Un botta e risposta caldo ha occupato le pagine dell’Osservatore Romano nelle scorse ore. Antonio Spadaro, gesuita siciliano sottosegretario del Dicastero per la Cultura e l’Eucazione, ha recentemente tirato in ballo il concetto di “teologia rapida”, una proposta che mira a creare una riflessione ecclesiale che segua il ritmo frenetico dei cambiamenti culturali, ma rischia di ridurre la Teologia a un contenitore di slogan facili, più adatto ai clickbait che alla profondità della Tradizione. Rispondendo a questa provocazione, Pierangelo Sequeri, teologo ambrosiano già preside del Pontificio istituto Giovanni Paolo II, non ha esitato a mettere in luce la superficialità di certe affermazioni, lanciando una critica tagliente al twitterologo di Corte. La sua risposta è un’analisi incisiva che ribalta l’idea della “teologia rapida” e richiama, con fermezza, alla necessità di una riflessione teologica lucida e ben radicata nel tempo presente, lontana dalle mode del momento.
Sequeri, come molti altri teologi, hanno sorriso di fronte alle affermazioni di Spadaro. Il teologo, in un articolo pubblicato sull’Osservatore Romano il 2 aprile, ha rilanciato: più che “in ritardo”, la teologia oggi è “fuori tempo”. Se da un lato Sequeri riconosce la necessità di una riflessione più tempestiva, d’altro canto evidenzia come la teologia attuale sia ancora strutturalmente ancorata alla continuità ecclesiale piuttosto che attrezzata per intercettare il cambiamento culturale. Non è solo una questione di linguaggio, spiega Sequeri, ma di mentalità: “abbiamo una teologia che forma al ministero ordinato di ieri, anche quando vuole dialogare con la cultura di oggi”.
La risposta del teologo milanese è articolata, profondamente argomentata e non priva di ironia. È stato proprio Sequeri a chiarire quale spazio sia stato riservato ai teologi in questo dibattito sinodale: praticamente nessuno, un vuoto cosmico. “Abbiamo applicato troppi filtri all’accesso del sapere della fede”, afferma, e ora ci ritroviamo a parlare con i “nipoti” dei nostri interlocutori originari, che pensano in modo radicalmente diverso. Il rischio, secondo Sequeri, è che la “rapidità” evocata da Spadaro venga intesa — anche involontariamente — come l’ennesima accelerazione superficiale, un’estetica brillante ma vuota, simile a quella della pubblicità commerciale: “sofisticata, onnipresente, seducente, ma profondamente nichilista”.
Qui sta uno dei passaggi più acuti del suo intervento: una teologia che rincorre la rapidità senza un’anima rischia di diventare “un lavoro da copywriter, non da pensatore”. Mestiere di Spadaro, appunto. Il teologo autentico, sembra dire Sequeri, non deve semplicemente intercettare il cambiamento, ma saperlo interpretare nella sua profondità, sapendo distinguere tra lo choc salutare dello Spirito e lo stordimento effimero della moda.
In questo senso, Sequeri sposa e arricchisce l’immagine evangelica della “tempesta” utilizzata da Spadaro: la Chiesa è in mezzo al mare agitato della storia e deve affrontare i flutti, non rifugiarsi nella sicurezza della riva. Ma ammonisce: “insegnare ad afferrare il passaggio del Regno di Dio, la priorità assoluta, è l’impresa della rapidità alla quale dobbiamo prepararci. Perché rapido, all’origine, è proprio quel passaggio del Regno (‘come un lampo’)”.
L’intelligenza credente, dice ancora Sequeri, deve tornare ad abitare “allegramente” l’umano, superando l’apologetica difensiva che ha segnato la modernità. Una “teologia rapida” – nel senso nobile del termine – dovrebbe saper “volteggiare” con eleganza nel cuore del dibattito culturale contemporaneo, portando la luce della fede là dove si formano nuove prospettive sull’uomo, sulla vita e sul mondo.
L’intervento di Sequeri suona come un monito per l’ambizioso inquilino del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, attualmente in fermento nel tentativo di occupare la poltrona lasciata libera da Giovanni Cesare Pagazzi e conquistare il tanto desiderato zucchetto paonazzo. Con parole nette, il teologo ambrosiano richiama Spadaro al senso del limite, facendogli intendere che è bene occuparsi di ciò che si conosce: e la Teologia, per lui, è un terreno estraneo quanto i cavoli a merenda. Sequeri invita la riflessione teologica a non lasciarsi travolgere dalla moda della rapidità, ma a cogliere con lucidità il passaggio del Regno nel tempo presente.
In un tempo in cui tutto cambia a velocità vertiginosa, Sequeri lancia un appello alla teologia affinché non si lasci semplicemente “rapire” dal cambiamento, ma impari a “rapire” l’occasione — evangelica, culturale, umana — di abitare il presente con sapienza e coraggio. Critiche alle considerazioni di Spadaro erano giunte anche dall’Arcivescovo Bruno Forte, il quale, richiamandosi a Italo Calvino, su Avvenire aveva sottolineato che la rapidità non equivale alla semplificazione o alla superficialità, ma implica una gestione sapiente del tempo, in cui agilità e ponderazione si intrecciano. La teologia, infatti, non può essere compressa in formule immediate senza perdere il suo spessore e la sua capacità di approfondire il mistero di Dio e dell’uomo. La lentezza, lungi dall’essere un ostacolo, diventa allora complice della rapidità quando permette di maturare un pensiero che non si limita a raggiungere velocemente un punto d’arrivo, ma lo fa con la necessaria profondità.
“La rapidità nell’intercettare il regno di Dio, che viene dove e quando non lo aspetti, per aprirne i segni e i prodigi ai non ecclesiastici, a mio parere, è l’impegno – culturale, non catechistico – sostanzialmente inevaso anche dalla nuova teologia. Dovremo diventare più rapidi, in questo” conclude il teologo Sequeri.
L.C.
Silere non possum