tutto. Chi avrebbe presieduto, quali canti gregoriani, quali letture, e il posto esatto in cui essere deposto: nella terra, rivolto verso oriente, nel cimitero di Castel Boglione, il paese dell'Astigiano dove era nato il 3 marzo 1943 e che conta meno di seicento abitanti. Aveva anche espresso un desiderio per chi verrà dopo: che chi passa lasci una rosa o qualche erba aromatica. Giovedì 3 settembre, alle 16.30, nella chiesa parrocchiale del Sacro Cuore di Gesù e Nostra Signora Assunta, quelle disposizioni sono state eseguite alla lettera, compresa l'ultima: nessun applauso.
Il fondatore della Comunità di Bose era morto martedì 1° settembre all'ospedale Molinette di Torino, a 83 anni, dopo un ricovero iniziato il 9 agosto. La salma era stata esposta dal mattino del 2 settembre nella chiesa della Fraternità monastica Casa della Madia, ad Albiano d'Ivrea, dove la sera si è tenuta la veglia. Poi il trasferimento in Monferrato, nel paese di vigne al quale era rimasto legato per tutta la vita e nel quale aveva comprato per tempo un pezzo di terra nel camposanto.

Attorno a lui c’erano coloro che gli sono rimasti accanto lungo tutti questi anni, condividendone le gioie e attraversando con lui i momenti più dolorosi: Goffredo, Giovanni, Maurizio, Claudio, Antonella e Laura, i fratelli e le sorelle con cui aveva fondato Casa della Madia. Con loro Emiliano, Valerio, Dario e Adalberto, i fratelli di Cellole, la fraternità nata in Toscana a cui Bianchi aveva dato vita e che ha poi condiviso il cammino della Madia, e le sorelle della comunità di Cumiana. In chiesa alcuni vescovi, tra cui gli Arcivescovi Renato Boccardo e Marco Arnolfo, e diversi sacerdoti; ma la navata era piena soprattutto di gente comune, arrivata anche da lontano, nel caldo di inizio settembre. Tra i presenti anche Valentino Castellani, già sindaco di Torino, che ha ricordato un'infanzia contadina condivisa e un'amicizia ripresa da adulti.
A presiedere, per volontà di Bianchi, fratel Valerio Lazzarini. L'omelia è partita dai padri del deserto e dalla loro insistenza sul ricominciare, e ha letto in quella chiave l'ultima stagione del fondatore: un uomo che a ottant'anni ha saputo ripartire da capo e da un'esperienza dolorosa ha tratto il seme di una realtà nuova. «Enzo è emigrato», ha detto Lazzarini. «Quante volte nella sua vita ha pregato con i suoi fratelli e sorelle il salmo "Il tuo volto io cerco". Cercava questo incontro. È stata la ragione profonda del suo vivere. Questo esodo è una perdita dolorosa. Il sentimento che ci pervade è quello di radiosa tristezza. Arrivato a 80 anni ha detto: "Oggi ricomincio" la vita di fraternità. La sua è stata una esistenza bella, intensa; era affascinato dalla bellezza in ogni forma; il suo interesse e la sua capacità relazionale sono stati ampi. Enzo, fratello amato, è stata una bella avventura, grazie». E ai presenti l'invito a non fermarsi sul tratto di strada già percorso.

L'arcivescovo di Spoleto-Norcia Renato Boccardo, presidente della Conferenza episcopale umbra e amico di lunga data, ha letto il telegramma del cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della CEI, assente per impegni assunti in precedenza. «Enzo ha segnato una pagina importante del cattolicesimo italiano contemporaneo», scrive Zuppi: «la sua predicazione e i suoi numerosi scritti hanno aiutato molti a riscoprire il primato della Parola di Dio, il valore del silenzio, della preghiera, della vita fraterna e dell'ospitalità», e «ha saputo parlare anche a quanti vivevano sulla soglia o si sentivano lontani dalla Chiesa». Il presidente dei vescovi italiani si è rivolto «a tutte le sorelle e a tutti i fratelli nella certezza che ora Enzo, nel Signore, trova la pienezza del suo percorso terreno: tutto si ricompone nell'unità di Dio, anche le ferite più grandi». E ha concluso con un auspicio che suona come una consegna: «il suo ultimo desiderio di riconciliazione e pace diventi per tutti responsabilità, preghiera e impegno». Già nei giorni scorsi l'arcidiocesi umbra aveva diffuso un ricordo del suo arcivescovo, che rammentava «la lunga amicizia che lo legava personalmente a fr. Enzo Bianchi», le «numerose presenze in diocesi in occasione di ricchi e fecondi incontri di formazione per sacerdoti e laici» e il suo «lungo, sapiente e appassionato servizio alla Chiesa e alla causa dell'unità dei cristiani». Messaggi sono giunti da altre diocesi, dai rappresentanti del mondo ortodosso e dal Dalai Lama, che appresa la notizia ha fatto sapere di aver pregato per lui.
Il momento che ha tenuto la chiesa in silenzio è arrivato alla fine. Goffredo Boselli, priore della Fraternità monastica della Madia, ha letto il congedo con la voce che si spezzava, facendosi «voce dei miei fratelli e delle mie sorelle di Casa della Madia, dei fratelli di Cellole e delle a noi sempre care sorelle di Cumiana». Si è rivolto direttamente a Enzo, «perché hai sempre detto che il vero celebrante delle esequie, chi le presiede è il morto e non altri». Ha raccontato che negli ultimi giorni Bianchi ripeteva in latino un versetto del salmo 142, «Et non intres in judicium cum servo tuo», non entrare in giudizio con il tuo servo: chi arriva sulla soglia, ha commentato, sa che non può presentarsi davanti a Dio esibendo le proprie opere, e chiede soltanto di essere giudicato nella misericordia.
Poi Boselli ha detto quello che nei comunicati ufficiali di questi giorni, spesso intrisi di quella ipocrisia clericale che qualcuno ha imparato bene negli anni, non si trova. Ha parlato di Bose come dell'unica opera della vita di Enzo, «il tuo corpo spirituale, la tua paternità sofferta», e dell'ora in cui quell'amore «si è fatto anche condanna»: «Hai conosciuto la prova esistenziale più profonda, il dolore di chi è stato ingiustamente costretto ad allontanarsi da ciò che ha generato a prezzo di ogni energia, vivendo la profonda ingiustizia di non sapere le ragioni, le cause, gli atti concreti pur chiedendoli con insistenza». Ha nominato «il tradimento del tuo discepolo eletto e di altri con lui», «l'opportunismo di chi agiva per ottenere posizioni e vantaggi personali», «la malvagità di chi non hai esitato a chiamare "aguzzino"», l'abbandono di amici «anche tra preti e vescovi». E la frase che è entrata dentro ai presenti ed ha interrogato le coscienze: «Hai conosciuto il volto crudele che la chiesa sa assumere quando da madre diventa matrigna: prima che con te l'ha fatto con molti altri tra i suoi migliori figli».

Boselli ha poi reso pubblico un episodio di cui era stato testimone diretto. Il 16 dicembre 2023, nell'incontro con Bianchi, papa Francesco gli disse: «Enzo, ti chiedo perdono. Quello che ti hanno fatto è stata una carognata». «Io ero presente», ha detto il priore, che ha ricordato come in quella stessa udienza Francesco benedisse e incoraggiò la vita comune di Casa della Madia. «Da quel giorno sei come rinato».
Vale la pena ricordare che il decreto del 13 maggio 2020, emanato dalla Segreteria di Stato e approvato in forma specifica dallo stesso Francesco, costituì un atto di eccezionale gravità. Il provvedimento non conteneva alcuna motivazione delle decisioni assunte né indicava i fatti che avrebbero dovuto giustificarle. Nel vuoto lasciato dal documento cominciarono così a circolare le ricostruzioni più disparate, spesso rilanciate da chi della vicenda conosceva ben poco. Furono proprio quelle voci a spingere questa testata a pubblicare integralmente il decreto, perché fosse possibile giudicare sulla base di ciò che era realmente scritto e non delle "versioni" costruite attorno al caso. E ciò che emergeva dal testo era già sufficientemente grave: decisioni pesantissime adottate senza fornire spiegazioni, con una compressione dei diritti fondamentali difficilmente conciliabile con le più elementari garanzie riconosciute alla persona.
Dietro quell’allontanamento, in realtà, c’era un disegno molto più preciso: estromettere il fondatore per consentire ad altri di assumere il controllo della comunità. Basta ascoltare quanto ha spiegato oggi Goffredo Boselli nel suo commiato per comprendere fino a che punto la questione riguardasse anche gli equilibri interni e le ambizioni di chi era «discepolo eletto». La Santa Sede seppe inserirsi dentro quella frattura e ne approfittò per intervenire su Bose in modo assai più profondo. Bianchi aveva sempre resistito all’ipotesi di trasformare la comunità in un monastero sui iuris, proprio perché non voleva che quella esperienza venisse ricondotta entro una struttura canonica che l’avrebbe posta in una dipendenza diretta e pressoché esclusiva da Roma. Bose era nata con un’altra vocazione: una comunità realmente ecumenica, con una forma propria, difficilmente riconducibile agli schemi tradizionali della vita monastica cattolica.
È qui che la vicenda di Bose finisce per assomigliare a quanto è accaduto, negli anni seguenti, ad altri monasteri di impostazione ben più classica. Anche in questo caso Roma intervenne pesantemente sulla struttura della comunità e un ruolo decisivo fu affidato a Gianfranco Ghirlanda. Il risultato fu quello di ricondurre Bose entro categorie giuridiche ed ecclesiologiche che non corrispondevano fino in fondo né alla sua storia né alla sua identità originaria. Resta soprattutto un dato umano, prima ancora che canonico. La Santa Sede scelse di accompagnare e rendere possibile un processo che produsse una sofferenza enorme, servendosi anche delle ambizioni e delle rivalità maturate all’interno della comunità. È una delle pagine che mostrano quanto facilmente la Chiesa, quando lascia prevalere le logiche di potere sulla cura delle persone, possa comportarsi da matrigna proprio là dove dovrebbe essere madre.

Casa della Madia è nata dopo, quando Bianchi aveva quasi ottant'anni: «la tua ultima follia», l'ha chiamata Boselli, citando il discorso dell'inaugurazione: «Io credo che si possa ricominciare, si debba ricominciare anche al tramonto della vita, finché si vive».
C'è un passaggio del congedo che riguarda direttamente i monaci di Bose, alcuni dei quali erano presenti in chiesa guidati da Sabino Chialà. Il 1° settembre la comunità ha pubblicato sul proprio sito un comunicato, «Per il nostro fratello Enzo», nel quale riconosce che «gli ultimi anni sono stati per la nostra Comunità molto dolorosi. Abbiamo sofferto e vi abbiamo fatto soffrire», e rende noto lo scambio di messaggi avvenuto tra Bianchi e il priore Sabino Chialà attorno alla festa della Trasfigurazione, il 6 agosto. Bianchi scriveva di un'infezione agli occhi che lo aveva reso cieco, della dialisi imminente, della consapevolezza di essere «alla fine dei miei giorni», e chiedeva che si trovassero «cammini di riconciliazione visibile con voi», «prima che io me ne vada». Chialà rispondeva accogliendo la richiesta e affermando di aver chiesto «più volte» di rivederlo. Il comunicato conclude che «il tempo ci ha impedito di giungere a una riconciliazione visibile».
Il racconto che ne esce, quello di un monaco che sentendo avvicinarsi la fine cerca la pace con la comunità, non corrisponde a quanto è accaduto realmente negli anni. Bianchi ha chiesto a tutta la comunità di interrompere quella guerra amara più volte, e già prima che Chialà ne diventasse priore, all'inizio del 2022: quando era confinato nell'eremo, quando ha domandato spiegazioni di ciò che veniva fatto contro di lui e i suoi fratelli, quando Luciano Manicardi e Guido Dotti gli riservarono il trattamento che Silere non possum raccontò agli esordi della propria attività. I messaggi di agosto erano solo l'ultimo di quei tentativi, e Boselli l'ha definito per quello che era: «tu hai fatto il primo passo». Bianchi era in pace, e da tempo. Aveva perdonato. Il priore della Madia ha rivolto ai monaci e alle monache di Bose presenti un compito preciso: «Sta ora a noi, tuoi figli e figlie spirituali, portare a termine questo tuo desiderio. È l'evangelo che ce lo chiede e nient'altro che l'Evangelo».
Il telegramma di Zuppi è rimasto l'unica voce istituzionale a nominare le ferite e la riconciliazione. Da Roma non è arrivato nulla. Né la Segreteria di Stato, che quel decreto ha firmato, né altri in Vaticano hanno ritenuto che la morte del fondatore di Bose fosse l'occasione per fare un passo indietro e chiedere perdono, a lui e ai suoi fratelli, per quanto è stato fatto. Non sorprende. Ma la circostanza va registrata, anche perché chi in questi giorni si è affrettato a farsi vicino, dopo aver saputo che Bianchi era in ospedale, in questi anni non c'era.
Bianchi aveva scritto che «da cristiano so che la mia morte deve essere un atto: voglio viverla come ho vissuto la vita della quale la morte fa parte». Aveva parlato del patriarca Athenagoras che, ormai vecchio e sentendo la morte vicina, chiese di essere lasciato solo con accanto il calice e il pane eucaristico, e formulava per sé un desiderio: spirare tenendo per mano le persone care. Boselli ha confermato che così è andato: il 9 agosto, entrando in ospedale, Bianchi gli disse «sento che questa volta è giunta la mia ora: sono nella pace»; ha ricevuto l'eucaristia come viatico, e i fratelli e le sorelle della Madia non l'hanno lasciato solo un momento. La sua ultima omelia era stata nella notte della Trasfigurazione. Pochi giorni prima del ricovero aveva chiuso l'autobiografia, che Einaudi pubblicherà con il titolo «La vita si fa in tanti».
Nel 2024, sempre per Einaudi, aveva dato alle stampe «Fraternità», un libro nel quale il capitolo intitolato «Fraternità e tradimento» difficilmente può essere letto senza pensare a Bose. Vi scriveva che il tradimento, «misconoscimento radicale del rapporto di alleanza», «può arrivare anche alla consegna del fratello a chi può fargli del male», e che chi lo subisce resta davanti a un enigma, chiedendosi come si possa passare «dall'amore forte all'odio mortifero». Si soffermava sulla vicenda di Giuseppe venduto dai fratelli e sul suo congedo, quando li rimanda a casa dopo averli perdonati, con la raccomandazione di non litigare durante il cammino. Anche la richiesta di riconciliazione del 6 agosto si legge meglio risfogliando quelle pagine.
In «La vita e i giorni» Bianchi ricordava un'usanza del suo paese: la domenica, dopo la visita al cimitero prima dell'imbrunire, si faceva una passeggiata ripetendo come una litania «Gesù Cristo è la vita eterna!», l'unico tragitto a piedi che si compiva senza una necessità pratica. Oggi il tragitto lo ha compiuto lui, portato a spalla, seguito da un corteo silenzioso fino al piccolo cimitero fra le colline e i filari, nei giorni della vendemmia. Boselli ha notato durante il commiato che da anni Enzo diceva che sarebbe morto in settembre, quando in Monferrato i tralci danno il frutto. Nello stesso libro il fondatore di Bose raccontava di cercare nelle ripe le erbe aromatiche, «in particolare il timo, che profuma e fiorisce anche se nessuno lo vede e lo odora», e di aver piantato all'inizio della vecchiaia un viale di tigli per lasciare a chi verrà una strada ombrosa. Ora la terra è sua, verso oriente. Chi passerà da qui sa come strappargli un sorriso.
Marco Felipe Perfetti
Silere non possum



