Città del Vaticano - Questa mattina Leone XIV ha ricevuto nel Palazzo Apostolico i seminaristi del Pontificio Seminario Regionale Pugliese «Pio XI» di Molfetta e quelli del Seminario Vescovile di Aversa, con i loro vescovi, i formatori e le famiglie.
Che il vento sia cambiato lo si è visto anche da un dettaglio tutt’altro che secondario: i chierici ammessi agli ordini si sono presentati tutti in talare. Per l’occasione, persino don Giovanni Caliandro, rettore del seminario, ha rispolverato la tonaca.
L’occasione erano due ricorrenze che cadono nello stesso anno formativo. L’edificio di Molfetta, costruito per volontà di Pio XI e inaugurato il 4 novembre 1926 dal cardinale Gaetano Bisleti, allora prefetto della Congregazione dei Seminari, compie cento anni. La sede attuale del seminario di Aversa, istituzione nata negli anni del Concilio di Trento e ricostruita nel Settecento dal cardinale Innico Caracciolo, vescovo della città, su progetto dell’architetto Carlo Buratti, ne compie trecento. Il Papa ha rivolto ai giovani seminaristi un discorso molto breve costruito interamente attorno a due versetti del Vangelo di Marco.
Il brano è quello della chiamata dei Dodici: Gesù «salì sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici perché stessero con lui e per mandarli a predicare». Prevost lo ha scomposto in una sequenza che gli è servita da scaletta: una salita, una permanenza sul monte, una discesa. «In queste poche parole c’è già tutto», ha detto, e il seminario, nella sua lettura, coincide con il momento centrale, «imparare a stare con il Maestro».

La prima osservazione del Pontefice riguarda la libertà della chiamata. L’evangelista scrive che Gesù chiamò «quelli che voleva», e il Papa si è soffermato su quel verbo: «Non c’è un concorso, non c’è una graduatoria, né è scritto che scelse i migliori: scelse quelli che voleva». Il bersaglio è dichiarato, «un mondo che si affanna tanto a celebrare l’autorealizzazione di sé», e la conclusione include anche chi parla: «nessuno di voi e nessuno di noi è qui perché se l’è meritato». Su questo punto Leone XIV ha richiamato il proprio messaggio per la 63ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, del 16 marzo scorso, da cui ha ripreso la frase sul dialogo con Dio che avviene «nonostante il rumore talvolta assordante del mondo».
Il passaggio più forte è stato la difesa del seminario in quanto istituzione. Il Papa ha dato voce all’obiezione corrente, secondo cui gli anni di formazione sarebbero «un lusso, o un’istituzione superata» in una società «che ha fretta e che guarda con sospetto ogni sosta prolungata», e l’ha respinta: «Proprio perché il nostro tempo è rapido e rumoroso, c’è bisogno di un luogo e di una stagione della vita in cui si impari a stare, a discernere, a lasciarsi formare senza scorciatoie». Poi ha così riassunto la sua posizione: «Il seminario non è un rinvio della missione, ma ne è la condizione. Non lo si sottovaluti». La frase arriva in una fase in cui il calo delle vocazioni ha spinto molte diocesi italiane a chiudere o accorpare i propri seminari e a concentrare la formazione nelle sedi regionali. Molfetta è una di queste: raccoglie i candidati delle diciannove diocesi di Puglia.

È una presa di posizione netta da parte del Santo Padre, che con poche parole ha lasciato intendere di non voler abbandonare un modello formativo finito più volte sotto accusa negli ultimi anni. Leone XIV sembra ribadire un principio preciso: il tempo trascorso con Gesù, anche nella distanza e nel raccoglimento rispetto al mondo, non è una parentesi estranea alla pastorale, ma la condizione necessaria perché possa esistere una pastorale autentica nel futuro.
Sulla dimensione regionale, poi, il Papa si è soffermato sempre attingendo al Vangelo. Sul monte Gesù «non chiama un uomo solo, ma ne chiama dodici, dalle personalità più disparate e talvolta improbabili al nostro sguardo», e li tiene «uno accanto all’altro, affinché imparino che la Chiesa si vive insieme: non è proprietà di nessuno di noi». Ai seminaristi pugliesi ha detto che la comunione tra le Chiese della regione, nel loro caso, «non è un ideale, ma un’amicizia concreta che nasce in questi anni». Qui Leone XIV ha citato due volte la lettera apostolica Una fedeltà che genera futuro, firmata l’8 dicembre 2025 per i sessant’anni dei decreti conciliari Optatam totius e Presbyterorum ordinis: da lì vengono l’affermazione che «nessun pastore esiste da solo» e la definizione del seminario come luogo che «dovrebbe essere una scuola degli affetti», formula che nella lettera introduceva l’invito ai seminaristi a un lavoro interiore sulle proprie motivazioni.

Ai formatori è arrivato un richiamo altrettanto chiaro, che riporta al centro una questione sollevata da tempo anche nei confronti della Santa Sede: la necessità di formare chi è chiamato a formare. Questa mattina il Papa lo ha detto senza ambiguità: «Formatori non ci si improvvisa: il vostro è un ministero delicatissimo a cui ci si prepara con scienza, pazienza e amore». Quanto ai modelli, Prevost ne ha indicato uno solo, il venerabile Antonio Bello, alunno del Regionale pugliese e poi vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi dal 1982 alla morte, nel 1993, che a suo giudizio mostra «che cosa significhi essere Sacerdote ed essere Vescovo: non nelle parole, ma in ogni gesto e in ogni decisione».
L’ultima parte del discorso è la discesa. «Il monte non è un rifugio», ha detto Leone XIV, e Gesù non porta i Dodici in alto «per metterli al sicuro». A questo punto il Papa ha lasciato il commento evangelico e ha elencato i destinatari concreti del ministero che attende i seminaristi nelle loro diocesi: «quelle famiglie che tirano avanti con fatica, ai ragazzi che a vent’anni fanno la valigia per cercare lavoro, agli anziani soli, agli emarginati, a coloro che hanno smarrito il senso dell’esistenza». È l’unico punto in cui il Pontefice si posa sulla geografia sociale della Puglia e del Casertano, e lo fa con il dettaglio dell’emigrazione giovanile.
Al termine della sua riflessione il Papa ha ringraziato i seminaristi, «a nome della Chiesa», per un «sì» che «non è facile, né scontato nel mondo di oggi», e le famiglie, descrivendo i genitori dei chiamati come persone «che pregano e che sanno lasciar andare». Ha poi salutato i diaconi transeunti presenti, che saranno ordinati presbiteri nei prossimi giorni.
d.V.C.
Silere non possum



