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Enzo, «andiamo alla dimora del Signore»
Chiesa cattolica01 settembre 2026

Enzo, «andiamo alla dimora del Signore»

Enzo Bianchi ha terminato il suo cammino terreno. Una vita dedicata alla Scrittura, all’ecumenismo e alla ricerca di una forma concreta di comunione tra cristiani. Davanti alla morte non rivendicava certezze: parlava di un mistero, di una fede sempre più abitata dalle domande e di un amore per Cristo che non era venuto meno.

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«La morte resta un enigma che per il credente cristiano si fa mistero senza fornirgli né conoscenze, né certezze, ma solo convinzioni nutrite dal profondo della sua umanità». Enzo Bianchi aveva scritto queste parole tornando, ormai ottantenne, a un libro nato quarant’anni prima. Vivere la morte era stato uno dei suoi tentativi più personali di stare davanti a ciò che l’uomo tende a rimuovere e che il cristiano, se prende sul serio il Vangelo, non può semplicemente coprire con parole rassicuranti. Era un tema al quale tornava spesso anche nelle conversazioni più semplici, nei momenti conviviali con gli amici. Lo diceva con una certa amarezza: «Oggi nella Chiesa parliamo troppo poco della morte». Per lui quel silenzio diceva qualcosa del nostro modo di vivere la fede.

La morte aveva attraversato presto la sua vita. Aveva otto anni quando morì sua madre Angela. Molto più tardi avrebbe scritto: «Dalla morte di mia madre ho imparato cosa significa morire da cristiani a metà dei propri giorni». Certe esperienze si depositano in profondità e tornano, trasformate, nel modo in cui si guarda Dio, gli altri, la propria fine.

In Bianchi quella memoria non generò una spiritualità cupa. Generò piuttosto una familiarità con il limite. La morte non andava addomesticata. Restava difficile, dolorosa, capace di mettere alla prova perfino ciò che un uomo aveva predicato per tutta la vita. «Si può parlare della morte», scriveva, «si può ascoltare nella pace il messaggio cristiano su di essa, ma non è certo che il problema non diventi tragico nell’ora della “mia” morte».

Era una frase molto sua. Conteneva quella diffidenza verso le risposte troppo facili che ha accompagnato gran parte della sua riflessione cristiana. Negli ultimi anni Enzo non sentiva di essere arrivato a una fede più sicura di quella della maturità. Semmai il contrario. Scriveva che la sua fede era cambiata, era diventata «più abitata da domande e dubbi rispetto al passato». E subito dopo affidava a poche parole ciò che, nonostante tutto, era rimasto intatto: «è rimasto l’amore per il Signore». Forse è proprio qui che si coglie meglio la misura della sua figura.

Per decenni Bianchi ha parlato molto. Ha scritto libri, commentato la Scrittura, predicato, discusso con credenti e non credenti. È stato ascoltato nelle diocesi, nei monasteri, nelle università, nei luoghi della cultura. Ma al fondo della sua vicenda cristiana è rimasto qualcosa di più semplice: l’amore per Cristo, vissuto attraverso la Parola e dentro le relazioni.

Anche il suo ecumenismo nasceva lì. Prima ancora che diventasse una parola abituale nel lessico cattolico, prima che gli incontri tra vescovi cattolici, pastori protestanti e gerarchi ortodossi entrassero nella normalità della vita ecclesiale, Bianchi aveva intuito che l’unità dei cristiani non poteva essere soltanto materia di dialoghi ufficiali.

Aveva conosciuto Taizé e Roger Schutz. Aveva incontrato Athenagoras a Istanbul. Aveva frequentato il Monte Athos. Aveva respirato quella stagione nella quale il Concilio Vaticano II restituiva alla Chiesa cattolica una coscienza nuova del rapporto con gli altri cristiani.

Poi arrivò Bose. L’8 dicembre 1965, proprio nel giorno in cui si chiudeva il Vaticano II, Bianchi cominciò lì la sua vita monastica. Tre anni dopo si presentarono ai casolari due persone che volevano condividere quella scelta: un pastore riformato svizzero e una giovane donna cattolica. La domanda, allora, era tutt’altro che teorica: potevano uomini e donne, cattolici e protestanti, vivere insieme una vita comune nel celibato, nella preghiera e nell’ascolto della Scrittura?

La risposta fu Bose. Oggi è difficile restituire fino in fondo quanto fosse audace quella scelta. Non perché Bianchi pensasse di aver risolto le divisioni dottrinali che attraversavano il cristianesimo. Le differenze rimanevano. Ma proprio per questo la vita comune acquistava peso. L’unità non veniva proclamata come già compiuta. Veniva cercata.

Per molti anni Bose è stata questo: un luogo nel quale cristiani provenienti da tradizioni diverse potevano pregare insieme, studiare insieme, mangiare alla stessa tavola, confrontarsi con i padri della Chiesa e con le grandi tradizioni monastiche d’Oriente e d’Occidente.

La ricerca dell’unità divenne una delle linee più riconoscibili della vita di Bianchi. Per circa trent’anni collaborò con il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani e fu membro del Comitato cattolico per la collaborazione culturale con le Chiese ortodosse e orientali. San Giovanni Paolo II lo inserì nella delegazione che nel 2003 portò a Mosca al patriarca Aleksej II l’icona della Madre di Dio di Kazan’. Ma l’ecumenismo di Bianchi non si lascia misurare con gli incarichi.

La sua intuizione più duratura è stata forse un’altra: il cristiano deve imparare a vivere con l’altro prima ancora di convincerlo. Deve ascoltarlo. Deve riconoscere che la tradizione dell’altro può custodire un bene che lui ha dimenticato. Deve accettare che secoli di divisioni non si cancellano mediante dichiarazioni solenni, e tuttavia non giustificano l’indifferenza.

C’è qualcosa di profondamente monastico in questa idea. La convivenza obbliga a fare i conti con la concretezza dell’altro. Con la sua preghiera, il suo linguaggio, le sue abitudini, le sue differenze.

La prima Bose cercava proprio questo. Nella sua Regola si parlava di rispetto dell’«andatura di ciascuno» e della necessità di evitare che la comunità si trasformasse nella copia della personalità del fondatore.

È interessante rileggere oggi quelle parole. L’unità che Bianchi cercava fra le Chiese era inseparabile dalla sua idea dell’umano. Anche nei suoi commenti evangelici tornava continuamente a questo punto. In Perché avete paura? scriveva che il racconto evangelico offre «una pratica di umanità»: la maniera di Gesù di abitare il corpo, costruire le relazioni, usare la parola, stare nel mondo.

Per questo Bianchi riusciva spesso a parlare anche a chi non apparteneva alla Chiesa. Non chiedeva al lettore di entrare immediatamente in un sistema religioso. Lo portava davanti all’uomo Gesù. Alla sua compassione. Alla paura. All’amicizia. Alla collera. Alla solitudine. Alla morte. Anche la fede, nelle sue pagine, conservava qualcosa di irrisolto.

Del Vangelo di Marco amava quella finale così spiazzante: le donne arrivano al sepolcro, ricevono l’annuncio della risurrezione, fuggono e hanno paura. I discepoli hanno abbandonato Gesù, Pietro lo ha rinnegato. Bianchi chiamava Marco il Vangelo della «fede difficile». Quella definizione dice qualcosa anche della sua vita.

Una fede difficile è una fede che non si sottrae alle fratture. Bianchi ne fece esperienza fino agli ultimi anni della sua vita. Il suo cammino terreno non si è concluso nella Bose che aveva fondato e guidato per decenni. Gli ultimi anni sono stati segnati dal conflitto, dall’allontanamento e dalla separazione da una comunità alla quale aveva consegnato tutta la propria esistenza. Per Bianchi fu una ferita durissima: la comunità che aveva generato e accompagnato arrivò a trattare il proprio fondatore come un estraneo, fino a consumare un vero e proprio parricidio. A quella lacerazione si aggiunse il rapporto con la Chiesa istituzionale. Bianchi subì provvedimenti ingiustificati e dei quali continuò a non comprendere fino in fondo ragioni e modalità. Anche il comportamento di papa Francesco rimase per lui un punto doloroso: non riuscì a capire perché gli fosse stato inflitto un simile dolore senza che gli venissero offerte spiegazioni capaci di renderne comprensibile il senso. Quella domanda lo accompagnò negli ultimi anni e rimase senza una risposta che potesse davvero riconoscere come tale. Sarebbe falso ricordarlo cancellando quella ferita. Sarebbe altrettanto falso ridurre tutta la sua vicenda a quella ferita.

Gli ultimi anni lo hanno costretto a fare ciò che ogni monaco, prima o poi, deve fare: perdere. Perdere un ruolo. Perdere una casa. Perdere una forma di vita che sembrava ormai coincidere con la propria biografia. Forse anche per questo le pagine di Vivere la morte possiedono oggi una forza particolare. Bianchi aveva scritto che morire significa soprattutto separarsi. «La morte resta un evento difficile», diceva, perché mette fine alla comunicazione con i viventi. Gli uomini e le donne incontrati lungo la strada sono «le perle, i beni più preziosi e importanti della nostra vita». La morte misura le relazioni perché le interrompe.

E qui si incontrano, quasi naturalmente, il Bianchi che ha meditato sulla morte e quello che ha speso la vita per l’ecumenismo. Entrambi hanno creduto che l’uomo si comprende soltanto nella relazione. «La vita è essenzialmente un camminare insieme», scriveva ancora parlando del morire. Parole che ci offrono una lettura di tutta la sua esperienza ecumenica. Camminare insieme significa accettare che nessuno procede da solo. Significa che nessuna Chiesa può trattare le altre come se fossero irrilevanti per la propria fede. Significa anche riconoscere che l’unità cristiana è molto più esigente della cordialità istituzionale.

Bianchi apparteneva a una generazione che aveva visto questa speranza diventare concreta. Giovanni XXIII, il Vaticano II, Paolo VI e Athenagoras, Taizé, il riavvicinamento con l’Oriente cristiano. Una generazione per la quale l’ecumenismo non era un progetto da incorniciare ma una questione che riguardava la fedeltà stessa al Vangelo.

Negli ultimi decenni quella tensione si è forse indebolita. Le fotografie dei capi delle Chiese insieme sono diventate abituali. Il linguaggio ecumenico è entrato nei documenti. E proprio per questo può diventare innocuo.

Bianchi ha ricordato per tutta la vita che non lo è.

Athanagoras, l’uomo che aveva conosciuto e amato, tornava anche nelle sue meditazioni sulla morte. Bianchi ricordava la sua fine in ospedale, «trasfigurata in cella monastica». Accanto a lui poneva Giovanni XXIII. Due morti, due uomini che avevano cercato l’unità. Di loro scriveva: «hanno mostrato a tutti noi come vivere e come morire». Adesso quella riflessione riguarda anche lui. Non perché la morte renda perfetta una vita. La morte, nelle parole di Enzo, non funzionava mai così. Toglieva piuttosto le difese. Negli ultimi anni lui stesso riconosceva di avere meno certezze. La fede era attraversata dalle domande. Rimaneva l’amore.

E forse, alla fine, è proprio questa povertà a rendere credibile il suo cristianesimo.

Dopo una vita trascorsa a studiare la Scrittura, Bianchi non è giunto innanzi a sora morte pretendendo di averne sciolto il mistero. Dopo una vita dedicata all’unità, non ha visto le Chiese tornare pienamente una. Dopo aver costruito una comunità, ha conosciuto il dolore della separazione. Ad un’altra splendida comunità ha dato vita. Molto è rimasto incompiuto. Ma per lui il cristianesimo aveva sempre avuto a che fare anche con ciò che resta incompiuto.

Nel 2023 scriveva di desiderare, quando fosse arrivato il momento, di poter dire: «Mi rallegro perché mi dicono: andiamo alla dimora del Signore!». Poi avrebbe voluto ringraziare il Signore, «chi ho amato e mi ha amato», la terra e tutte le creature che lo avevano accompagnato.

Forse è lì che possiamo salutarti, Enzo.
Tra il mistero della morte e la gratitudine. Tra una fede diventata più povera di risposte e un amore che, scrivevi tu, non è mai venuto meno. Tra cristiani ancora divisi ai quali per tutta la vita hai chiesto di continuare a camminare insieme.

Marco Felipe Perfetti

Direttore Silere non possum

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